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Rabbia e pensiero, nel rifugio culturale dei serbi del Kosovo

Da fuori sembra una baracca, ma al Bes(i)misao gli studenti tengono in vita una certa idea del mondo e della loro insensata Mitrovica, la piccola capitale dei serbi del Kosovo che rischia di rimanere schiacciata dalla depressione

Photo credit facebook.com/besimisao/
Photo credit facebook.com/besimisao/

Mitrovica - L'interno è arredato in stile vintage e alle pareti ci sono molte icone: Nikola Tesla, Fedor Dostojevskij, Rembrandt. In fondo alla stanza un piccolo busto di Tito a mo' di osservatore.

Il centro culturale “Bes(i)misao” è tutto qui. Quattro mura dominate dai classici della letteratura jugoslava, russa e inglese, un tavolo al centro e un gruppo di ragazze e ragazzi attorno.

Tra loro c'è Stefan Cerovina, 29 anni, nato e cresciuto a Mitrovica Nord, la parte serba di questa città divisa. Mette a posto la stanza prima dell'inizio dell'evento della serata: la proiezione di un documentario su un regnante serbo del quattordicesimo secolo. «Noi vogliamo coinvolgere gli studenti, liberare il loro potenziale e sfruttare la loro energia in piccole attività, facendo fare loro quello che gli piace» dice Cerovina, uno dei fondatori del Bes(i)misao.

Due anni fa, quando lo aprirono, ognuno donò qualcosa: c'è chi ha portato un acquario, delle poltrone in design jugoslavo, mentre il vicino albanese regalò la sua vecchia stufa.

Il Bes(i)misao rappresenta un punto di incontro tra il mondo accademico e quello della quotidianità di Mitrovica Nord. Mitrovica Nord senza gli universitari sarebbe deserta. Gli studenti sono diecimila, cioè un terzo della popolazione. La loro presenza è fondamentale per l’economia locale (affitti e consumi), ma anche per un discorso identitario: avere qualcosa d’importante in un luogo fondamentalmente depresso. L'ateneo è quello dell'Università di Pristina. Già, perché da dopo la guerra Mitrovica ha dato rifugio non solo a molti serbi scappati dalle aree a maggioranza albanese, ma anche alle facoltà in lingua serba del polo universitario di Pristina.

La definizione che hanno affiancato al Bes(i)misao è di rifugio culturale. Ma da cosa si rifugiano i giovani di Mitrovica Nord?

«Dalla banalità della vita di tutti i giorni, dal menefreghismo del prossimo e dal narcisismo regnante» dice Cerovina, laureato in psicologia, riferendosi al senso del Bes(i)misao. Il nome ha un doppio significato: “besmisao” vuol dire “insensatezza”; mentre nella variante “bes-i-misao” significa “rabbia e pensiero”. «La rabbia – spiega Cerovina – è un sentimento umano in grado di liberare una forte energia quando incanalata nel modo giusto, attraverso la definizione di un pensiero».

A personificare questo processo, è la natura stessa del rifugio, che da fuori sembra solo una baracca. Prima era una piccola kafana, cioè un'osteria dove si mangia, si beve e si ammazza il tempo. Ora invece il tempo qui dentro è scandito dalle attività autogestite: il martedì c'è la serata cinema, il mercoledì si discute di letteratura, mentre il giovedì l'appuntamento è con la storia.

E sono proprio queste attività offerte da Bes(i)misao a rappresentare il momento in cui i pensieri dei giovani di Mitrovica si confrontano. Perché il film del martedì non solo colma il buco dell'assenza di cinema in città. Dopo il film i ragazzi infatti si siedono in cerchio ed esprimono i loro punti di vista sul film, e sul mondo. Ci si confronta apertamente. Ed è lo stesso durante la serata dedicata alla storia. «Porta sempre a discussioni vivaci e non succede mai che siamo tutti d'accordo», spiega Nemanja Zarkovic, guardia forestale di 29 anni che nel 1999 lasciò Kosovo Polje e si rifugiò a Mitrovica.

D'altronde, senza voler citare Winston Churchill, qui a Mitrovica Nord si è davvero prodotta più storia di quanto una cittadina di appena trentamila persone ne potesse digerire. Ai tempi della Jugoslavia, Mitrovica era unita, e per via dell'enorme complesso minerario era la città più ricca del Kosovo, nonché un ponte tra le culture. Da dopo la guerra invece il ponte è stato chiuso, le culture separate e con il collasso delle miniere di carbone è diventata una delle città più povere del Paese.

Cerovina e Zarkovic sono amici da prima che fondassero il Bes(i)misao: conoscono il posto in cui vivono e sono coscienti delle difficoltà di Mitrovica, dove si stima che oltre il 60% dei giovani sia disoccupato.

La realtà di Mitrovica Nord, schiacciata dall'alta disoccupazione e tenuta a galla dagli studenti, aiuta a capire il senso di un piccolo circolo che vuole offrire un rifugio alla cultura stessa. «Questo posto è necessario perché è un collezionista di valori che altrimenti scomparirebbero e che qui dentro progrediscono» sostiene Zarkovic.

Nonostante il rifugio culturale si sostenga solo con offerte libere, i ragazzi non limitano le proprie ambizioni. Il loro desiderio è che realtà come Bes(i)misao fioriscano sempre più e facciano rete tra loro. A partire dalla stessa Mitrovica, dove si sente il bisogno di cultura e dove un ponte, paradossalmente, dimostra che qui non è facile unire. Ma con la cultura, forse, anche gli stereotipi si possono superare. (3-continua)

Terza parte del reportage a puntate “Diario da Mitrovica”, di Giorgio Fruscione e Matteo Tacconi, realizzato in occasione dei dieci anni della dichiarazione d'indipendenza del Kosovo. Potete leggere le altre puntate qui.

@Gio_Fruscione

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