Superato lo scoglio di Gibilterra (altra dolorosa concessione per Londra), i 27 hanno firmato ieri lo storico accordo di divorzio, scacciando per ora lo spettro del “no deal”. Ma adesso  May deve trovare una maggioranza a Westminster pronta a votare “sì”. E non sarà facile 

Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e il capo negoziatore, Michel Barnier, sorridono dopo il summit straordinario dei leader UE per formalizzare l'accordo Brexit a Bruxelles, Belgio, 25 novembre 2018. REUTERS / Yves Herman
Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e il capo negoziatore, Michel Barnier, sorridono dopo il summit straordinario dei leader UE per formalizzare l'accordo Brexit a Bruxelles, Belgio, 25 novembre 2018. REUTERS / Yves Herman

Bruxelles - «Friends will be friends right till the end» (gli amici saranno amici fino alla fine): con queste parole di Freddie Mercury, declamate dal presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, l’Unione Europea supera anche l’ultimo ostacolo e approva il primo accordo storico sulla Brexit. I termini del divorzio e delle relazioni future, dopo oltre 40 anni di unione, sono diventati realtà allo scoccare delle 10 di domenica mattina e il Regno Unito, all’angolo sull’altra sponda della Manica, sembra chinare la testa, nonostante le rassicurazioni della premier Theresa May, che in una lettera alla nazione spiega che il Paese vivrà “un momento di rinnovamento e riconciliazione” e l'inizio di “un nuovo capitolo nella vita nazionale”.


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I Ventisette hanno chiuso così una settimana interminabile, con il premier spagnolo Pedro Sanchez pronto fino all’ultimo a mettere il veto sull’accordo se non avesse ottenuto garanzie su Gibilterra. Garanzie che sono arrivate solamente alla vigilia del vertice, con una lettera inviata dall’ambasciatore britannico presso l’Ue, Tim Barrow, al segretario generale del Consiglio dell'Unione e si sono quindi concretizzate al vertice con l’approvazione di dichiarazioni politiche congiunte della Commissione e dei leader Ue che danno soddisfazione alle richieste di Madrid. Nessun altro colpo di scena ha dunque agitato la situazione europea e l’assenso è arrivato all’unanimità in poco più di un’ora di riunione.

Il nodo Gibilterra

Dopo l'uscita di Londra, i rapporti tra Gibilterra e l'Ue «passeranno attraverso la Spagna», ha detto il leader iberico, sottolineando che «per la prima volta la posizione della Spagna su Gibilterra diventa la posizione dell'Ue». Sistemata dunque la questione dell’articolo 184 del testo messo a punto nei mesi scorsi dalle squadre negoziali di Londra e Bruxelles - motivo della discordia per l’intera settimana -, che avrebbe permesso al Regno Unito di estendere anche a Gibilterra gli accordi raggiunti con l’Ue invalidando di fatto l’intesa bilaterale con la Spagna.

A tenere sotto scacco l’accordo fino alla svolta finale è stato un territorio che si estende appena 6,7 chilometri quadrati nell'estremo sud della penisola iberica ma che è rimasto saldamente nelle mani di Londra dal 1713 - quando il re di Spagna lo cedette con il trattato di Utrecht - a oggi. Nei fatti, i leader Ue hanno blindato la posizione negoziale di Madrid, rimandando al futuro le trattative bilaterali con Londra e garantendo che tutte le questioni riguardanti Gibilterra saranno affrontate separatamente.

«La nostra posizione sulla sovranità della Rocca non cambia e non cambierà», ha ribadito May, accusata però ancora una volta, in modo trasversale, in patria di aver ceduto all'Unione.

Sanchez, dalla sua, incassa la vittoria: «Gibilterra è esclusa dalla negoziazione generale del Regno Unito con l'Ue», ha detto, sottolineando il diritto conquistato da Madrid di porre il veto «a qualsiasi accordo futuro fra Ue e Regno Unito».

Scongiurato il no deal

Nonostante le turbolenze politiche di Londra, a Bruxelles i Ventisette hanno tirato dritto su quelle 585 pagine di clausole, compromessi, obblighi - soprattutto a carico britannico - ed equilibrismi che scacciano – per il momento – lo spettro di un mancato accordo. La litania, ripetuta all’unisono, è che quello sul tavolo è il migliore degli accordi possibili.

«Se fossi un parlamentare britannico, voterei a favore dell'intesa perché è la migliore possibile per la Gran Bretagna», ha detto il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker. E, con la dichiarazione fresca di inchiostro, i termini non si cambiano. «Di fronte a noi ci sono un difficile processo di ratifica e nuovi negoziati» ma con il Regno Unito «resteremo amici fino alla fine dei giorni e anche un giorno di più», ha ribadito Tusk, confermando gli impegni sulla tutela dei diritti dei cittadini “ospiti”, sul conto di divorzio britannico da 39 miliardi di sterline e su una fase di transizione improntata allo status quo di – almeno - 21 mesi.

Nell’accordo è illustrata nei dettagli anche la soluzione “a toppe” architettata per assicurare il mantenimento di un confine senza barriere fra Irlanda e Irlanda del Nord con una permanenza temporanea dell'intero Regno nell'unione doganale, in attesa di un successivo accordo complessivo sulle relazioni future post Brexit fra Londra e Bruxelles e provvedimenti doganali ad hoc per Belfast, la cui applicazione scatterebbe solo nel caso in cui non si arrivasse a un'intesa finale.

«Siamo tutti d'accordo che la Brexit non è positiva né per la Gran Bretagna né per l'Ue ma deve essere perlomeno ordinata, per gettare le basi per un buon rapporto futuro», ha evidenziato il cancelliere austriaco Sebastian Kurz.

Il voto di Westminster prima di Natale

Ma il finale di partita non è ancora arrivato e passa prima da Westminster, dove – ha annunciato May - il voto alla Camera dei Comuni sulla Brexit si terrà con tutta probabilità il 10-11 dicembre, a pochi giorni da un nuovo Consiglio europeo, previsto per il 13-14 dicembre.

«Non ci sarà un secondo referendum, sono concentrata sull'assicurarmi che quando i parlamentari voteranno su questo accordo si rendano conto dell'importanza di realizzare la Brexit, non appoggiare l'intesa ci porterebbe indietro verso maggiori divisioni e incertezza. Credo che per il Regno Unito sia arrivato il momento di andare avanti e questo è l'unico accordo possibile», ha scandito la premier britannica a Bruxelles.

Sulla trincea nazionale, si fanno sentire i brexiteers, tra cui gli unionisti nordirlandesi del Dup, pronti a far tremare la maggioranza da dentro, e le opposizioni sostenitrici del secondo referendum - o delle elezioni anticipate -, decise a non lasciarsi imporre la scelta secca fra l'accordo della premier, rea di trasformare il Regno in uno Stato vassallo di Bruxelles, e il no deal.

Mentre gli altri, gli amici europei, dopo la prima firma restano a guardare e attendono.

@raelisewin

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