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L’Austria vuole ridurre gli assegni familiari per gli stranieri

Un’iniziativa che non piace al premier ungherese il quale pretende ora il rispetto degli accordi Ue.Tit for Tat, dicono gli inglesi. Chi la fa l’aspetti, si potrebbe tradurre in italiano. Una lezione che diverte però poco il premier ungherese Viktor Orban, il quale, toccato sul vivo, ora insiste sul rispetto degli accordi europei. Il premier ungherese ce l’ha con il governo di grande coalizione austriaco.

Il Presidente ungherese Viktor Orban. REUTERS/Laszlo Balogh
Il Presidente ungherese Viktor Orban. REUTERS/Laszlo Balogh

Il partito popolare Övp, partner di minoranza, vuole che in futuro i lavoratori stranieri di area Unione Europea, le cui famiglie sono rimaste nel paese d’origine, ricevano un assegno familiare indicizzato a quanto viene corrisposto nel paese di provenienza e non più sulla base di quanto previsto dalla normativa austriaca.

Una misura questa che toccherebbe in modo molto doloroso gli ungheresi. E’ soprattutto negli ultimi anni che si è assistito a un incremento dell’immigrazione ungherese e del fenomeno di pendolarismo (si calcola in 28 mila lavoratori) soprattutto nella regione orientale del Burgenland che confina con l’Ungheria. I motivi sono innanzitutto economici: chi come pendolare lavora in Austria, viene pagato secondo i contratti collettivi austriaci, e vive però in Ungheria, ha vinto una sorta di terno al lotto, visto che i prezzi sono molto più bassi dalla parte magiara.

Comprensibile dunque che a Orban le intenzioni di Vienna non piacciono affatto. L’Austria starebbe minando i trattati europei ha denunciato il premier alla radio pubblica ungherese. Per giunta in modo subdolo, adottando la strategia di piccoli spezzettamenti, “per poi ritrovarsi un giorno con l’impianto europeo completamente stravolto”. Ma lui, Orban si opporrà decisamente a questo disegno politico. Ne andrebbe anche del consenso politico in patria.

Attualmente lo stato austriaco paga, infatti, per i figli rimasti in Ungheria complessivamente 65 milioni di euro all’anno. Se la riforma passasse, la cifra si ridurrebbe, a partire dal 1 gennaio 2018 di ben 35 milioni di euro, il che vorrebbe dire un assegno non più di 150  euro al mese, ma solo di 82 euro. Per gli slovacchi si passerebbe invece da 60 a 38 milioni di euro, per i polacchi da 35 a 19 milioni di euro. Per i figli di tedeschi, invece, l’attuale esborso di 6 milioni di euro resterebbe più o meno invariato, mentre andrebbero più soldi per i figli di danesi, belgi, francesi, svedesi e altri paesi del nord.

Nel 2015 l’Austria ha pagato 249 milioni di euro per 122 mila assegni familiari i cui beneficiari vivono all’estero. Con la riforma si conta di risparmiare 100 milioni di euro. Il ministro degli Esteri e per l’Integrazione, il popolare Sebastian Kurz ha difeso questo progetto, dichiarando che: “L’obiettivo dell’Austria è diventare campioni dell’export, ma non nel settore servizi sociali”.

Che proprio il premier ungherese denunci l’infrazione di accordi europei, risulta perlomeno curioso, avendo l’Ungheria dichiarato forfait agli accordi sulla ridistribuzione dei profughi presi a livello europeo. Considerazione che però non rende meno problematiche a livello europeo, in termini di discriminazione di cittadini dell’Ue, le intenzioni del governo austriaco. Il quale ha in serbo anche un altro provvedimento.

Se i popolari cercano di guadagnare consenso tagliando gli assegni familiari, i socialdemocratici, guidati dal cancelliere Christian Kern, non vogliono essere da meno. Motivo per il quale una settimana fa Kern ha illustrato il progetto di un bonus che prevede un taglio del 50 per cento dei contributi da versare per chi fa nuove assunzioni. Ma non di lavoratori qualsiasi. I nuovi assunti devono appartenere a una delle seguenti categorie – disoccupati, giovani che hanno completato un apprendistato, giovani con maturità, laurea, oppure in possesso di una alta qualificazione e della rot weiß rote Karte (uno speciale tesserino). Non sono previsti invece incentivi per chi assume personale reclutato appositamente da uno degli altri paesi dell’Ue.

A motivare queste iniziative è una disoccupazione che è cresciuta costantemente a partire dal 2011 ed è ora al 10,6 per cento. A contribuire a questo aumento è stata anche l’immigrazione di cittadini Ue provenienti dall’est Europa e dall’area balcanica, con l’ultima ondata che ha riguardato rumeni e bulgari. Solo riguardo queste due nazionalità si tratta di 50 mila persone che oggi lavorano in Austria, mentre altre 7500 figurano nelle liste di disoccupazione, spiegava il settimanale austriaco Profil un anno fa.

Entrambe le iniziative devono ricevere ancora il benestare di Bruxelles ed è più che probabile che incontreranno ostacoli. Vero è però anche che il modello austriaco, soprattutto quello degli assegni familiari indicizzati, interessa anche altri stati. Tra questi Danimarca e Germania.

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