“Jihad Academy”. L’Isis e gli errori dell’Occidente secondo Hénin

Nicolas Hénin è un giornalista indipendente. Specialista del Medio Oriente, lavora per la televisione franco-tedesca Arte ed il mensile francese Le Point. Ha passato gran parte della sua carriera di giornalista tra l’Iraq e la Siria. Era a Baghdad alla caduta di Saddam nel 2003 ed a Raqqa, in Siria, nel 2013, quando la città veniva presa dai jihadisti. Proprio in Siria, il 22 Giugno 2013 Nicolas Hénin viene sequestrato assieme al fotografo Pierre Torrès.

Durante il periodo in cattività incontra altri ostaggi eccellenti come James Foley, Didier François e Edouard Elias. Il suo carceriere è addirittura l’autore del massacro al Museo Ebraico di Bruxelles, Mehdi Nemmouche. Hénin verrà liberato dieci mesi dopo, il 18 Aprile 2014.

Di quella esperienza ricorderà “il lungo errare da luogo di detenzione in luogo di detenzione”, la fatica, i tentativi di fuga come la notte del 22 Giugno 2014, “una notte di libertà passata a correre nella campagna siriana prima di farmi riacciuffare dai sequestratori”, le giornate lunghe   ed infine la gioia indicibile della liberazione e la contemporanea tristezza per la morte di ostaggi che aveva conosciuto da vicino.

Oltre l’esperienza personale, Hénin affina l’intelligenza ed usa tutta la lucidità per poter spiegare la macchina, complessa, dello Stato Islamico soprattutto alla luce degli errori dell’occidente. E lo fa nel suo nuovo libro “Jihad Academy. Nos erreurs face à l’État islamique” (Fayard), in corso di presentazione in questi giorni in Francia. Nel suo libro-saggio denuncia “i due pesi e le due misure” dell’Occidente quando si tratta di deplorare le vittime dell’Isis: shock, orrore e titoli cubitali per gli ostaggi, freddezza delle cifre quando si tratta di enumerare le vittime civili irachene e siriane.

L’Isis e l’immaginario del califfato s’espandono perché quest’ultimo fa sempre nuovi proseliti, provoca sempre nuova fascinazione cercando costantemente il confronto/scontro con l’Occidente attraverso provocazioni, dichiarazioni altisonanti, video sanguinari.

Ma il paradosso è che più l’Isis predica e diffonde terrore con video di decapitazioni, d’immolazioni o di distruzione di antichità archeologiche, più la risposta militare ed il trattamento dei media sembrano assolutamente inadatti a combatterlo o anche a comprenderlo. Non solo, la risposta occidentale, agli occhi di Hénin, non fa che alimentare ancor di più la dinamica infernale che si è attivata tra Siria ed Iraq.

I bombardamenti della coalizione sulle posizioni dell’Isis, ad esempio, non toccano minimamente l’apparato sanguinario del regime di Assad e cio’ provoca rabbia presso la popolazione siriana, che si sente abbandonata e presa tra l’incudine jihadista ed il martello della repressione del regime che è responsabile della morte di oltre 200.000 persone. La tragedia siriana attira molto meno l’attenzione in Occidente delle decapitazioni di ostaggi eccellenti.

“L’Occidente è ossessionato dalla sicurezza e dal pericolo jihadista - scrive Hénin - ma sono le popolazioni locali ad essere le prime vittime. E l’Occidente dimentica che il principale terrorista resta il regime di Assad”. Hénin traccia diversi profili di occidentali che scelgono d’integrare i ranghi dell’Isis, uomini e donne “che hanno i nostri stessi riferimenti culturali”. Hénin analizza la propaganda dell’Isis, i cui video sono prodotti da una società tedesca, e mette in guardia i giovani che partono per la Siria per salvare le vedove e gli orfani vittime della repressione del regime di Damasco: non saranno infatti chiamati a combattere contro Assad.

Insomma comprendere lo Stato Islamico per meglio combatterlo è il reale progetto di questo libro-saggio che cerca di fornire piste per frenare i meccanismi di radicalizzazione che per Hénin si giocano su due livelli. “A livello individuale - scrive Hénin - con il fallimento dell’integrazione ed i discorsi d’identità che producono esclusione. A livello diplomatico, con una relazione che privilegia sempre gli autocrati alla popolazione. L’attitudine dell’Europa e degli Usa nei confronti di Abdel-Fattah Sissi ad esempio è il segno che non abbiamo compreso il primo insegnamento della Primavera araba. Nella nostra classe politica resta radicata l’idea che le dittature possano costituire una protezione efficace contro l’estremismo. I fatti dimostrano che è l’esatto contrario”.

Discriminazione, marginalizzazione, comunitarismo. Questo è il cocktail esplosivo che ha permesso la diffusione rapida dell’Isis. In Occidente, spiega Hénin, l’Isis diventa un’opportunità per i giovani in crisi d’identità che cercano di rivoltarsi all’ingiustizia e alle contraddizioni delle proprie società. Sono dunque un prodotto della nostra cultura, parlano la nostra lingua, hanno lo stesso bagaglio culturale da cui provenne dunque la forza dirompente della propaganda. Senza dimenticare, scrive Hénin, che la migliore “jihad academy” per i guerriglieri dell’Isis sono state le prigioni del regime siriano ed i campi di detenzione dell’esercito americano in Iraq.

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GUALA
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