eastwest challenge banner leaderboard

Kosovo: nuove scintille contro la Serbia. L’alleanza di Haradinaj vince le elezioni

Pristina - Il Kosovo ha scelto: la coalizione guidata dal Partito Democratico del Kosovo (PDK) si conferma come la forza politica dominante. Al raggruppamento formato dal Partito democratico del Kosovo (Pdk, leader Kadri Veselj), dall’Alleanza per il futuro del Kosovo (Aak, leader Ramush Haradinaj) e dal movimento Nisma (di Fatmir Limaj) sarebbe andato circa il 40% circa dei voti. Il passo successivo su cui è al lavoro la coalizione sarà la scommessa di ottenere la maggioranza di governo alleandosi con il partito Vetevendosje.

Peja/Peć, Kosovo. In un laboratorio di un fabbro il fuoco è acceso per la lavorazione dei metalli. Ph. Luigi Avantaggiato
Peja/Peć, Kosovo. In un laboratorio di un fabbro il fuoco è acceso per la lavorazione dei metalli. Ph. Luigi Avantaggiato

Durante la campagna elettorale, l’intesa siglata tra queste tre forze è stata ribattezzata come “coalizione della guerra”, a causa della presenza di numerosi ex combattenti dell’UCK (Ushtria Çlirimtare e Kosovës), la guerriglia indipendentista albanese di matrice terroristica che combatté contro i serbi nel conflitto armato svoltosi tra il 1996 ed il 1999 in Kosovo. Lo stesso Haradinaj fu più volte accusato dal Tribunale dell’Aja per crimini contro l’umanità, ma mai condannato. Mentre in questi anni la Serbia ha fatto di tutto per mettere le mani sul generale, il Kosovo non ha mai smesso di lodare le rivoltose ideologie del passato celebrando l’iconografia dell’uomo di potere che ha combattuto per esse. Nel Paese il nazionalismo ideologico è ancora vivo, forte e imprimente e gli eroi dell’UCK vengono commemorati nei cimiteri e attraverso loghi e monumenti sparsi lungo tutto il territorio.

Deçan/Dečani, Kosovo. Un poster di Haradinaj sulla facciata di un edificio nella piazza principale della città. Ph. Luigi AvantaggiatoDeçan/Dečani, Kosovo. Un poster di Haradinaj sulla facciata di un edificio nella piazza principale della città. Ph. Luigi Avantaggiato

Pristina, Cimitero dell’UCK. La tomba del Comandante Islam Berisha ucciso nel 2003 nella municipalità Zvečan. Ph. Luigi AvantaggiatoPristina, Cimitero dell’UCK. La tomba del Comandante Islam Berisha ucciso nel 2003 nella municipalità Zvečan. Ph. Luigi Avantaggiato

Deçan/Dečani, Kosovo. Un pompiere dinanzi la ex sede di una brigata dell’UCK oggi utilizzata come stazione dei Vigili del Fuoco. Ph. Luigi AvantaggiatoDeçan/Dečani, Kosovo. Un pompiere dinanzi la ex sede di una brigata dell’UCK oggi utilizzata come stazione dei Vigili del Fuoco. Ph. Luigi Avantaggiato

Quello che si prospetta all’orizzonte è uno scenario di nuove scintille tra il Kosovo e la Serbia: a più riprese infatti l’ex Generale dell’UCK ha dichiarato di non voler rispettare gli accordi conclusi a Bruxelles nel 2013 tra Pristina e Belgrado e di essere fortemente contrario alla creazione della nuova Comunità delle municipalità serbe in Kosovo.

Il “dialogo” con la Serbia è sempre stato carico di affanni e di azioni più vicine agli insulti che all’intesa. A partire dal gennaio di quest’anno una serie di forti provocazioni politiche hanno ridestato le animosità sopite tra l’etnia serba e quella kosovara-albanese, tra le quali spicca l’evento del «treno della discordia», il convoglio partito da Belgrado e diretto a Mitrovica (la città al confine tra i due Stati ancora oggi divisa da un ponte sul fiume Ibar che separa la parte serba da quella albanese) decorato con la scritta “Kosovo is Serbia” stampata in ventuno lingue. Questo episodio si aggiunge a un elenco puntato di situazioni al limite che hanno generato nuove instabilità nel fragile equilibrio politico dei due Paesi, come la mancata estradizione da parte della Francia di Haradinaj e la proposta di Pristina di un esercito autonomo in Kosovo, eventi condannati sia dai cittadini di etnia albanese, sia dalla minoranza serba che vive scollegata nelle varie enclave del Paese.

