Il sangue dei conflitti nei nostri smartphones

“Esiste un legame fra l'estrazione dei minerali e il finanziamento delle milizie armate in Congo, abbiamo il dovere di infrangerlo”.  Così Gianni Pittella presidente del Gruppo dei Socialisti e Democratici è intervenuto al dibattito su un sistema di trasparenza sulle importazioni di minerali preziosi e metalli, come lo stagno, il tantallo, il tungsteno e l’oro che sarà al voto nelle prossime ore a Strasburgo.

REUTERS/Kenny Katombe

È stato dimostrato come ad esempio nella Repubblica Democratica del Congo l’estrazione di minerali in paesi in via di sviluppo possa aggravare i conflitti armati. La Commissione Ue ha proposto un sistema di autocertificazione che prevede che gli importatori dell'UE di questi metalli e minerali esercitino il "dovere di diligenza", evitino di arrecare danno sul territorio sorvegliando e organizzando i propri acquisti e le proprie vendite.

Ma l’influenza delle società d’affari Ue e l’attività di lobbing potrebbe non far fare grandi passi avanti in tal senso: la commissaria Ue al Commercio Cecilia Malmstrom ha proposto difatti in plenaria, che la certificazione delle aziende che importano risorse da zone di conflitto sia su base volontaria. Dura è la reazione dei Socialisti e Democratici “E' ipocrita sbandierare misure e fondi per cercare di evitare le tragedie dell'immigrazione e poi nascondersi dietro formule burocratiche per non obbligare le aziende alla trasparenza sui minerali insanguinati che provengono dalle zone di conflitti, peggiorando la situazione in quei Paesi dell'Africa da cui scappano i migranti che muoiono davanti alle nostre coste” ha dichiarato la capodelegazione degli eurodeputati Pd, Patrizia Toia.

I deputati dell’Europarlamento sono però divisi sull’opportunità di introdurre o meno l’obbligatorietà di tale sistema di tracciabilità su tutti i metalli e minerali provenienti dalle zone di conflitto.

L’Unione Europea si è posta come obiettivo la pubblicazione ogni anno di una lista di “fonderie e raffinerie responsabili”, che non importino minerali sporchi di sangue dei conflitti.

Nei nostri smartphones materiali da zone di conflitto

La Repubblica democratica del Congo, in particolare nella sua parte Est, è una zona strategica per l’estrazione di materie prime per il settore elettronico mondiale: circa il 60-80% della riserva mondiale del coltan si trova nella regione del Kivu, zona ritenuta fonte di ricchezza e devastata per oltre due decenni dalla guerra. Già nel 2002 un rapporto delle Nazioni Unite denunciava il collegamento tra estrazioni di minerali preziosi e finanziamenti di gruppi armati che controllano le miniere e le rotte navali, sfruttando con il lavoro forzato la popolazione civile, utilizzando il lavoro minorile, mettendo in atto estorsioni, minacce e stupri.

Le compagnie europee e asiatiche si rendono complici di queste bande armate nel momento in cui continuano ad acquistare minerali congolesi di origine sconosciuta. Dal 2003 le Nazioni Unite hanno stabilito un sistema di sanzioni ed embargo sulle armi per la Repubblica democratica del Congo per gli individui e società che supportino i gruppi armati nella zona est del Congo attraverso il commercio illegale di risorse naturali. Per ora però i risultati sono pochi: le sanzioni non sono effettivamente applicate a causa della mancanza di impegno da parte sia dei governi occidentali che africani. Nel luglio 2010 è stata adottata una legge, “Dodd-Frank-Act”, che tra le varie disposizioni mira a rendere trasparenti e legali le industrie in Congo : le compagnie USA sono obbligate a dichiarare l’origine dei minerali come il coltan e altri. Inoltre quando il materiale proviene da zone ad alto rischio di conflitti come il Congo, la compagnia deve redigere un report dettagliato sulla provenienza e la catena di approvvigionamento che vi è dietro, per assicurare che non abbia origini da zone di conflitto. Questa normativa impone dunque degli obblighi legali al sistema di affari USA ed è ciò che vorrebbe tentare di fare anche il Parlamento Europeo seguendo l’esempio americano.

Una petizione di Ong e cittadini Ue

Ong come Cidse, EurAc e la Commissione Justice and Paix hanno realizzato un video con le storie nascoste dietro i minerali provenienti da zone di conflitto che accompagna una petizione per chiedere che nelle prossime ore il Parlamento Ue voti per l’eliminazione dell’utilizzo di minerali provenienti da zone di conflitto. Secondo dati di Amnesty International l’estrazione di minerali preziosi in Congo, Colombia e Repubblica Centro Africana è stata in parte causa di conflitti mortali che hanno portato alla dislocazione di circa 9.4 milioni di persone “L’Europa sembra aver dato più peso alla voce potente degli affari che a quella delle persone che vivono ogni giorno le ricadute di questo commercio sulle loro vite” ha dichiarato Lucy Graham di Amnesty International.

@IreneGiuntella

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