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La lotta quotidiana delle donne: lontane dai vertici e sottopagate

Sempre meno festa e sempre più un giorno per fare bilanci e vedere quanto cammino ancora da fare, l’8 marzo. Le donne in Europa sono ancora lontane dai vertici e sono pagate meno dei colleghi uomini. E l’Italia è fanalino di coda, insieme alla Germania e a Cipro, per il numero di donne che ricoprono un ruolo di manager.

Una donna ha tolto le scarpe con i tacchi a spillo e riposa i piedi nudi sul pavimento. REUTERS/Fabrizio Bensch
Una donna ha tolto le scarpe con i tacchi a spillo e riposa i piedi nudi sul pavimento. REUTERS/Fabrizio Bensch

L’otto marzo, poi è bene ricordarlo, è in realtà ogni giorno per le donne, si traduce in una continua forma quotidiana di resistenza e di lotta per accedere con gli stessi diritti di un uomo a un posto di lavoro, per ricevere la stessa paga del collega, per poter essere eletta, arrivare ad alte cariche istituzionali o nei vertici aziendali, come un uomo. Otto marzo per alcune è ancora oggi la lotta per essere libere di studiare, di lavorare e non essere schiave. Otto marzo è non essere guardate dall’alto in basso, ignorate o denigrate, in ambito professionale solo perché donne. Otto marzo sono le donne che scappano in fretta e furia, prendendo i bambini in braccio, o con un figlio nel grembo, vittime di soprusi, violenze sessuali e fisiche, pur di poter passare il confine. Sono le donne rifugiate isolate nei paesi ospitanti, escluse dal lavoro, da corsi di lingua e di formazione. Le donne che trovano la forza di rialzarsi, che si ribellano e cercano la piena partecipazione alla società, sono quelle che non possono accettare che nel 2017 un deputato europeo, il polacco Janusz  Kowin Mikke, possa ritenerle “meno intelligenti ” degli uomini e per questo “sia giusto guadagnino meno”.

Il gap di genere ha un costo salato per l’ Europa

L’occupazione in Europa presenta ancora delle forti differenze di genere. Nel 2014 secondo i dati raccolti da Eurofound, il tasso di occupazione tra i quindici e i sessantaquattro anni di età era per le donne pari al 59.6% e per gli uomini del 70.1%. Un livello inferiore di occupazione per le donne di almeno dieci punti che solo nel 2013 è costato 370 miliardi, pari al 2.8% del Pil. Senza contare che il costo dell’esclusione di una donna dal mercato lavorativo per tutta la vita va da poco più di un milione di euro fino ad arrivare a 2 milioni, cifra che varia a seconda del livello di istruzione e che tiene conto dei potenziali guadagni derivanti da investimenti in politiche che guardino ad una più ampia partecipazione femminile al lavoro. Le donne sono più spinte a scegliere il lavoro part time, e in generale hanno un orario di lavoro ridotto in media di venti ore rispetto alle quarantotto o più dei colleghi uomini, ma le donne svolgendo mansioni quotidiane non retribuite lavorano di più. Nel mercato del lavoro, secondo i dati raccolti anche in un sondaggio recente di Eurofound sulle condizioni di lavoro, prevale ancora la segregazione di genere: il 67% dei dipendenti dichiara di avere un capo uomo e l’87% di dipendenti uomini afferma sempre di avere un capo anche egli uomo. Dai dati Eurostat pubblicati in questi giorni risulta che solo un terzo dei manager in Ue è donna. C’è da dire che rispetto al 2000 la proporzione dei dipendenti che hanno come diretto superiore una donna è cresciuta: dai dati del 2015 si trattava del 33% dei casi contro il 24% di diciassette anni fa. Ma i vertici sono più rosa solo in Lettonia (53%).

Le donne manager tuttavia guadagnano almeno un quarto in meno degli uomini secondo Eurostat: 77 centesimi all’ora contro un euro guadagnato da un uomo. I peggiori per il divario nella retribuzione sono l’Ungheria (33,7%) e l’Italia (33,5%) dove le donne guadagnano almeno un terzo in meno dei colleghi uomini. Il divario minore nelle retribuzioni si registra in Romania (5%).

Il cambiamento dovrebbe iniziare dai datori di lavoro dalla loro capacità di riconoscere il ruolo delle donne come fondamentale per la forza lavoro. I compiti di cura delle donne in famiglia non dovrebbero pesare come un problema sul posto di lavoro ma come risorsa. Le politiche volte a incrementare il lavoro femminile dovrebbero puntare a incentivi a chi adotta orari di lavoro flessibili e congedi parentali. Anche in questo caso un ruolo cruciale lo gioca l’istruzione e la formazione per superare i divari e gli stereotipi di genere. È quanto sostengono i ricercatori di Eurofound.

@IreneGiuntella

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