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Caso Windrush, a Londra cade un ministro ma nel mirino c'è Theresa May

Il ministro degli interni Amber Rudd si dimette dopo le rivelazioni sul trattamento inflitto a migliaia di immigrati, definiti illegali dopo una vita nel Regno. Vittime di una politica di espulsioni - con tanto di quote da rispettare - varata quando agli interni c’era l’attuale premier

L'ex ministro degli Interni del Regno Unito Amber Rudd con Jeremy Corbyn, leader del partito Laburista. REUTERS/Hannah McKay
L'ex ministro degli Interni del Regno Unito Amber Rudd con Jeremy Corbyn, leader del partito Laburista. REUTERS/Hannah McKay

Londra - Dopo le molte vittime comuni dello scandalo Windrush, ecco la prima caduta illustre ai massimi livelli del governo inglese: Amber Rudd, potente ministro degli Interni, è stata costretta a dimettersi domenica sera. La pressione su di lei era cresciuta per due settimane , e condannarla non è stato tanto lo scandalo in sé, gestito malamente dai suoi funzionari e predecessori più che da lei, quanto - è un copione ricorrente nelle democrazie nordiche e anglosassoni - l’emergere della prova che ha mentito pubblicamente sul trattamento governativo della generazione Windrush.

Migliaia di afro-caraibici approdati in Gran Bretagna fra il 1948 e il 1971 per soddisfare le necessità di importare lavoratori a basso costo in un Paese devastato dalla seconda guerra mondiale, attirati con la concessione della cittadinanza e del diritto di restare a tempo indeterminato. Ma poi, quando la necessita politica è diventata quella di fare la faccia dura contro l’immigrazione, costretti dal cambiamento di leggi e requisiti a dimostrare di non essere immigrati illegali e a produrre documenti che erano ignari di dover avere.

In un primo tempo, di fronte alle discriminazioni scoperte e pubblicate dal Guardian, la Rudd si era scusata per le ripercussioni di quella politica sui figli della Windrush, ma aveva negato di sapere, in particolare, che il governo aveva fissato delle quote precise di persone da rimpatriare. Persone scelte, diciamo cosí, su linee guida razziali. Il Guardian aveva tirato fuori un memo del direttore generale degli Interni in cui si parlava chiaramente di 12.800 deportazioni da portare a termine per il 2017/2018, e lei era riuscita a dichiarare, di fronte ai parlamentari riuniti, di essere colpevole, sí, ma solo di negligenza per non aver letto quella comunicazione fra le tante che le arrivano quotidianamente.

Poi la pistola fumante, fatta arriva al Guardian da una manina interna al Ministero: una mail da lei inviata a Downing Street nel 2017, in cui fa riferimento esplicito a quei target per le deportazioni, definendoli “ambiziosi ma raggiungibili” e promettendo un incremento del 10% nei prossimi anni. Fine dell’incarico e, probabilmente, della carriera di una politica a tratti spregiudicata ma abile, che a 54 anni poteva sperare di diventare, un giorno, primo ministro.

Soprattutto, Rudd è stata fino all’ultimo un’alleata leale di Theresa May non solo nel governo, in cui era una dei cinque Remainer dialoganti ma coerenti, anche nelle situazioni più difficili, ad esempio nell’ultimo confronto televisivo con Jeremy Corbyn prima delle disastrose elezioni politiche del giugno scorso, da cui emerse con un piglio da vera leader. Coerenza e lealtà mantenute, finche è stato possibile, anche durante il rapido sviluppo di questo scandalo, in cui paga per colpe non sue.

 Ora la situazione per Theresa May si complica su due fronti. Il primo è l’evolvere del caso Windrush: la Rudd è stata subito rimpiazzata da Sajid Javid, già ministro per l’edilizia e il governo locale. Che ha promesso, ovviamente, di dare alla soluzione del caso Windrush assoluta priorità: impegno reso vagamente più credibile dalle sue origine miste - il padre è pakistano - che ne fanno il primo rappresentante di una minoranza etnica ad arrivare cosi in alto.

Ma il Labour e il Guardian non mollano: l’architetto di questa macchina stritola-immigrati è Theresa May, che era ministro degli interni proprio fra il 2010 e il 2017. Non poteva non sapere ed è ora chiamata a darne conto.

Una spina profonda nel fianco proprio nella settimana decisiva sul fronte Brexit, nella quale Londra deve definire l’annosa e ancora irrisolta questione dell’unione doganale. Su questo punto, cruciale per i falchi fra i Brexiteer, si prevede una aspra battaglia nel suo governo, e l’appoggio incondizionato, politico e personale, di Amber Rudd era fondamentale per spuntarla. Javid è un europeista più tiepido, e debutta ai vertici di uno dei ministeri più rognosi con un dossier già scottante da risolvere. Un cavallo azzoppato in un momento in cui la May ha bisogno dell’intera cavalleria.

@permorgana

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