La Grande Albania? Una provocazione diretta a Bruxelles. Intervista ad Antonio Caiazza

Lo scorso aprile, le dichiarazioni del primo ministro albanese Edi Rama in un’intervista al quotidiano Politico, hanno riportato in auge il leggendario spettro di ciò che agli occhi di molti analisti rappresenta un serio pericolo per i Balcani Occidentali: il progetto della ‘Grande Albania’. Un’idea politica che vorrebbe riunire sotto un’unica bandiera tutte le popolazioni albanesi disseminate oggi nei vari paesi balcanici, divisi da un secolo di confini in continuo divenire.

Una bandiera dedicata alla cosiddetta Grande Albania, una zona che copre tutte le parti dei Balcani in cui vivono gli albanesi etnici, è volata in campo durante una partita di calcio fra Serbia e Albania. Belgrado, 14 ottobre 2014. REUTERS / Marko Djurica
Una bandiera dedicata alla cosiddetta Grande Albania, una zona che copre tutte le parti dei Balcani in cui vivono gli albanesi etnici, è volata in campo durante una partita di calcio fra Serbia e Albania. Belgrado, 14 ottobre 2014. REUTERS / Marko Djurica

Nello specifico, Rama ci ha tenuto a sottolineare, ai microfoni di Andrew McDowall, che “se le prospettive di integrazione europea dei Balcani tramontassero, l’unione tra Albania e Kosovo potrebbe diventare realtà”. Ad alimentare la già montante polemica sono state, pochi giorni dopo, le parole dell’omologo kosovaro Hashim Thaçi, il quale ha ribadito che “senza l’obiettivo UE, gli albanesi vorranno vivere uniti in un solo paese”.

Di Balcani se ne sa sempre troppo poco, e di Albania finanche meno, nonostante gli appena 74,6 chilometri che la separano da Capo d’Otranto. Ne sapevo davvero poco anch’io fino alla vigilia di un viaggio nei Balcani, il secondo in effetti, ma questa volta affrontato partendo da sud, sbarcando proprio a Durazzo. In questo modo i Balcani si spogliano di una connotazione propriamente serbocentrica e appaiono sotto una prospettiva del tutto nuova, si tingono di rosso e lasciano comprendere il reale peso specifico nella regione della Shqipëria, il ‘Paese delle Aquile’. Pur varcando i confini dei territori ex-jugoslavi, l’Albania continuava a dar voce alla propria influenza. Mi colpì particolarmente il tratto macedone da Ohrid a Skopje, sulla strada che porta il nome di Madre Teresa di Calcutta: continuavo ad imbattermi in agglomerati abitati dove, come segno di benvenuto (o sfacciataggine identitaria), si issavano ai loro ingressi bandiere albanesi in sequenza, villaggio dopo villaggio, nonostante mi trovassi in pieno territorio della FYROM. In effetti attraversavo il territorio macedone con la più alta concentrazione di albanesi, una minoranza che supera il 25%, e seppure il dato risulti piuttosto alto non riusciva a fornirmi la necessità logica di tanto sbandierare.

Avevo affidato i miei approfondimenti sull’Albania al libro di Antonio Caiazza “In Alto Mare: viaggio nell’Albania dal comunismo al futuro” [Instar Libri, Torino, 2010], un testo che coniuga sapientemente storia e cultura albanese, i drammi dolorosi del recente passato, le voci sorprendenti di politici, letterati e gente comune, miscelati in un solido equilibrio che riesce a far luce sul futuro del paese, sulla strada che ha deciso di percorrere, da quando a fatica si è tirata fuori da un isolamento socio-politico durato quarant’anni. E per comprendere il reale senso della Grande Albania, il valore di quel panalbanesimo che m’era capitato sotto gli occhi, ho consegnato tutti i miei dubbi proprio all’autore del libro, giornalista della sede RAI di Trieste, tra i più grandi esperti di Albania in Italia.

Lo incontro in un’afosa mattina d’estate al Caffè San Marco, lo storico locale triestino di via Battisti. Lì, sulle quelle stesse sedie dove un tempo disquisivano di letteratura personaggi come Svevo, Joyce e Saba, intavoliamo la nostra conversazione.

Antonio Caiazza, innanzitutto che cosa significa ‘Grande Albania’?

L’idea della Grande Albania coincide, nella realizzazione del suo concetto, con l’occupazione italiana, quando tutte le aree albanofone si sono ritrovate all’interno di un unico confine, e ovviamente, da un punto di vista statuale erano controllate prima dall’Italia, e poi dall’Asse. Avvenne quando l’Italia fascista considerava l’Albania la testa di ponte per poter spezzare le reni alla Grecia. Al tempo i confini del protettorato comprendevano anche il Kosovo, il sud del Montenegro, il nord-ovest della Macedonia, fino alla Valle del Preševo.

