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L’Amore al tempo di Calais: la storia impossibile di Marguerite e di un rifugiato nella Giungla

Si può amare nella Giungla di Calais? Marguerite Stern, volontaria nella Giungla di Calais sin dall'agosto 2015, ha conosciuto un rifugiato sudanese nella parte sud della giungla, proprio dove sono iniziati gli sgomberi il 29 febbraio scorso. Dopo diversi incontri e chiacchierate tra i due sboccia l’amore ma inizia anche un terribile calvario per cercare di strapparlo dal campo, con un viavai tra Ufficio Francese dell'immigrazione e dell'integrazione (OFII), la questura, e poi i ricorsi alla Corte Nazionale per il Diritto d'Asilo (CNDA) affinché il suo nuovo compagno, che nel suo paese natale il Sudan è stato arrestato e torturato più volte, possa ricevere lo statuto di rifugiato. Ancora oggi attende la decisione finale. Rischia l’espulsione. Ecco il suo racconto.

A migrant protests against his evacuation and the partial dismantlement of the camp for migrants called the "Jungle" in Calais, France, March 7, 2016. REUTERS/Pascal Rossignol

“Alla fine dell’estate scorsa – racconta Marguerite - ho seguito un’amica che si occupava di rifugiati nella Giungla di Calais. Mi sono fermata tre giorni laggiù. Il contesto di Calais è particolarmente crudele, duro, difficile. Le condizioni di vita sono inumane. Si tratta di un’esperienza traumatica non solo per i rifugiati ma anche per i volontari e per tutti coloro che cercano di aiutarli. Dopo esserci stata tre giorni però ho deciso di ritornare. Col tempo ho cominciato a considerare i rifugiati come miei amici e per me era una pena ogni volta tornarci e vederli sopravvivere in condizioni simili.”

I rifugiati del Sudan, questa tragedia dimenticata

“Nella Giungla ci sono tantissime nazionalità. Afghani, egiziani, coreani, siriani anche palestinesi. A me è capitato di andare nella parte di campo dove risiedono i rifugiati sudanesi. Si parla molto dei rifugiati siriani, dei curdi. I sudanesi non sono molto mediatici, di loro se ne parla poco. Un giorno sono entrata nella ‘scuola’ locale. La porta era aperta. Per il clima che ho incontrato ed un impulso personale da quel giorno ho deciso di voler dare una mano ai volontari offrendo corsi di francese. Ho anche imparato qualche parola d’arabo. Ogni lezione infatti è sempre uno scambio, si dà qualcosa e si riceve qualcosa in cambio. E’ stato un periodo che mi ha arricchito dentro. E’ stato in questa parte del campo che l’ho incontrato. Abbiamo parlato in inglese. Abbiamo discusso e ci siamo conosciuti. Così mi sono innamorata di lui. E’ una cosa che è accaduta così, all’improvviso, una cosa che non puoi prevedere. Da quel giorno in poi non ci siamo mai più separati”.

Più difficile salpare illegalmente verso l'lnghilterra o tentare di ottenere lo statuto di rifugiato politico in Francia?

“Quando l’ho incontrato lui cercava ancora di passare in Inghilterra. Le condizioni della Giungla sono molto dure e lui voleva andarsene via. L’amministrazione francese è ostica, difficile, anche per noi francesi, figuriamoci per chi non parla la lingua locale. I rifugiati a volte non vengono trattati bene. Devo dire però che la maggior parte delle persone che ho incontrato fa bene il proprio lavoro e non posso lamentarmi. Il problema è che c’è poca comunicazione tra i diversi uffici. Così abbiamo collezionato appuntamenti su appuntamenti, file d’attesa interminabili, sveglie all’alba (la Giungla è a un’ora a piedi dal centro città) con la pioggia, il freddo, soprattutto dopo aver dormito per giorni e giorni in una tenda. Per fare questo ci vuole tanta e tanta forza, determinazione. Tra l’altro vedevo persone che facevano la mia stessa trafila, persone ferite, con le stampelle. Ho immaginato il loro calvario. Agli appuntamenti le domande che vengono poste ai richiedenti asilo sono molto precise. Bisogna ricordare date, luoghi. Ma per i rifugiati è spesso difficile, dopo aver percorso migliaia e migliaia di chilometri tra marce a piedi, tragitti in nave, treni, ricordare le date precise. Molti cercano di rimuovere inconsciamente i traumi, la fuga, le violenze subite. Tra l’altro il fatto d’essere imprecisi può essere pregiudizievole per le autorità”.