Dieci anni dopo la dichiarazione di indipendenza dalla Serbia, la forza politica guidata dall’ex leader dell’UCK eredita un paese ancora povero (lo stipendio medio è di 350,00 euro circa), con la disoccupazione ferma al 40% e un tasso di corruzione tra i più alti d’Europa. A questo scenario si aggiunge poi la minaccia jihadista, sempre più imprimente nell’area.

Uno stato cuscinetto militarizzato da vent’anni

Il ping-pong di provocazioni tra la Serbia e il Kosovo non è mai cessato: le tensioni seguitano a serpeggiare silenziosamente, tenute a bada in uno territorio presidiato militarmente da quasi vent’anni.

Le forze di sicurezza della missione Nato “Kosovo Force” (KFOR) sono dislocate lungo tutto il territorio. Gli sforzi dell’intera missione rispondono a mandati di deterrence presence e si fanno carico di fornire supporto alle diverse necessità incontrate dalle comunità kosovare, con particolare attenzione alle urgenze delle minoranze serbe che vivono sparpagliate nelle enclave, villaggi composti da poche centinaia di persone, in molti casi sprovvisti di autonomia e di risorse.

Peja/Peć, Kosovo. La base del Multi National Battle Group West della Missione KFOR che opera nella zona Ovest del Kosovo. Ph. Luigi AvantaggiatoPeja/Peć, Kosovo. La base del Multi National Battle Group West della Missione KFOR che opera nella zona Ovest del Kosovo. Ph. Luigi Avantaggiato

Orahovac, Prizren, Kosovo. Un medico italiano della missione KFOR durante una visita nella clinica dell’enclave. Ph. Luigi AvantaggiatoOrahovac, Prizren, Kosovo. Un medico italiano della missione KFOR durante una visita nella clinica dell’enclave. Ph. Luigi Avantaggiato

Il controllo del territorio e la presenza dei soldati nei luoghi sensibili del Kosovo gioca un ruolo decisivo per l’equilibrio del Paese. «Abbiamo una fitta rete di monitoraggio che si basa sulle forze che sono giornalmente sul terreno e che ci consente di valutare qual è la progressione verso la normalizzazione dell’area» specifica il Generale di Divisione Giovanni Maria Fungo che dal settembre del 2016 detiene la leadership della missione. «Ogni giorno piccole pattuglie di soldati armati in maniera leggera vanno in giro e tastano il polso della situazione sociale. Ci piace definirli come “assistenti sociali militari” in quanto restituiscono la sensazione di quali sono le esigenze e le problematiche reali della popolazione a prescindere da quello che è riportato sui media o da ciò che viene discusso negli ambienti politici e amministrativi».

Istok, Kosovo. L’abitazione di una famiglia serba vista attraverso un visore notturno durante un’operazione di pattugliamento. Ph. Luigi AvantaggiatoIstok, Kosovo. L’abitazione di una famiglia serba vista attraverso un visore notturno durante un’operazione di pattugliamento. Ph. Luigi Avantaggiato

Il conflitto etnico irrisolto: la minoranza serba

Dopo la fine della guerra, in un periodo compreso tra il 2000 e il 2008, la missione Onu in Kosovo (UNMIK) frammentava la minoranza serba scampata alla pulizia etnica albanese in enclave sparse per tutto il Paese. Appartenere a un’enclave serba significa vivere entro i confini di un Paese differente da quello cui si appartiene politicamente e linguisticamente. Nel quotidiano o nella vita di tutti i giorni vuol dire riceve educazione scolastica, assistenza sanitaria, diritti e doveri serbi. Significa essere seppelliti in un cimitero serbo all’interno delle municipalità albanesi. Chi abita in una enclave sopravvive con i frutti del proprio orto, allevando animali da cortile o facendo qualche lavoro artigianale. Emarginati.