Ma il concetto di Grande Albania, o come lo chiamano loro, di “Albania Etnica”, è precedente a questa fase, risale a quell’epoca in cui tutta l’Europa è stata attraversata dal fremito dei movimenti risorgimentali, dove regnava l’idea di Stato Nazionale, uno stato cioè al cui interno si parlasse un’unica lingua, ci fosse un’unica cultura e non fosse dominato da un potere straniero.

Come vanno interpretate dunque le dichiarazioni di Rama prima, e di Thaçi poi?

Al di là delle dichiarazioni dei politici - entrambe strumentali, fatte in un periodo in cui nei due paesi si era vicini al voto - ciò che resta e che ti fa capire le intenzioni di un popolo, sono i movimenti culturali. Parto da più lontano. L’idea di nazione è inversamente proporzionale all’appeal dell’idea di grandi agglomerati, di grandi confederazioni. L’Europa, il concetto di Unione Europea rischia di fallire, e i neo-candidati non possono sottovalutare la sua instabilità. Anche le opinioni pubbliche se ne rendono conto, e diventano scettiche nei confronti di Bruxelles, quando gli obblighi imposti risultano superiori ai benefici previsti. Questo lascia libero sfogo a quello che nei Balcani è sempre esistito, ai movimenti nazionalisti.

Le parole di Rama e di Tahçi diventano dunque un’arma di ricatto nei confronti di Bruxelles: “se non ci fate entrare, se non sveltite i processi burocratici, gli adeguamenti legislativi, noi facciamo la Grande Albania”. Perché è una minaccia? Perché nei Balcani Occidentali significherebbe sconquassare tutta l’area, destabilizzarla. La Grande Albania intanto la si farebbe anzitutto con l’unione tra Kosovo e Albania, ma gli albanesi che abitano in quella fascia al confine tra Albania e Macedonia resterebbero a guardare o salterebbero su? E tutta l’area al nord della Grecia, e il sud del Montenegro? Ci sarebbero con molta probabilità rivolte e barricate.

Se prendi in esame la Macedonia… quelle bandiere albanesi che hai visto in Macedonia si trovano in un territorio che già da vent’anni si sente in un’entità statale a sé. A Tetovo fu fondata una università albanese, dove gli studenti prendono una laurea che per lo stato macedone non vale nulla. C’era pure un rettorato, docenti universitari, ma l’università albanese di Tetovo è un’istituzione clandestina, com’era clandestino in Kosovo tutto l’apparato statale messo su dall’UÇK, quando formalmente il Kosovo era ancora serbo, girava ancora la polizia serba. Era uno stato parallelo, alternativo, e gli albanesi pagavano le tasse all’UÇK. Poi dopo la guerra questa struttura parallela è diventata uno stato.

C’è un rischio anche per la Macedonia?

In Macedonia si sta verificando lo stesso fenomeno: questo stato parallelo adesso è un po’ dormiente, ma quando è nato il Kosovo, anche gli albanesi di Macedonia si sono infervorati, ci sono stati scontri. Se dovesse nascere la Grande Albania, la Macedonia salta immediatamente, e andrebbe a destabilizzare l’intera area. Per questo dico, quelle dichiarazioni non sono altro che un sistema di pressione e di ricatto nei confronti dell’Unione Europea. Vale a dire: fateci entrare, finché esistete ancora. Perché anche voi avete i vostri problemi.

Quali sarebbero i benefici immediati per l’Albania, in caso di ingresso in UE?

I benefici sono i fondi, gli ulteriori finanziamenti che sarebbero molto più ampi e strutturali rispetto a quelli episodici di cui già godono sia l’Albania che il Kosovo. I vantaggi legati all’azzeramento dei controlli di confine, ai visti o ad una maggiore mobilità rappresentano in effetti vantaggi minori, dal momento che albanesi e kosovari si sono già conquistati ad esempio il diritto di venire a studiare in Europa. In Italia abbiamo oltre 11.000 studenti albanesi nelle nostre università, e chissà quanti ce ne sono nel resto d’Europa.

Se da un lato la Grande Albania è una provocazione per l’Europa, dall’altro il rischio destabilizzazione per i confini con Grecia, Macedonia e Montenegro è reale. Cosa spaventa maggiormente i paesi vicini? E quale sarebbe il ruolo dei gruppi separatisti albanesi che già in passato - penso al Kosovo - hanno operato nell’area?

L’UÇK in Kosovo si è trasformato in stato ma nasceva come gruppo guerrigliero. All’epoca della guerra in Kosovo, l’UÇK aveva basi anche in Macedonia, basi soprattutto logistiche. Dalla Macedonia non partivano attacchi, ma vi si trovavano le retroguardie, i depositi di armi, e da lì passavano i flussi di munizioni. La Macedonia è un terreno fertile da questo punto di vista, e così come all’epoca la Macedonia fu retroterra della guerra del Kosovo, in un futuro contesto il Kosovo potrebbe rappresentare il retroterra di una guerra in Macedonia. E non basterebbe l’Unione Europea, voglio dire, il fatto che questi due paesi facciano eventualmente parte dell’UE non sarebbe sufficiente ad impedire a kosovari e albanesi di appoggiare un movimento indipendentista o separatista in Macedonia.

