Sta per nascere l'esercito del Kosovo, ma i serbi non ci stanno

Pristina ha dato il via libera alla trasformazione delle sue forze di sicurezza in un esercito, un passaggio cruciale per diventare uno Stato vero e proprio. Ma il sostegno della comunità internazionale manca. La minoranza serba insorge. E la tensione torna a salire nella regione

 Le forze di sicurezza del Kosovo sfilano durante la celebrazione del decimo anniversario dell'indipendenza del Kosovo a Pristina
Le forze di sicurezza del Kosovo sfilano durante la celebrazione del decimo anniversario dell'indipendenza del Kosovo a Pristina. REUTERS/Ognen Teofilovski

Il Kosovo è pronto a far nascere un esercito nazionale. Il mese scorso il parlamento di Priština ha dato il via libera a tre proposte che prevedono l’evoluzione delle attuali forze di sicurezza (Fsk), in gran parte formate da ex-membri dell’Uçk - organizzazione paramilitare protagonista della guerra con Belgrado alla fine degli anni '90 - in un vero esercito, oltre alla creazione di un ministero della Difesa. Tramite l’escamotage dell’approvazione in prima lettura è stato aggirato il veto dei deputati serbi. Stando alle autorità kosovare, entro fine anno il Paese avrà le proprie forze armate: concretamente, si tratta di aumentare gli effettivi, migliorare l’equipaggiamento e ampliare le prerogative delle Fsk.

Il premier Ramush Haradinaj (storico leader Uçk) ha difeso questa forzatura sostenendo che aiuterà la stabilità della regione senza danneggiare il dialogo con Belgrado. Ufficialmente, la Nato si è limitata a rammentare salomonica che qualunque modifica al mandato delle Fsk deve avvenire concertandosi con tutte le parti in causa e in accordo con la Costituzione.

Tuttavia, l’iniziativa non ha tardato a suscitare le ire della controparte. I rappresentanti della minoranza serba, notoriamente longa manus di Belgrado nell’ex provincia meridionale, hanno invocato il rispetto della risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza Onu del 1999 e della Costituzione kosovara, che non menzionano la possibilità di sviluppare un esercito professionale. Secondo fonti vicine al governo di Priština, già 300 cittadini di nazionalità serba avrebbero però manifestato l’interesse ad arruolarsi nella nuova armata. E la Croazia ha colto la palla al balzo per arrecare un colpo basso allo storico nemico serbo, offrendo il proprio sostegno logistico.

La costituzione di un esercito, progetto vaticinato almeno dal 2014, è un passaggio fondamentale per quello che rimane l’obiettivo prioritario di Priština: diventare uno Stato vero e proprio. Permangono comunque gli stessi due ostacoli palesatisi ogni qual volta il più giovane Stato d’Europa ha accarezzato provvedimenti similari: l’opposizione della minoranza serba, il cui consenso è necessario per alterare il testo costituzionale, e lo scarso supporto degli attori internazionali. Questi ultimi temono che un esercito nazionale kosovaro potrebbe entrare in competizione con le Kfor, le forze Nato di stanza in loco. Se per ora prevale una linea attendista, è comunque evidente che provvedimenti del genere contribuiscono ad alzare la tensione nella regione.

Mentre durante l’estate era parso di notare una détente tra Serbia e Kosovo, perlomeno attorno all’ipotesi di scambio di territori discusso dai presidenti Vucic e Thaci, negli ultimi giorni i rapporti sono infatti tornati alla consueta dinamica di muro contro muro.

L’ultimissimo scontro si è consumato pochi giorni fa, durante l’assemblea generale dell’Interpol, svoltasi a Dubai. Per la terza volta in quattro anni, la candidatura del Kosovo è stata bocciata dall’assemblea (accettati invece gli arcipelaghi di Kiribati e Vanuatu). Belgrado ha accolto la “grande vittoria” con giubilo e il presidente serbo ha sfruttato l’occasione per specificare che «azioni unilaterali non portano ad alcun risultato». Il suo omologo kosovaro ha invece stigmatizzato la scelta dell’assemblea, che avrebbe sprecato un’occasione per rafforzare la lotta al crimine nella regione balcanica. Scenario dove il Kosovo gioca il ruolo cardinale di hub per una vasta gamma di operazioni condotte dai network transnazionali della criminalità organizzata.

La scelta unilaterale kosovara di aumentare d’emblée i dazi sui prodotti importati da Serbia e Bosnia del 100% è stata interpretata come una sproporzionata ritorsione per la mancata ammissione di Priština tra i membri dell’ente di polizia transnazionale, non essendo identificabili ragioni di ordine economico. Già l’incremento del 10% deciso a inizio mese, giustificato dalle autorità kosovare in virtù delle pressioni di Belgrado sui serbi già intruppati nelle Fsk, aveva fatto infuriare le due repubbliche post-jugoslave. 

@simo_benazzo

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