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In Grecia continua l’odissea dei migranti diretti in Europa

Nelle ultime settimane le immagini del campo rifugiati di Idomeni, in Grecia, hanno fatto il giro del mondo. Parliamo di una tendopoli conficcata nel fango, estesa per migliaia di metri quadrati a ridosso del confine macedone. Quella che per tutto il 2015 ha rappresentato la porta di ingresso alla Via dei Balcani, divenuta la maggiore rotta migratoria in Europa dai tempi della Seconda guerra mondiale, ad inizio marzo è stata chiusa dal governo di Skopje. Una pesante cancellata di metallo zincato e rete sormontata da filo spinato ha di fatto infranto le speranze europee di decine di migliaia di rifugiati. Con il passare dei giorni, quasi 14 mila persone in fuga da guerre e persecuzioni si sono ammassate a Idomeni, convinte si trattasse di una chiusura momentanea, e di riuscire presto a riprendere la loro strada verso nord, Germania in primis. Così non è stato, e in breve l’attesa ha consumato la speranza, trasformandola in sofferenza, frustrazione e rabbia.

Idomeni, Greece, March 28, 2016. REUTERS/Marko Djurica

Per capirne di più e vedere da vicino quanto sta accadendo, noi di Eastonline siamo stati sul posto. Sono giorni in cui tutto accade. In ordine temporale: circa un migliaio di rifugiati tentano di varcare illegalmente il confine macedone lungo una via nuova, tre di loro perdono la vita guadando un fiume ingrossato dalle piogge, gli altri vengono respinti dalla polizia macedone; a Bruxelles UE e Turchia raggiungono l’accordo sui rifugiati; pochi giorni dopo viene arrestato Salah Abdeslam, la mente degli attentati di Parigi; passano altre 72 ore e Bruxelles subisce un terribile duplice attentato rivendicato da Daesh, costato 31 vittime e 250 feriti. La notizia della strage in Belgio giunge immediatamente anche nei campi migranti in Grecia, spinta dal vento passa di tenda in tenda provocando il cordoglio generale. In contemporanea riprendono le manifestazioni dei migranti, organizzate ogni pomeriggio nel mezzo delle rotaie, a pochi passi dal confine macedone. Inizialmente sono decine, poi un centinaio, ma si arriva a quasi cinquecento persone, uomini donne e tantissimi bambini. Protestano per la chiusura del confine, ma il primo pensiero va alle vittime in Belgio, ‘Sorry for Bruxelles’, si legge in un cartello stretto tra le dita da un bambino siriano. Poi riprende la protesta. “Open the border”, ‘aprite il confine’ gridano in coro tutti assieme, siriani, iracheni, afgani e pachistani, seduti fianco a fianco malgrado le tensioni tra i diversi gruppi, sfociate alcune notti fa in uno scontro aperto, finito con il rogo di una decina di tende in cui vivevano ragazzi di provenienza afgana.     

La situazione ad Idomeni è disarmante. Babar Baloch, responsabile relazioni esterne di UNHCR parla di condizioni di vita allo stremo, soprattutto per i bambini, costretti per giorni nelle loro case di tela a causa delle piogge ininterrotte, del freddo e il fango presente ovunque. “Queste persone sono esaurite”, spiega commentando le tensioni tra i vari gruppi, in particolare siriani e afgani. A Idomeni mancano strutture adeguate, “il minimo necessario per vivere una vita, e qui questo non accade, queste persone hanno bisogno di ripari appropriati in campi adeguati. Ci sono diversi standard per realizzare un campo in termini di costruzioni, illuminazione, servizi. La Grecia ci prova ma fatica a rispondere all’emergenza, per questo serve l’intervento dell’Europa in aiuto ad Atene”, conclude Baloch, evidenziando il dramma vissuto in quello che definisce “il peggior campo che io abbia mai visto in 14 anni di assistenza umanitaria”, opinione condivisa anche dal ministro dell’Interno greco Panagiotis Kouroumplis in visita “come il campo di concentramento di Dachau”. La resistenza dei migranti di Idomeni continua anche dopo il 20 marzo, data in cui entrano in vigore gli accordi tra UE e Turchia sulla gestione dei migranti. Tuttavia il confine resta chiuso, è un dato di fatto, non ha più senso restare qui, in queste condizioni sperando in una svolta impossibile. Gli unici a trarre vantaggio dal blocco di Idomeni sono i criminali e i trafficanti di esseri umani, divenuti un’alternativa al limbo greco, pertanto all’interno della tendopoli in molti iniziano a valutare l’opzione albanese e la rischiosa attraversata adriatica verso l’Italia. Prospettiva difficile se non addirittura impraticabile, ma il dramma nel dramma è che i migranti non lo sanno, e qualcuno finisce per fidarsi di questi criminali avviandosi verso le montagne albanesi.

Passano i giorni e le isole greche vengono sgomberate di migliaia di migranti giunti in gommone attraverso l’Egeo prima del 20 marzo. Diverso il destino dei nuovi arrivati, quelli che malgrado gli accordi tentano comunque l’attraversata dalla costa turca. Nei loro confronti scatta la denuncia per il reato di immigrazione clandestina, quindi l’arresto e la detenzione all’interno degli ex campi di accoglienza, trasformati in hotspot. Per i nuovi venuti siriani e iracheni esistono due sole opzioni. O decidono di avanzare richiesta formale di asilo in Grecia, o vengono respinti quindi trasferiti in Turchia. Nel caso di afgani, pachistani e altri migranti il ritorno in suolo turco equivale al rimpatrio, senza possibilità di scelta.

Nelle ultime ore la situazione inizia a cambiare nuovamente anche a Idomeni. Decine di famiglie esauste scelgono di abbandonare il campo spontaneamente. Non è in corso una vera e propria operazione di sgombero, tuttavia le autorità incaricate della gestione dell’area, polizia in primis, cercano di convincere gli abitanti della tendopoli a fare fagotto e spostarsi più a sud, verso campi meglio organizzati e più sicuri, anche se sovraffollati. “I confini sono chiusi. Cibo e alloggio sono disponibili nei centri di accoglienza. Non fidatevi di persone irresponsabili che vi mettono in pericolo. Non mettetevi nei guai per nessuna ragione”, si legge in un volantino in greco, arabo e persiano diffuso nei giorni scorsi all’interno del campo.

Al momento qui in Grecia la sorte dei migranti, più di 46 mila, resta un fardello del governo di Atene e della cittadinanza che continua a dimostrare la propria profonda umanità, offrendo un esempio all’Europa che conta. Eloquenti le parole dell’artista e attivista cinese Ai Weiwei, incontrato nel fango di Idomeni: “non penso le autorità europee si interessino davvero di questa gente. Sanno bene cosa accade qui, ma non intervengono concretamente”.

@emanuele_conf

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