Che in effetti ne esiste già uno.

Ma certo, in Macedonia è già tutto pronto.

C’è già stato poi il triste episodio del pestaggio in parlamento a Skopje

I macedoni cercano di fare quello che possono. La Macedonia è una ‘piccola Jugoslavia’, come lo è la Bosnia-Erzegovina. La Macedonia non è uno stato “puro” da un punto di vista nazionale. Ci sono i macedoni, ma ci sono anche rom, serbi, bulgari. Poi ci sono i greci e ci sono gli albanesi. Tutto in alte percentuali. I macedoni hanno tentato di acquietare le aspirazioni di autonomie o di ruolo degli albanesi dandogli la presidenza in parlamento. Ed è successo quello che è successo. La Macedonia è sull’orlo, così come è sull’orlo la Bosnia. L’Europa lo sa. In Bosnia-Erzegovina c’è una situazione al limite della stabilità, con i serbi che vorrebbero unirsi ai serbi, i croati che pensano di unirsi ai croati - che non vanno dimenticate anche le ‘idee’ di Grande Croazia o di Grande Serbia…

In effetti la soluzione tripartita in Bosnia non sembrava avere vita lunga.

E’ servita a fermare il massacro. Ma in questo contesto di nazionalismo non latente, ma esplosivo, la Bosnia-Erzegovina è uno stato fuori dal mondo e dalla storia, fuori da qualsiasi contesto culturale. Bello sarebbe se nelle scuole della Bosnia-Erzegovina si insegnasse e si parlasse il serbo lì dove c’è la maggioranza croata, e viceversa, ma non è così. Vince ancora il nazionalismo.

In questo contesto il panalbanesimo potrebbe rappresentare la nuova miccia nei Balcani?

Può senz’altro, perché i Balcani dimenticano subito le tragedie della guerra, e ne fanno delle altre. Le guerre balcaniche sono state un’infinità. Ma dietro l’ipotesi di Grande Albania non vedo una strategia lucida, elaborata freddamente a tavolino a Tirana e a Pristina, cioè non abbiamo le due classi dirigenti che si siedono e dicono “ok, facciamo questo grande stato perché è utile alla nostra gente”. Non ci credo. Può nascere sulla spinta del ricatto all’UE, può nascere perché non si sentono più tutelati da un’Unione Europea che quasi non c’è, che è sempre più debole, e allora si uniscono in chiave anti-serba, si uniscono per contare di più e rassicurarsi. Ma un unico stato albanese, a mio avviso, potrebbe avere un ruolo nel primo anno di vita, dopodiché sarebbe lacerato e divorato al proprio interno dalle differenze tra kosovari e albanesi. Che ci sono, e sono profondissime. Si può insomma arrivare alla Grande Albania ma come un incidente della storia, nel senso che si parte dal ricatto all’Unione Europea, e ci si ritrova col risultato della Grande Albania. Ma da quel momento inizierebbero i veri problemi. Se non ci fosse la necessità di ricattare Bruxelles, perché mai poi la classe dirigente kosovara dovrebbe commettere un tale suicidio politico? Che di questo si tratta.

In che senso?

In una Grande Albania a comandare sarebbe Tirana, non certo Pristina. Al momento in Kosovo c’è uno stato. C’è un presidente, un primo ministro, ministri, sottosegretari, deputati, portaborse, funzionari di ogni rango, ambasciatori. Con la Grande Albania tutto questo sparirebbe. Inutile immaginare una compartecipazione al cinquanta per cento, prenderebbe tutto Tirana. Oggi l’Albania è come la “mamma” dello stato kosovaro, lo porta per mano. Le sue mosse sulla scena internazionale si svolgono sotto l’ala protettiva dell’Albania. E’ normale che sia così, perché il Kosovo è uno stato giovanissimo, non ha esperienza internazionale, mentre l’Albania esiste da tanto tempo, ha una struttura, una storia diplomatica che non è paragonabile a quella del Kosovo. Oggi li porta per mano, ma in un unico stato direbbero “facciamo noi”. E perché quelli di Pristina dovrebbero accettare questa condizione, dato che sanno benissimo che andrà a finire così?

In fondo i due paesi hanno già i loro problemi interni.

Certo. Una fusione unirebbe i loro problemi e ne creerebbe di nuovi. Problemi di diffidenza, di fiducia, di rapporti con realtà che sono sostanzialmente diverse. Lo stesso rapporto con i serbi (non con la Serbia in quanto Stato, ma col popolo serbo e la sua cultura) è molto diverso fra albanesi e kosovari. Insomma non credo alla Grande Albania. Non mi pare affatto un fattore di semplificazione, semmai di ulteriore caos.

@DinoBuonaiuto

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