La Polonia vota di pancia e fa vincere la paura

Dal voto di domenica 25 ottobre in Polonia esce vincitore, di stacco, il partito populista di destra Diritto e Giustizia (PiS). La formazione xenofoba e anti-europeista fondata dai gemelli Kaczyński –  Jarosław, ex premier e attuale presidente del partito, e Lech, l'ex presidente della Repubblica morto nel 2010 in un incidente aereo in Russia - ha conquistato il 37,6% dei voti, aggiudicandosi così la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento (la stima è di 236 su 460). A primavera aveva già trionfato alle elezioni presidenziali, portando alla vittoria l'avvocato nazionalista Andrzej Duda.

A couple sit behind a polling booth a polling station in Przecieszyn, Poland October 25, 2015. REUTERS/Kacper Pempel

Dopo i risultati di domenica per la candidata premier, la fedelissima di Jarosław, Beata Szydlo, è spianata la strada per formare un governo monocolore. Pesante sconfitta invece per il partito liberale al governo dal 2007, Piattaforma Civica, che si ferma al 24,1% dei voti. Rimasto orfano del leader e co-fondatore Donald Tusk – premier fino al 2014, quando venne eletto Presidente del Consiglio d'Europa – il partito si era affidato a Ewa Kopacz, premier uscente e candidata anche in questa tornata, che però non ha “scaldato” l'elettorato. Per la prima volta dalla caduta del comunismo, poi, non entra in Parlamento nessun partito di sinistra. Quello che stupisce, a prima vista, di questo risultato è che abbia trionfato una formazione razzista e anti-europeista in un Paese che praticamente non ha mai conosciuto il fenomeno dell'immigrazione (semmai il contrario) e che dall'ingresso nella Ue ha ottenuto enormi benefici (il pil, nonostante la crisi, è in crescita costante da anni - nel 2014 del 3,4% e le previsioni per 2015 e 2016 sono simili - e la disoccupazione è calata di quasi due punti l'anno scorso). Perché dunque trionfano i nazionalisti euro-scettici?

Secondo gli analisti ha sicuramente influito lo scarso carisma della candidata liberale, Ewa Kopacz, da un lato, e l'aspetto “ripulito” che ha assunto Diritto e Giustizia, lasciando in seconda fila il leader  Kaczyński e presentando volti più moderati, come quello di Beata Szydlo (o, nel recente passato, di Duda). Hanno poi avuto presa le accuse, alla classe di governo degli ultimi anni, di non aver redistribuito la ricchezza creata durante il boom economico. Le fasce più povere e delle zone rurali del Paese pare abbiano premiato le proposte da “destra sociale” del PiS: introduzione di un salario orario minimo (3 euro), abbassamento dell'età pensionabile a 65 anni per gli uomini e 60 per le donne (dai 67 anni previsti in precedenza), aumento del reddito esentasse, intervento dello Stato nell'economia, tutela dei lavoratori del carbone (e della centralità del carbone stesso nell'economia del Paese, con buona pace degli impegni per l'ambiente), assegni familiari da 125 euro per ogni bambino e farmaci gratuiti per gli anziani con oltre 75 anni di età.

La ricetta protezionista e statalista si accompagna in parallelo al rifiuto di sottostare a quella che viene chiamata “dittatura” dell'Unione europea. Le regole comunitarie (divieto di aiuti di Stato, concorrenza, libero mercato etc.) vengono vissute con fastidio e gli slogan “mai nell'Euro” hanno accompagnato tutta la campana elettorale del PiS (in base alle regole del diritto dell'Unione gli Stati membri – salvo particolari diritti di opt-out – sono obbligati ad aderire all'Euro una volta raggiunti determinati parametri). In Polonia la crisi non ha dunque colpito, ma ha lasciato lo stesso pesanti strascichi psicologici nell'opinione pubblica. Pur non volendo abbandonare l'Ue, Varsavia preferisce ora rinnegarne le regole da cui pure nel passato recente ha tratto enormi vantaggi. Ancor più della crisi ha spaventato l'opinione pubblica polacca l'annessione della Crimea da parte della Russia. Il timore di un attacco da parte di Mosca – decisamente improbabile, considerata la partecipazione della Polonia alla Nato – ha attecchito nell'immaginario popolare, ed è quindi stato premiato il partito di chi chiedeva a Bruxelles più sostegno in ottica anti-Russa, una maggior presenza della Nato sul territorio e ora intende aumentare la spesa militare per la Difesa (la Russia ha già fatto trapelare la propria preoccupazione per una possibile escalation). Il tutto ovviamente condito da una retorica nazionalista e patriottarda fortemente centrata anche su una visione ultraconservatrice dei valori cristiani e cattolici. Tra i vari punti del programma del PiS – fortemente sostenuto dall'espiscopato polacco – c'è anche la lotta all'aborto (diverrà quasi impossibile), ostacolare l'accesso alla fecondazione in vitro e dare maggior peso alla catechesi nei programmi scolastici.

La miscela di estremismo religioso e nazionalismo trova terreno fertile in una popolazione ancora mentalmente chiusa e spesso razzista. Secondo uno studio del 2013 del Centro di ricerca sui pregiudizi – un centro accademico dell'Università di Varsavia – il 69% dei polacchi non vuole che vivano nel loro Paese persone con la pelle non bianca. La questione immigrazione viene inquadrata di conseguenza: i migranti sono un rischio per la salute (lo ha sostenuto anche il Presidente della Repubblica Duda), se poi sono musulmani aumenta il pericolo di terrorismo, la Polonia non può permettersi di accoglierli e, anzi, dovrebbe al massimo cercare di riportare in patria i polacchi espatriati. La campagna elettorale del PiS ha ovviamente solleticato gli istinti peggiori dell'opinione pubblica rilanciando e cavalcando questi stereotipi, di nuovo in contrapposizione con l'Unione europea che la scorsa estate ha stabilito di implementare una maggior cooperazione nella gestione del fenomeno migratorio, ripartendo i richiedenti asilo tra tutti i Paesi membri.

L'Unione si trova quindi di fronte a una situazione molto delicata. Una parte consistente dei Paesi protagonisti del generoso allargamento del 2005 – quando gli Stati membri della Ue passarono da 15 a 25 – sta cadendo nelle mani di formazioni nazionaliste, populiste e anti-europee. La Polonia potrebbe ora fare asse con l'Ungheria di Viktor Orban (la vicinanza ideologica è stata spesso sottolineata in campagna elettorale), e il gruppo Visengrad – che riunisce oltre ai due Stati citati anche le Repubbliche Ceca e Slovacca – potrebbe mettersi ancor più di traverso alle scelte del resto dell'Unione (ci aveva provato già sulle quote obbligatorie per i migranti, ma proprio l'ormai ex-governo polacco aveva rotto il fronte dando il suo assenso). Se così fosse la sola speranza per la Ue di evitare la paralisi decisionale – e la deriva verso una somma di Stati nazionali, più che verso una comunità omogenea – sarebbe utilizzare gli strumenti previsti dal Trattato di Lisbona (in particolare le cooperazioni rafforzate) per arrivare a una “Europa a più velocità”. Il nocciolo duro della Ue potrebbe marciare più speditamente verso una maggiore integrazione, mentre gli scettici – vecchi, come l'Inghilterra, o nuovi, come alcuni Paesi dell'est – verrebbero lasciati indietro.

@TommasoCanetta

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