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Ora Macron prova a riformare anche l'Islam di Francia

Il presidente s’incammina sul terreno minato della riorganizzazione del culto musulmano, dove già fece flop Sarkozy. E punta sul principio del “protezionismo religioso” per affrontare le questioni principali: i finanziamenti stranieri e la formazione degli imam

Scarpe durante una preghiera in strada a Clichy, vicino Parigi. REUTERS/Benoit Tessier
Scarpe durante una preghiera in strada a Clichy, vicino Parigi. REUTERS/Benoit Tessier

Parigi - «Avanzare passo dopo passo» verso una riforma dell’Islam in Francia. Questa l’idea del presidente Macron, che dopo lunghe attese e vari ripensamenti finalmente apre il cantiere per riorganizzare il culto musulmano. 

In una breve intervista pubblicata domenica sul settimanale Le Journal de Dimanche, il presidente ha affermato di essere in contatto da diverse settimane con intellettuali, sociologi e rappresentanti di altre religioni per studiare un piano di ristrutturazione che verrà svelato «soltanto quando questo lavoro sarà concluso». I principali punti della riforma dovrebbero essere annunciati nel primo semestre di quest’anno, per poi essere sviluppati durante il mandato presidenziale.

L’obiettivo è quello di riorganizzare la seconda religione del Paese in modo da creare un dialogo con le istituzioni e le altre confessioni, lasciando il concetto di laicità repubblicana al centro della riflessione.

La necessità di riformare l’Islam in Francia è un tema dibattuto da oltre trent’anni, ma dopo gli attentati del 2015 e del 2016 le autorità si sono ritrovate nell’urgenza di dare delle risposte concrete contro la minaccia della radicalizzazione jihadista.

In questo quadro, il governo intende lavorare partendo da due questioni fondamentali: i finanziamenti stranieri e la formazione degli imam.

Secondo un rapporto presentato in Senato nel 2016, il culto musulmano in Francia è finanziato principalmente dai fedeli, anche se esistono dei fondi provenienti da Paesi come l’Algeria, il Marocco, la Turchia o l’Arabia saudita, utilizzati principalmente per la costruzione e il mantenimento delle moschee. I movimenti di capitali dall’estero spesso avvengono con modalità non totalmente trasparenti e preoccupano per l’influenza che i Paesi arabi potrebbero avere sui leader religiosi, provocando derive salafite.

Il governo punta a tagliare le relazioni tra i musulmani francesi e i loro Paesi di origine nel nome di un “protezionismo religioso” che nella pratica potrebbe rivelarsi più difficile del previsto.

La legge del 1905 sulla separazione tra Stato e Chiesa vieta i finanziamenti pubblici per la costruzione dei luoghi di culto, obbligando così le comunità religiose ad utilizzare sovvenzionamenti esterni. Macron ha evocato la possibilità di stabilire «un nuovo concordato», anche se per il momento restano sconosciute le modalità. La questione riguardante i finanziamenti risulta ancora più urgente alla luce degli ultimi dati diffusi dall’Istituto Montaigne: le 2450 moschee presenti sul territorio francese non sembrano essere sufficienti per i 2 milioni di musulmani praticanti. Secondo le stime, i fedeli avrebbero bisogno di 700mila mq in più, per un costo di realizzazione che oscilla tra i 150 e i 200 milioni di euro.

Un discorso analogo viene fatto per la formazione degli imam. In Francia non esiste uno statuto ufficialmente riconosciuto per i rappresentanti religiosi musulmani, che vengono generalmente nominati dalla loro comunità. Il rapporto senatoriale parla di «301 imam distaccati» in Francia dopo essersi formati in Turchia, Algeria e in Marocco.

Anche in questo caso Macron vuole invertire la rotta del suo predecessore, François Hollande, che nel 2015 firmò un partenariato bilaterale con l’istituto Mohammed VI di Rabat per l’educazione teologica dei giovani francesi musulmani intenzionati a diventare imam.

In un’intervista pubblicata la scorsa settimana da Le Parisien, il presidente della Fondazione per l’Islam di Francia, Jean-Pierre Chevenèment, ha proposto la creazione di un’università per la formazione degli imam francesi sovvenzionata con fondi pubblici. Un’idea ribadita anche dal ministro dell’Interno, Gèrard Collomb, che ha parlato di «diplomi universitari».

Al di là degli aspetti riguardanti la riforma, questi due punti portano alla luce un problema legato alla gerarchizzazione del culto musulmano, che a differenza di altre religioni non presenta una struttura omogenea e organizzata guidata da unico leader. Il risultato è la presenza di diverse correnti, totalmente distaccate l’una dall’altra. Oltre all’Islam sunnita, che rappresenta all’incirca il 90% dei fedeli, esistono varie comunità con pratiche che cambiano a seconda dei Paesi di origine. Una situazione che contribuisce a rendere ancora più complicata un’eventuale revisione imposta dalle istituzioni, che per il momento preferiscono la via del dialogo. A marzo i prefetti incontreranno circa 3mila rappresentati musulmani locali per ascoltare le loro esigenze e stabilire un primo contatto.

Con questa riforma Macron entra in un terreno minato costato già caro ai suoi predecessori. Creato nel 2003 dall’allora ministro dell’Interno, Nicolas Sarkozy, il Consiglio francese del culto musulmano (Cfcm) è nato per instaurare un legame tra la religione islamica e le istituzioni repubblicane, rivelandosi però un completo fiasco. Un sondaggio realizzato nel 2016 afferma che appena un terzo dei praticanti musulmani è a conoscenza di questo organismo, che fino ad oggi non si è distinto per nessuna azione concreta, rivelandosi un elemento ingombrante e costoso. Nel progetto in corso di preparazione c’è spazio anche per una ristrutturazione di questa associazione da parte del ministero dell’Interno.

Per evitare strappi o passi falsi che potrebbero compromettere la credibilità della riforma, Macron sta avanzando lentamente, prendendosi tutto il tempo necessario per studiare il progetto.

 Anche se ancora è troppo presto per trarre delle conclusioni, l’orientamento del governo sembra essere più quello di costruire un “Islam della Francia”  che un “Islam in Francia”: una formula  cara alla destra che in questo caso potrebbe aver ispirato la linea del governo. 

@DaniloCeccarell

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