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L'Italia non è un Paese per laureati

L’Italia non è un Paese per laureati, si sa. Ma è allarmante il fatto che non è nemmeno il Paese dei laureati.

Una donna inserisce volantini pubblicitari nelle cassette della posta a Napoli. REUTERS/Ciro De Luca
Una donna inserisce volantini pubblicitari nelle cassette della posta a Napoli. REUTERS/Ciro De Luca

L’Italia è ultima tra i Paesi Ue per il numero di laureati tra i trenta e i trentaquattro anni di età. Il tasso di abbandono scolastico è ancora al di sopra della media Ue nonostante stia diminuendo in maniera costante. La scuola superiore non riceve finanziamenti adeguati a far fronte al problema dell’invecchiamento e assottigliamento dei docenti. È quanto emerge dalla relazione della Commissione Ue sulla formazione e l’istruzione 2016 in Italia che constata che l’ingresso nel lavoro è difficile anche per le persone altamente qualificate e dà luogo al fenomeno della fuga dei cervelli. Questa fuga, si legge nel rapporto, “potrebbe rilevarsi una perdita netta e definitiva del capitale umano altamente qualificato, che potrebbe minare la competitività dell’Italia”.

Investire nel ritorno dei cervelli in fuga

Stando ai dati raccolti dalla valutazione Ue l’occupazione nel nostro paese delle persone tra i venticinque e i sessantaquattro anni di età era di poco inferiore alla media Ue, per i lavoratori poco qualificati la percentuale di occupazione era del 50.2% rispetto alla media Ue del 53.2%, per coloro mediamente qualificati nel nostro paese il tasso saliva al 70.1% rispetto al 73.9% Ue. Mentre per i lavoratori altamente qualificati le cose non vanno certamente bene nel nostro Paese che registra il tasso di occupazione più basso d’Europa (78.5%).

Non sorprende dunque che dal 2010 il fenomeno dei cittadini con un diploma di laurea in tasca che si trasferisce all’estero sia in rapida crescita. Ciò che è preoccupante è che quasi nessuno fa poi ritorno. Estremamente difficile rimane per il nostro Paese riattrarre giovani laureati italiani che lavorano all’estero guadagnando di più e ottenendo frequenti incrementi negli stipendi, che godono con più facilità di contratti a tempo indeterminato e soprattutto considerano le proprie qualifiche più appropriate al tipo di lavoro svolto, secondo i dati raccolti dal Consorzio Interuniversitario di AlmaLaurea 2016. Coloro che hanno svolto un dottorato all’estero, riporta l’Istat, ricevono maggiore attenzione rispetto al nostro Paese: salari nettamente più elevati e maggiori possibilità di fare carriera. Il dato amaro è che per l’Italia l’emigrazione di giovani all’estero non rientra in un processo normale di “circolazione di cervelli”, ossia un trasferimento temporaneo per ragioni di studio o lavoro per poi rientrare nel paese di origine, o di uno “scambio di cervelli”: in Italia i giovani competenti fuggiti non fanno quasi mai ritorno e il numero di stranieri altamente qualificato che sceglie l’Italia come destinazione è ancora decisamente scarso. La percentuale di stranieri con diploma di laurea in Italia nel 2014 era dell’ 11.5 %. I flussi migratori in uscita dal nostro Paese rimangono sottovalutati perché non tutti gli italiani all’estero si registrano presso le autorità consolari italiane nel paese di destinazione e quindi difficilmente rientrano nelle statistiche.

Scuola: diseguaglianze tra Nord e Sud Italia

Un sistema scuola con forti diseguaglianze è il panorama italiano: le prove invalsi e le valutazioni internazionali OCSE hanno rilevato differenze regionali nell’acquisizione delle competenze di base.

Per quanto riguarda l’abbandono scolastico le differenze Nord-Sud sono particolarmente evidenti, registrando un picco di abbandoni nelle isole. Rimane significativo anche il divario di genere tra l’abbandono dei ragazzi (17.5%) e quello delle ragazze (11.8%). A preoccupare è soprattutto la differenza nel tasso del numero di abbandoni da parte di studenti in Italia nati all’estero (31.3%) rispetto alla media Ue (19%). L’Italia sta comunque raggiungendo l’obiettivo nazionale di non superare il 16% di abbandono scolastico entro il 2020: la percentuale registrata nel 2015 è del 14.7%, comunque ancora al di sopra di quella Ue pari all’11%.

Il numero di studenti stranieri presenti nelle scuole statali è fortemente cresciuto negli ultimi anni e rappresenta il 9.5%. L’Italia sta iniziando ad affrontare questo fenomeno e nel concorso pubblico per personale docente di quest’anno saranno assunti per la prima volta insegnanti specializzati nell’insegnamento dell’italiano agli studenti stranieri. Questa dovrebbe rimanere la prassi anche per futuri concorsi pubblici. Guardando alla riforma della scuola 2015, secondo la valutazione Ue, sembrerebbe crescere la consapevolezza della necessità di un approccio verso una migliore inclusione degli studenti stranieri e all’educazione alla cittadinanza. Nel 2014 l’Italia era tra i paesi con la più bassa spesa pubblica per l’istruzione. Una spesa pari al 4.1% del Pil e al 7.9 % della spesa pubblica complessiva. Nel 2015 è stato però creato un fondo specifico dedicato al finanziamento della riforma della scuola e con un miliardo di euro e si prevede che dal 2016 saranno investiti nel fondo 3 miliardi all’anno.

@IreneGiuntella

 

 

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