Il periplo dal Sudan a Calais attraverso l’Italia

“Di solito i rifugiati che fuggono dal Sudan hanno due possibilità. O si passa attraverso l’Egitto, ma costa più caro anche se il tragitto è diretto fino alle coste italiane. Oppure si passa per la Libia. Qui le condizioni dei rifugiati sono vicine alla schiavitù. E’ un paese in cui c’è molto razzismo verso le persone di colore. Il mio compagno, non avendo molti soldi, è stato obbligato a passare per la Libia. Qui è rimasto bloccato diversi mesi a lavorare duramente per potersi pagare il viaggio verso l’Italia. C’è da dire che gli africani che lavorano in Libia e che lavorano per pagare i “passeurs” e la traversata lavorano mesi e mesi a volte senza essere nemmeno pagati. Subiscono furti ed attacchi a mano armata, violenze, le loro abitazioni vengono costantemente svaligiate. Per le donne è ancora più duro, vengono violentate, vendute come schiave. Il mio compagno però è riuscito dopo mesi a mettere da parte abbastanza soldi per pagarsi la traversata. E’ partito con suo zio, su un barcone, ed è giunto vivo sulle coste italiane. Qui è rimasto due settimane in un centro di accoglienza che in realtà era un vero e proprio campo di prigionia. Da qui è dovuto fuggire ed ha preso clandestinamente un treno fino a Marsiglia e poi da qui a Parigi e poi fino a Calais”. 

Pulizia etnica in Sudan

“Il mio compagno è partito da Kartum ma è originario del Darfur dove è in corso una vera e propria pulizia etnica. Il mio compagno appartiene ad un’etnia perseguitata. E’ stato arrestato due volte. Una volta perché accusato di aver partecipato ad una manifestazione. Un altro giorno la polizia invece è entrata a scuola e l’ha arrestato davanti a tutta la classe. Oltre all’umiliazione subita, ha trascorso ben due mesi in cercere. Le prigioni sono palazzi abbandonati utilizzati dall’esercito per evitare che si sappia dove sono detenuti i prigionieri. Qui le persone vengono minacciate, torturate senza che nessuno sappia nulla. Il mio compagno è stato picchiato ripetutamente tanto che alla fine non riusciva più ad alzarsi e a muovere le gambe”.

L’approdo in Francia, la richiesta d’asilo

“Solo in Francia il mio compagno, soprattutto dopo avermi incontrata, ha ritrovato la speranza, la voglia di vivere, delle condizioni umane anche se a Calais non si vive ma si sopravvive. Docce fredde, freddo, fango, solitudine. Anche io sono rimasta traumatizzata. Quando poi tu sai che la persona che ami vive in un posto del genere è difficile addormentarsi la notte. Abbiamo depositato una domanda di asilo politico in Francia che è stata rigettata. Quando subisci un rifiuto l’unica possibilità che ti resta è quella di fare ricorso alla Corte Nazionale per il Diritto d'Asilo (CNDA) e la risposta di quest’organismo sarà definitiva. Se sarà negativa la presenza del mio compagno qui in Francia sarà considerata illegale”.

L’amore a Calais. E’ possibile?

“Sicuramente le condizioni difficili, la reale possibilità di restare separati, la minaccia di espulsione che pende sul mio compagno, tutto questo non ha fatto altro che fortificare il nostro legame. A Calais poi non c’è nient’altro. Non c’è vita, non c’è svago, non c’è nulla. Sono solo i legami umani che ti permettono di sopravvivere ad un lungo inverno. E l’amore sì, è possibile, e noi ne siamo la prova vivente”.

@marco_cesario

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