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Mary Lou McDonald può cambiare il Sinn Fein e tutta l'Irlanda

Discepola di Gerry Adams, ma estranea alla stagione dei Troubles, la nuova leader di Sinn Fein vuole cambiare pelle al partito. La sua priorità è gestire l’impatto della Brexit ed evitare il ritorno di un “hard border” tra le due Irlande. Per poi puntare all’unificazione

Il nuovo presidente del Sinn Fein Mary Lou McDonald. REUTERS/Clodagh Kilcoyne
Il nuovo presidente del Sinn Fein Mary Lou McDonald. REUTERS/Clodagh Kilcoyne

«You’ve got big shoes to fill!» «Well, I brought mine».

Mary Lou McDonald non si lascia intimidire dalla domanda più frequente e più ovvia, per la nuova presidente del Sinn Fein. Per chi ha memoria viva dei Troubles che insanguinarono e lacerarono l’Irlanda del Nord per trent’anni, dal 1968 agli accordi di pace del 1998, citare il Sinn Fein evoca soprattutto la figura di Gerry Adams, il leader del braccio politico dell’Ira.

Le “big shoes to fill”, cioè la pesante eredità politica da portare avanti, è proprio quella di Adams, che ha guidato il Sinn Fein per trentacinque anni, prima attraverso il conflitto, poi negli acrobatici negoziati conclusi con l’accordo di Good Friday, infine nella transizione democratica e nei difficili rapporti di forza del governo di devoluzione nord- irlandese.

È tuttora una figura estremamente controversa, il cui ruolo effettivo nelle attività e nelle azioni armate del gruppo paramilitare non è stato mai accertato.

Si è dimesso a gennaio, lasciando il posto a Mary Lou, sua allieva politica prediletta, cresciuta nella lealtà indiscussa al leader. Ma anche decisa a far cambiare pelle al partito, quando dice, sicura: «Ho portato le mie scarpe». Ovvero: sono un’altra cosa da Adams.

Le discontinuità sono molte. 48 anni, Mary Lou è una donna di notevole charme politico, libera dai tormenti, le contraddizioni, il passato ingombrante di Adams. Schietta, positiva, risoluta ma non respingente come la rivale Arlene Foster del Dup, disinvolta di fronte ai giornalisti, sembra rappresentare un tentativo reale di rinnovamento per un partito che vuole andare oltre il suo ruolo decisivo in Nord Irlanda. La sua stessa biografia marca una profonda distanza dal prototipo del dirigente di Sinn Fein, cresciuto in Nord Irlanda, origini popolari, biografie intrecciate alla lotta per l’indipendenza, lutti associati al conflitto e ancora dolenti.

Per cominciare, è una dub, nata e cresciuta a Dublino in una famiglia middle class, con alle spalle studi in scuole private e una iniziale militanza nel Fianna Fail, partito di maggioranza di centro-destra, prima della folgorazione per il Sinn Fein e la fedeltà totale a Gerry Adams, mai messa in dubbio e fattore centrale per la sua rapida ascesa. Adams l’ha preparata a lungo per la successione; scelta rivelatrice probabilmente lungimirante, perché, questo è il punto cruciale, McDonald non ha nessun coinvolgimento diretto con la stagione dei Troubles. E se è vero che non ha, comprensibilmente, mai preso le distanze dalla lotta armata, è anche vero che non ha scheletri nell’armadio, né rancori personali da sotterrare al tavolo dei continui negoziati per la tenuta del governo nord-irlandese.

E poi c’è la discontinuità più evidente, per una formazione tradizionalmente accusata di misoginismo: la scelta di una leadership tutta al femminile, con la McDonald e la sua vice Michelle O’Neill che vanno a unirsi alle altre 4 donne al comando nella politica del Regno Unito: Theresa May a Londra, Nicola Sturgeon e Ruth Davidson in Scozia, Arlene Foster a Belfast, e chissà se questa sorprendente convergenza di genere finisca per semplificare o complicare il dialogo.

«Sono una femminista impenitente. È il momento delle donne» conferma McDonald durante l’incontro con i giornalisti alla Foreign Press Association, subito dopo il suo primo vertice ufficiale con Theresa May. Al centro, due temi cruciali: come risolvere l’impasse politico a Belfast, che è senza governo da 14 mesi, e come gestire le ripercussioni di Brexit sulla stabilità degli accordi di pace.

«È stato un colloquio lungo, di oltre un’ora, ma molto deludente. La May ha chiesto tempo per riflettere. Riflettere su un impasse è una contraddizione in termini. Ora quello che serve è la capacità di decidere». Lo spazio di manovra politica è stretto. A Belfast lo scontro è fra Sinn Fein e Dup, che non trovano la quadra su una serie di questioni interne. Ma la verità, rivela McDonald, è che sono cambiati gli equilibri. Da quando il governo May dipende, per la sua tenuta, dall’appoggio parlamentare del piccolo partito unionista irlandese di Arlene Foster, è venuta meno la necessaria imparzialità del mediatore britannico, contrappeso indispensabile degli accordi di pace. Un governo ostaggio di una parte non può guidare un negoziato.

E poi c’è l’elefante nella stanza della Brexit. «Noi la consideriamo un disastro, un chiaro ed imminente pericolo per il funzionamento dell’economia e della società irlandese nella sua totalità.

Non ci può essere, e lo ripeto, non ci può essere un confine sulla nostra isola. Sarebbe catastrofico per il commercio, per l’accesso a servizi, per l’economia, per la vita quotidiana della gente».

Il “confine invisibile” fra le due Irlande è uno dei veri grandi successi degli accordi di pace. Ripristinare i controlli, come appare al momento inevitabile in caso di Brexit, riporterebbe a galla antiche memorie e, forse, antiche violenze. «Il processo di pace è solido e irreversibile, ma di certo la Brexit gli accordi di Good Friday sono incompatibili». Ancora una volta, il nodo di politica regionale si riflette su quello nazionale. «Gli Unionisti del Dup sono pro Brexit, ma nell’Irlanda del Nord la maggioranza ha votato per restare in Europa».

La soluzione del dilemma? Quella immediata la delega all’esecutivo di Dublino, impegnato nei negoziati fra Londra e Bruxelles.

Quella più lontana nel tempo, ma obiettivo primo e finale del Sinn Fein e previsto dagli accordi di pace, un referendum sull’Unificazione delle due Irlande, sotto la bandiera europea. «Siamo noi la generazione che vedrà il referendum, e lo vinceremo - afferma fiduciosa - I tempi? Un decennio. Ma prima c’è molto lavoro da fare: un lungo e approfondito dibattito in tutta l’Irlanda, che tenga conto anche delle sensibilità di una parte della popolazione che è unionista e britannica”.

Con questo scopo il Sinn Fein deve allontanarsi da una dimensione limitata all’Irlanda del Nord e affidarsi ad una leader con credibili ambizioni pan-irlandesi, che possa guidarlo in Eire ed Ulster alla conquista delle generazioni più giovani; ragazzi nati e cresciuti nel ventennio di pace (il cui anniversario cade quest’anno), per i quali guerra ed occupazione militare sono storia e non esperienza quotidiana.

Lo sguardo è rivolto non più solo a Belfast, ma a Dublino. Con ambizioni da statista.

@permorgana

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