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Jihadisti? Una rivolta generazionale e nichilista. La tesi di Olivier Roy

Una rivolta generazionale e nichilista che nulla ha a che vedere con il radicalismo religioso che ma che va cercata nelle radici stesse della globalizzazione, della frammentazione dell’individuo, nella frustrazione e emarginazione delle seconde generazioni e dei nuovi Europei “convertiti”.

Apartments are seen in a high-rise block in Choisy-le-Roi, a suburb of Paris July 22, 2013. REUTERS/Youssef Boudlal

Questo il succo di un editoriale apparso su Le Monde a firma di Olivier Roy, politologo e specialista dell’Islam, editoriale che ha fatto molto discutere in Francia perché per i detrattori di Roy significherebbe de-responsabilizzare l’Islam. Eppure la riflessione di Olivier Roy è molto più sottile e s’allarga sul fenomeno generazionale di un nichilismo crescente e della perdita di valori di larghe fette della società civile, un nichilismo che trascende l’uso politico dell’Islam radicale.

Di fronte a quello che Olivier Roy definisce “nichilismo generazionale” e di una “gioventù affascinata dalla morte”, Daesh non farebbe altro che attingere a piene mani nella riserva di giovani francesi radicalizzati che sono già entrati "in dissidenza" con la propria società di riferimento e cercano una qualunque causa, un'etichetta, un "label" pur di firmare col sangue la propria "rivolta personale". Ne è un esempio il fatto che molti degli attentatori non frequentavano moschee, conoscevano poco o nulla del Corano o della religiosità islamica.

Grazie a Daesh questi giovani perduti della mondializzazione, frustrati ed emarginati, si ritrovano improvvisamente investiti di un sentimento di onnipotenza grazie alla propria stessa violenza che permette di legittimare ogni azione compiuta. Giovani dunque che fanno riferimento a Daesh come prima facevano riferimento ad Al Qaeda o ad altre sigle. Insomma, un "label".

Ed è qui che avviene il capovolgimento massimo della riflessione di Olivier Roy: non si tratta dunque della radicalizzazione islamica delle nuove leve di jihadisti ma di una “islamizzazione della radicalizzazione sociale”, come dimostra ad esempio il caso di Maxime Auchard, il giovane ragazzo della campagna normanna che decide di abbandonare tutto e di combattere nei ranghi di Daesh in Siria. Per questi giovani, la comunità musulmana ha soltanto un’esistenza virtuale, che serve a dare supporto contenutistico e a mascherare il vuoto psicologico ed il disagio sociale. Non si tratta di una rivolta dell’Islam o dei musulmani ma di un grave problema sociale che concerne gli immigrati di seconda generazione e i nuovi europei convertiti.

Anche le seconde generazioni infatti non aderiscono all’Islam dei loro genitori e non vogliono rappresentare, nella propria rivolta di cio’ che li circonda, una tradizione che si rivolterebbe contro l’occidentalizzazione. In realtà sono perfettamente occidentalizzati, parlano francese meglio dei loro genitori, bevono alcool, fumano, si drogano, vanno in discoteca. Non c’è nulla di una “conversione religiosa” o di un preteso conservatorismo religioso nel loro percorso esistenziale.

D’improvviso poi si convertono all’Islam salafita in quanto si tratta di un Islam che rifiuta ogni nozione culturale e che permette ad ogni individuo di costruirsi da solo, di fare storia a sé, di liberarsi paradossalmente anche delle tradizioni relgiose imposte dai propri genitori. In breve si tratta di un paradigma che permette di fare tabula rasa di cio’ che rappresenta in sé l’individuo ed i suoi valori costruiti ed in questo capovolgimento dà un senso di onnipotenza, di costruzione ex nihilo, perché si basa esclusivamente sul proprio autoergersi ad arbitro della propria esistenza nell’annientare sé stesso e gli altri.

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