La Repubblica d’Irlanda tra boom economico e rebus britannici

L’economia corre di nuovo come nel 2007, ma, con la Brexit, il vicino di sempre diventa extra-UE. Mentre gli irlandesi sono i più europeisti nel continente, il mercato della Repubblica di Irlanda è molto integrato con il Regno Unito (una parte del quale, l’Irlanda del Nord, si trova sull’isola). Dublino intende proteggere il commercio, però sugli scambi l’Unione Europea decide in blocco. Olanda e Danimarca intendono mediare, invece Francia e Germania sperano di spingere l’acceleratore sulla integrazione europea, i paesi Centro Europei si mostrano più solidali del previsto con il vecchio blocco ‘continentale’.

Photo credit Aldo Ciummo.

L’Irlanda perciò deve ridefinire il suo ruolo rapidamente: il Primo Ministro Leo Varadkar (in carica dal 14 giugno di quest’anno) lavora perchè l’Europa tenga vicino il Regno Unito, mettendo in conto che le barriere al commercio impediranno di affidarsi troppo allo scambio con Londra. Il Premier irlandese - nel corso del viaggio in Canada dal 20 al 22 agosto - ha incontrato il collega d’oltreoceano (Justin Trudeau), le associazioni di emigrati irlandesi e le organizzazioni economiche. Ora la Repubblica deve valorizzare più che mai la qualità delle esportazioni e tutti i contatti delle comunità all’estero: entro il 2025, le rappresentanze diplomatiche dell’Eire raddoppieranno.

Gli affari dell’Irlanda del Nord ridiventano grane interne, sia per Downing Street sia per Dublino: il 22 agosto James Brokenshire (Segretario britannico per l’Irlanda del Nord) ha incontrato il Ministro degli Esteri irlandese, Simon Coveney. Intanto, a Belfast, l’amministrazione della provincia autonoma è in crisi: l’Accordo del Venerdì Santo del 1998 spingeva i partiti cattolici e repubblicani a collaborare con gli avversari protestanti e unionisti facendo leva sulla comune appartenenza alla UE di Repubblica d’Irlanda e Regno Unito. Nel referendum del 23 giugno 2016 la Brexit passò 51,9 a 48,1 per cento, ma l’Ulster si è espresso in maggioranza (56) per restare nella UE, come la Scozia (62) a differenza di Inghilterra e Galles che hanno favorito invece la Brexit. Una parte consistente dei protestanti pro-britannici nell’Irlanda del Nord infatti votò ‘Remain’ come la grande maggioranza dei repubblicani (pro-irlandesi) soprattutto per tutelare il fragile processo di pace nel nord, ma anche perchè la UE sostiene molto agricoltura ed impresa. Nella vicina Repubblica naturalmente si poteva solo assistere, con preoccupazione, al voto del Regno Unito.

L’entrata contemporanea di Eire e UK in Europa (1973) ha rafforzato nel tempo l’economia di Belfast (e di Dublino) ammorbidendo confini prima caratterizzati da sentinelle e dogane. Attese e dazi erano quindi diventati solo brutti ricordi. Gli scambi commerciali con il vicino storico giocano una parte importante nella conquista di livelli occupazionali simili a quelli del 1999, con la disoccupazione scesa al 5 per cento, anche se è l’Europa ad essere determinante in questi successi nella repubblica. Due settimane fa la società di stockbroker (consulenza per i grandi investimenti) Goodbody ha alzato le previsioni sulla crescita della domanda interna dal 3,7 per cento al 4,5 (2017) e dal 3,6 al 4,3 (2018). L’economia locale è indivisibile da quella del resto della UE, ciò non toglie aspetti critici e incognite.

@AldoCiummo

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE

GUALA
GUALA