Intercettazioni, libertà di stampa e richiami dell'Ue

Il giornalismo non è certo un mestiere facile di questi tempi . Questa volta però non si parla della crisi dei giornali o del sistema che deve rinnovarsi e via dicendo. È in gioco la libertà di stampa, il giornalismo investigativo in particolare. Fino a quattro anni di carcere per chi registra una conversazione fraudolentemente, ne fa uso e la pubblica.

Tra il 2011 e il 2015, secondo dati dell’associazione Ossigeno per l’Informazione, sarebbero trenta i giornalisti condannati a pene detentive per diciassette anni di carcere totali. L’esecuzione delle condanne è stata sospesa in quasi tutti i casi, tranne per Alessandro Sallusti e Francesco Gangemi, in altri casi le pene sono state convertite in multe. I più colpiti in questi quattro anni, stando al rapporto dell’associazione, sarebbero stati fotoreporter, blogger e giornalisti.

Ma in discussione in questi giorni l’emendamento che vieterebbe la pubblicazione di intercettazioni registrate segretamente.

E’ sotto gli occhi di tutti la vicenda di Lucia Borsellino e dei due giornalisti dell’Espresso indagati per diffamazione e, in un caso, di calunnia. Rimarrà ancora qualcuno in Italia a cercare la verità oltre le righe, non limitandosi ai comunicati e alle notizie di agenzia se il rischio è così alto? In una classifica di Reporter senza frontiere sulla libertà di stampa l’Italia si posiziona al settantatreesimo posto nel 2014.

Corte Ue dei diritti Umani: sproporzionata la pena detentiva per diffamazione

In diverse occasioni l’Ue è già intervenuta in passato condannando la legislazione italiana e la sua applicazione alle intercettazioni e alla loro pubblicazione "La nostra legislazione in materia e la sua applicazione - ha affermato Michele Nicoletti presidente della delegazione italiana al Consiglio d’Europa – è già stata in passato oggetto di condanna da parte della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo di Strasburgo nel 2013, che ha ritenuto sproporzionata la pena detentiva per il reato di diffamazione, a meno che non ricorrano circostanze eccezionali come l'istigazione all'odio razziale o alla violenza".

Con questa motivazione si esprimeva la corte di Strasburgo a seguito del ricorso dell’allora direttore de Il Giornale, Maurizio Belpietro, che fu condannato per un articolo pubblicato nel novembre 2004. Il Giornale pubblicava un articolo, firmato dal senatore Raffaele Iannuzzi, recante il titolo “Mafia, tredici anni di scontri tra P.M. e carabinieri ed il sottotitolo” “Cosa si nasconde dietro il processo al generale Mori e al colonnello “Ultimo” per il covo di Riina”. Belpietro era stato condannato a 110mila euro e quattro mesi di carcere. Il carcere fu sospeso, ma la Corte ritenne comunque sproporzionata la pena.

Diversi gli appelli anche dell’Osce, del Consiglio d’Europa e di rappresentanti Onu all’Italia.  Dunja Mijatovic dell’Ocse, nel 2014 intervenendo a un incontro con giornalisti, avvocati e magistrati sulla diffamazione a mezzo stampa, ha affermato "Gli organismi internazionali come il Consiglio d'Europa, l'ONU e la stessa OSCE, ritengono prioritario che la libertà di parola non sia criminalizzata. Nel campo dei media si devono certamente salvaguardare la privacy e la dignità delle persone, ma deve essere anche garantita la massima agibilità alla stampa, che è considerata un supporto vitale per la sopravvivenza di tutte le altre libertà. In altre parole, se la libertà di stampa è limitata o condizionata, entra in sofferenza tutto il complesso dei diritti dei cittadini. La previsione del carcere per reati di stampa, anche se poi come in Italia la carcerazione dei giornalisti per fatti inerenti il loro lavoro è sostanzialmente non operante, diviene un alibi per altri Paesi che colpiscono come reato opinioni politiche o religiose; si invoca spesso da parte di Paesi con ridotte garanzie in tema di diritti civili il fatto che in Italia, Germania o in Francia il carcere per reati di stampa sia scritto nei codici" .

Il Consiglio d’Europa richiamava l’Italia, appena pochi mesi fa, sulla libertà di stampa e a seguito del rapporto Flego, la risoluzione dell’ eurodeputato croato Gvozden Flego sulla protezione della libertà di stampa in Europa, in cui veniva ribadito che il nostro paese era in ritardo nell’adozione delle misure necessarie per garantire la libertà di stampa. Il Consiglio d’Europa chiedeva all’Italia in particolare di modificare la legge nazionale sulla diffamazione, le richieste erano state già presentate alla Commissione di Venezia nel 2013.

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