“L’ultima chance”, ma per l’Europa

Scongiurata per il momento l’ipotesi di una grande guerra, ma qualcuno sembra volere il conflitto. Una tregua, ma quanto durerà?

Minsk, BelarusBelarus' President Alexander Lukashenko (L), Russia's President Vladimir Putin (2nd L), Ukraine's President Petro Poroshenko (R), Germany's Chancellor Angela Merkel (C) and France's President Francois Hollande pose for a family photo during peace talks in Minsk, February 11, 2015. The four leaders meeting on Wednesday for peace talks in Belarus on the Ukraine crisis are planning to sign a joint declaration supporting Ukraine's territorial integrity and sovereignty, a Ukrainian delegation source said. REUTERS/Grigory Dukor

Quattordici ore di negoziati, in 4, a Minsk. Putin, Poroshenko, Merkel e Hollande, da soli e insieme allo staff, ai tavoli, nelle poltrone e sui divanetti. Probabilmente si tratta di un record da Guinness, sicuramente sono i più lunghi negoziati per i partecipanti. Nella mattinata di oggi, 11 febbraio, l’accordo era quasi concluso, ma i leader del Donbass non l’hanno accettato; quindi c’è stato il secondo round, questa volta breve, con lo strappo infine del tanto desiderato “accordo di pace”: cessare il fuoco alla mezzanotte del 15 febbraio e allontanare le armi pesanti dalle grandi città con una larga zona cuscinetto. Mentre i 4 leader discutevano della pace, la gente continuava a morire sotto gli spari, sempre nel Donbass.

L’accordo, forte o debole che sia (più probabile, debole), doveva esserci. Altrimenti cosa avrebbero detto i quattro leader al mondo? Ma per capire meglio la situazione, ritorniamo alla settimana scorsa, quando si è intensificata la battaglia in Ucraina con l’avanzamento dei separatisti e con il possibile accerchiamento delle forze di Kiev nel “sacco di Debalzevo”, dove si diceva che avrebbero potuto finire da 5 a 8 mila militari.

“Cogli l’occasione”, - diceva Obama a Putin nella notte precedente i negoziati a Minsk. Dopo aver annunciato di considerare la possibilità di fornire le armi a Kiev alle “truppe pro-US”, queste parole rivolte al presidente russo suonavano come una minaccia. E sulle minacce o le “sfide da uomini duri” Putin non si tira indietro e non si piega, né si è mai piegato.

Della sua reazione danno conferma le parole del vice presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, che da Bruxelles, alla presenza dei presidenti del Consiglio europeo Donald Tusk, della Commissione europea Jean-Claude Juncker e del Parlamento Martin Schulz, ha accusato Putin di “ignorare ogni accordo sottoscritto in passato dal suo Paese, e di recente da egli stesso”. Biden ha inoltre aggiunto che “gli Usa e l’Europa intera debbono schierarsi unite contro la Russia”.

Voleva con ciò dire che gli Stati Uniti vogliono fare la guerra alla Russia per mezzo dei soldati europei e ucraini,  o  - come dice un detto amaro che gira in questi giorni -  “Obama vuole fare la guerra alla Russia fino all’ultimo ucraino”?  Questa è la visione dei russi, che ha messo in parole Nikolaj Patrushev, il segretario del Consiglio di sicurezza russo: “Vogliono ribaltare la leadership russa di Vladimir Putin e smembrare il Paese". Secondo Patrushev gli Stati Uniti stanno cercando di attirare la Russia nel conflitto ucraino al fine di determinare un cambiamento di potere in Russia.

Mentre Biden parlava, Hollande e la Merkel correvano da Putin per discutere della situazione ucraina in una maratona di 5 ore a Mosca, dove Putin aveva esposto tutto quello che chiedeva la Russia. E i due leader europei sono tornati per riflettere e rinegoziare.

Un altro round c’è stato poi domenica, una volta chiarite le posizioni, e la Merkel volava da Obama, per discuterne o meglio "vidimarle".  Per parte sua cosa dovrebbe fare il capo del Cremlino, che sostiene che la guerra in Ucraina sia una guerra civile e che per fermarla Poroshenko si debba sedere allo stesso tavolo con i leader del Donbass, e se necessario solo con la sua supervisione e quella dell'Europa? Probabilmente, evitare di perdere tempo con chi decide poco (o niente) della sorte dell’Ucraina? Ecco perché il portavoce di Putin ha sottolineato che il Presidente russo è a Minsk solo per firmare un documento concreto.

Nel frattempo, però, vola al Cairo, dove conclude contratti, inclusa la costruzione di una centrale nucleare. E il ministro degli esteri russo Sergej Lavrov accoglie a Mosca il proprio omologo greco, poche ore prima dei negoziati a Minsk.

Al coro dei preoccupati e dei gufi della guerra, si aggiunge Paolo Gentiloni, che da New York avverte "se il dialogo sull'Ucraina fallisce, sarà responsabilità della Russia”. Poi aggiunge che per la zona del Donbass si potrebbe prospettare il modello del Sud Tirol, soluzione però inaccettabile, almeno al momento, da Poroshenko.

Sfugge, tuttavia, quali siano gli argomenti di coloro che credono che alla Russia convenga andare in guerra. E sfugge perché questi argomenti non ci sono. Ieri il presidente del Kazakistan Nursultan Nazarbaev ha detto che la Russia dall’inizio del conflitto ucraino ha perso 41 miliardi di dollari, l’Europa ne ha persi 25. Lo stesso Putin vorrebbe fermare il conflitto, ma dice che non ha il controllo sui leader del Donbass. In questa inutile guerra civile sono morte più di 8 mila persone, militari, donne e bambini (queste le stime di Poroshenko), più di 5000 secondo l’ONU, mentre per i servizi segreti tedeschi ci sono forse già stati 50 mila morti. Troppi, in ogni caso.

Quindi, viva l’accordo, e che sia un compromesso tra le parti. Firmato non da 4 leader, ma da un gruppo di esperti che include i leader delle repubbliche autoproclamate di Donetsk e di Lugansk. E si tratta di un successo di Putin, che l’accordo sia stato accettato proprio da chi combatte. Altrimenti, perderebbe tutto il suo valore.

 @evutkin 

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