Orahovac, Prizren, Kosovo. Tomić, 48 anni, con le pecore al pascolo. Ph. Luigi AvantaggiatoOrahovac, Prizren, Kosovo. Tomić, 48 anni, con le pecore al pascolo. Ph. Luigi Avantaggiato

Pristina, Kosovo. Un cimitero serbo nella capitale, non curato e incustodito. Ph. Luigi AvantaggiatoPristina, Kosovo. Un cimitero serbo nella capitale, non curato e incustodito. Ph. Luigi Avantaggiato

«La vita dei serbi del Kosovo non è facile. Naturalmente dobbiamo considerare che oltre i 2/3 della popolazione serba dell’anteguerra non è più qui, ed è molto dura per loro ritornare perché anche se ora non sono direttamente perseguitati, uccisi o rapiti come accadeva subito dopo la guerra, ci sono molti ostacoli amministrativi da parte della autorità locali che rendono molto difficile farli tornare qui e vivere in maniera appropriata, come assicurare la scolarità, il diritto alla salute e un normale accesso alle istituzioni. […] Vorremmo che le persone serbe avessero più diritti, più giustizia, ottenere le loro proprietà e avere completa libertà di movimento. Sfortunatamente abbiamo diversi casi in cui i serbi non sono neppure ammessi nei posti in cui prima abitavano. […] In Kosovo ci sono ancora leader politici albanesi che inneggiano nuovamente all’integrazione del Kosovo con l’Albania e questo è molto provocatorio. L’idea di un intervento internazionale qui non dovrebbe essere funzionale al progetto di una “Grande Serbia” o di una “Grande Albania”. Le persone dovrebbero vivere insieme dove sono e non dovremmo permettere in nessun modo la persecuzione della gente, a maggior ragione su basi etniche o religiose». È il disappunto di Padre Janjic Sava, egumeno del Monastero di Visoki Dečani e massima autorità della chiesa ortodossa in Kosovo.

Nonostante il conflitto sia finito da vent’anni, la vita per la popolazione serba è ancora molto difficile. La comunità trova molta difficoltà nell’inserimento sociale e istituzionale o ad avere accesso a posizioni lavorative di peso: «In Kosovo la partecipazione delle minoranze nel processo decisionale a livello delle municipalità è molto limitata data la mancanza di forti legami di comunicazione tra i leader dei comitati comunitari e i membri delle minoranze che invece dovrebbero essere consultati sulle questioni che gli riguardano» (G. Stevens, Filling the Vacuum: Ensuring Protection and Legal Remedies for Minorities in Kosovo, Minority Rights Group International, 2009).

Istok, Kosovo. Zorban Čembić, 48 anni, accarezza con il suo gatto Radmilo. «Ci sono voluti diversi anni per farmi riconoscere la casa dal governo kosovaro». Ph. Luigi AvantaggiatoIstok, Kosovo. Zorban Čembić, 48 anni, accarezza con il suo gatto Radmilo. «Ci sono voluti diversi anni per farmi riconoscere la casa dal governo kosovaro». Ph. Luigi Avantaggiato

Ad Istok, alcune famiglie esodate dalla guerra hanno da poco fatto ritorno nello loro abitazioni. Qui il treno “Kosovo is Serbia” non è passato senza conseguenze: «Si ci sono state delle conseguenze: alcuni di noi hanno ricevuto insulti e minacce. C’è chi ha preferito staccare la targa dalla propria automobile. Era facile incrociare dei veicoli che andavano o tornavano da Peć sprovviste della targa. Noi non avevamo nessuna colpa. […] Ci sono voluti anni per farmi riconoscere la casa e adesso ho di nuovo paura che la situazione possa sfuggirmi di mano con un niente».

Zorban Čembić è tornato a Istok nel dicembre del 2016. Era fuggito nel 1997 assieme a migliaia di serbi che scappavano dalle persecuzioni albanesi. Vive al di fuori del piccolo centro urbano e trascorre tutta la giornata a lavorare la terra. La sera, con il suo gatto Radmilo, si rilassa sorseggiando la grappa all’albicocca che produce a settembre.

Pristina, Kosovo. Il monumento “New Born” è stato installato il 17 febbraio 2008, giorno della dichiarazione di indipendenza del Kosovo dalla Serbia. Ph. Luigi AvantaggiatoPristina, Kosovo. Il monumento “New Born” è stato installato il 17 febbraio 2008, giorno della dichiarazione di indipendenza del Kosovo dalla Serbia. Ph. Luigi Avantaggiato

Scrivi il tuo commento
@

La voce
dei Lettori

eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città Invia la tua domanda ad eastwest

GUALA