La lezione del voto catalano per l'Europa

Tutti hanno vinto in queste elezioni regionali trasformate in un plebiscito dalle forze indipendentiste, ma sul terreno resta una Catalogna frammentata politicamente e spaccata in due sulla questione dell'autodeterminazione. Le due formazioni che promuovono la secessione unilaterale dalla Spagna occuperanno la maggioranza dei seggi, ma con il 47,8% dei voti non superano il fatidico 50%, il minimo che richiederebbe un suffragio plebiscitario ufficiale – che questo non era. In Montenegro o in Québec, per esempio, per il plebiscito è richiesta una maggioranza qualificata.

Barcelona, SpainPeople line up to cast their ballots at a polling station during a regional parliamentary election in Barcelona, Spain, September 27, 2015. Separatist parties are expected to win control of Catalonia's parliament in an election on Sunday, setting the region on course for a unilateral declaration of independence from Spain, which the central government says is impossible. REUTERS/Albert Gea
Barcelona, SpainPeople line up to cast their ballots at a polling station during a regional parliamentary election in Barcelona, Spain, September 27, 2015. Separatist parties are expected to win control of Catalonia's parliament in an election on Sunday, setting the region on course for a unilateral declaration of independence from Spain, which the central government says is impossible. REUTERS/Albert Gea

I partiti e le coalizioni a favore dell'unità della Spagna o di un referendum incassano il 51,7% dei voti, ma appartengono a tutto lo spettro politico. Due dati rafforzano il significato dei risultati di domenica 27 settembre 2015. Il primo è un'affluenza record: il 77%, nonostante in Catalogna si celebrasse un ponte a seguito di una festa locale. Il secondo è che il ponte ha privato di voti proprio i partiti non secessionisti che hanno il sostegno degli spagnoli di altre regioni della Spagna che vivono e lavorano in Catalogna.

Ai seggi le code si formano presto di mattino. "Mai visto tanta affluenza", dicono i delegati dei partiti. In uno di quelli a Gracia, un quartiere di Barcellona centrale di edifici bassi e antichi, aspettano in coda doppia almeno cento persone. Dentro il seggio, a causa dei tanti elettori, la confusione è alta e anche la tensione. Tre uomini giovani si presentano con le magliette che celebrano l'ultima manifestazione pro indipendenza del 9 settembre (che secondo la polizia ha raccolto più di un milione di persone, due secondo gli organizzatori).

Quando poi arriva a votare Artur Mas, l'attuale presidente della regione Catalogna, uomo di destra di un partito sparito che per promuovere l'indipendenza unilaterale si è unito a due formazioni di sinistra, qualcuno nel seggio, tra cui una giovane donna, alza un piccolo cartello su cuisi legge "Io sono catalano e spagnolo". Un uomo giovane alza la bandiera spagnola ed è subito assalito da un paio di indipendentisti che gliela vogliono strappare di mano. Lui svicola e riesce ad alzarla ancora e ancora.

Il paradosso è che si tratta della bandiera ufficiale dello Stato che celebra le elezioni, ma non è certo l'unico paradosso di queste elezioni. La lista Insieme per il sì sostiene che a loro basterà la maggioranza dei seggi per "mettere in motto la road map verso l'indipendenza unilaterale" verso l'aprile 2017. È l'inizio "dell'ultima tappa del processo per ottenere la piena sovranità", dice il leader Raül Romeva la sera davanti alla folla che si è raccolta in un quartiere del centro storico, El Born, per festeggiare quella che definiscono una vittoria.

La vittoria è zoppa, tuttavia, perché Insieme per il sì non potrà governare senza l'altro partito indipendentista che è dichiaratamente anticapitalista, anti euro, anti Nato e assolutamente contrario a un governo di Mas, sul quale pendono anche accuse per corruzione.

Se fin qui le formazioni hanno portata politica locale, l'altro grande vincitore di domenica, al secondo posto per voti con il 25%, è Ciutadans (Cittadini). Nell'ultimo anno è esploso diventando, insieme a Podemos, uno dei partiti emergenti che stanno cambiando il panorama partitico spagnolo – e del Sud dell'Europa. A favore dell'unità della Spagna, Ciudadanos sta dimostrando essere – soprattutto per i giovani – un'attraente alternativa al centro destra tradizionale, il Partito popolare, che il 27 settembre è scivolato al penultimo posto con un magro 11%. Trionfante, la candidata Ines Arrimada ha potuto dire in spagnolo e in catalano che "i cittadini hanno voltato le spalle al progetto indipendentista".

Cittadini ha preso voti anche dal Partito socialista il quale, facendo leva su una mobilitazione senza precedenti nella cintura industriale di Barcellona, ha mantenuto un dignitoso 16% che sembra quasi averli colti di sorpresa. È una percentuale che consolida un loro buon vantaggio rispetto al grande rivale Podemos, il non-partito antiausterità che ha avuto risultati travolgenti alle ultime europee. Il loro risultato molto deludente in Catalogna restringe la possibilità di un imminente "assalto ai cieli" come annunciato dieci mesi fa dal leader Pablo Iglesias.

Sul piano europeo, la loro emergenza nel Sud dell'Europa era funzionale alla prospettiva di un fronte molto appetibile per i cittadini euro meridionali esausti da riforme a caro prezzo, in combinazione con partiti quali Syriza. In Catalogna. Quale che sia l'intransigenza di metà dei catalani su quale bandiera debba sventolare al balcone degli edifici pubblici, perché in Spagna a dicembre si svolgono elezioni generali, è probabile chei cittadini in tutto il paese ora tornino a votare, come altrove, anche sui temi economici e sociali.

Tuttavia, il voto catalano, oltre a dimostrare come spinte indipendentiste possano spaccare in due la cittadinanza di una regione, più che una previsione per dicembre lascia forse un'altra lezione. L'"immobilismo", di cui si è moto parlato in questi giorni in Spagna, quando riguarda questioni che toccano corde sensibili dei cittadini, non solo non risolve alcunché ma inalbera le anime e acuisce le questioni.

@GuiomarParada

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