La Spagna vota il cambiamento ma non riesce a formare un governo

"Abbiamo pensato al futuro", dicono i pensionati Carme e Manuel uscendo dal seggio elettorale in un quartiere del centro storico di Barcellona. "No, non abbiamo votato sulla base delle nostre scelte tradizionali, abbiamo solo pensato al futuro", insistono. Isidoro, anch'egli pensionato, la giovane nipote e il suo compagno, entrambi maestri elementari, hanno tutti e tre "votato per il cambiamento".

REUTERS/Marcelo Del Pozo

E il cambiamento gli spagnoli lo hanno avuto, ma non nella possibilità di realizzare le dirompenti politiche promesse da tutte le formazioni: chi vuole mettere fine a un sistema economico che accentua le disuguaglianza e la corruzione, chi vuole lasciarsi alle spalle l'alternanza di due soli partiti ormai identificati con il sistema di potere, chi vuole superare la Spagna Stato-nazione incapace di accomodare le spinte indipendentistiche, tra le altre proposte.

Il 20 dicembre, con un sistema elettorale che favorisce il partito che ottiene la maggioranza e una affluenza del ben 73,2%, gli spagnoli hanno eletto un parlamento arcobaleno che offre tutto fuorché soluzioni di governo ovvie. Anche le presidenze di Camera e Senato sono incerte nell'inedito scenario di 13 partiti, con 4 che hanno più di 40 parlamentari e nessuno che si avvicini ai 176 seggi che rappresentano la maggioranza assoluta.

Il Partito popolare con 123 seggi non può governare da solo. Il Partito socialista "tiene" con 90 seggi, ma potrebbe formare un governo solo con alleanze impossibili o se si astenessero per farlo governare almeno altri 11 partiti. Podemos, la sinistra alternativa con aspirazioni di governo, che considera lo Psoe parte della "casta" che combatte, per astenersi dovrebbe rinnegare tutto ciò che ha detto e fatto finora. Inoltre, pur senza aver sorpassato lo Psoe, il partito viola è terzo con 69 seggi. Ciudadanos, l'emergente di centrodestra, ha fatto peggio del previsto, ma sederà pur sempre su 40 scranni. Il resto dell'arcobaleno è formato – per la prima volta così in forza a Madrid – da formazioni catalane con i 9 seggi della Sinistra repubblicana catalana e i 6 di Democrazia e Libertà, basche in alleanza con Podemos con 6 seggi oltre alla sinistra di matrice comunista.

"Benvenuti in Italia" è uno dei commenti sempre più frequenti su giornali, tv e radio spagnoli. La democrazia diventata matura e più ricca ha servito una prospettiva di consultazioni infinite e di incertezze sul futuro governo.

È uno scenario totalmente nuovo per gli spagnoli dopo quasi 40 anni di perfetta alternanza bipartitica, anche se il requiem al bipartitismo era già suonato a maggio 2015 dopo le elezioni regionali. L'idea che tra due mesi possa non esserci ancora un esecutivo per soli 7 punti percentuali è il contrario della stabilità politica con la quale il governo uscente di Mariano Rajoy si è fatto bello a Bruxelles e ha tenuto a bada i mercati durante, per esempio, la crisi greca.

Le parole forti di questo appuntamento elettorale – rottura/cambiamento o consolidamento (delle politiche pro-austerità e pro-mercato) – hanno ceduto il posto ad altre più deboli: astensione e patti. Come in Italia, ricordano i commentatori, ora anche a Madrid ci si dovrà abituare a che il tempo passi senza che succeda niente, alla nuova repentina importanza delle formazioni micro, a che ogni seggio valga oro e, peggio ancora, "ai transfughi" tra i partiti.

Un governo sarà possibile solo per sottrazione, vale a dire, se altri partiti si asterranno in nome della "Spagna, che deve venire prima dell'interesse dei singoli partiti", come ha dichiarato in una intervista a metà mattinata dopo il voto dalle "conseguenze imprevedibili" Albert Rivera. Il leader di Ciudadanos insiste sul senso di responsabilità anche rispetto a una legge di bilancio appena approvata: [Dobbiamo dimostrare che] "non siamo la Grecia", ha detto. Per permettere a Rajoy (il partito che ha tentato di sconfiggere) di formare un governo di minoranza Rivera è pronto a fare astenere i suoi 40 deputati.

Che il partito arrivato 4° possa presentarsi come "asse fondamentale del centro, oltre la vecchia sinistra e la vecchia destra, oltre i circoli e le confluenze" è un altro scenario inedito.

Povero Re: tocca ora a Felipe VI, al trono da quando Juan Carlos ha abdicato nel 2014 per dare (anche) un messaggio di rinnovamento generale del Paese, conferire l'incarico di formare il governo a chi ha più possibilità di riuscirci e non necessariamente a chi ha preso più voti, secondo quanto detta la Costituzione. (Ciò vuol dire che in teoria anche il socialista Pedro Sanchez potrebbe riceverlo se ipotizzasse una improbabile coalizione delle più di 11 formazioni della sinistra).

Dopo 40 anni considerati nell'insieme il periodo più fruttifero e positivo della storia moderna della Nazione iberica da circa 13 milioni di spagnoli sui 25 che hanno votato, il rischio è che la spinta al cambiamento per progredire ancora si areni nell'impossibilità dei partiti di rimangiarsi quanto promesso, anche se in nome della governabilità e per evitare nuove elezioni che si terrebbero in primavera con una legge elettorale che molti ritengono superata.

La questione catalana, che non è una novità, è stata tuttavia la goccia che il 20 dicembre ha fatto traboccare il vaso, perché mai come prima richiede l'avvio di una soluzione. Infatti, la sinistra catalana è andata molto bene sulla scia della richiesta generale di cambiamento, male invece gli intransigenti di destra.

L'irrequietudine della Catalogna ha posto un ulteriore ostacolo sulla strada di una possibile trattativa e non sarebbe risolvibile con un governo di minoranza. Questo perché l'alternativa a un referendum è una modifica della Costituzione che la renda capace di accogliere istanze analoghe (oltre a sancire l'uguaglianza dei cittadini anche quanto a condizioni di vita, come vogliono i socialisti o sancire la lotta alla corruzione, come propone Podemos). Una riforma costituzionale è difficilmente realizzabile con un governo di minoranza, anche se secondo il giurista Javier Pérez Royo è l'unico modo di difendere la democrazia e la stessa Costituzione dalle spinte legate a singolarità culturali e storiche. Questo proprio perché riformare la Costituzione è una prerogativa dello Stato democratico.

La Spagna si è unita ai Paesi mediterranei che dibattono su riforme della Costituzionee della legge elettorale. Tra un anno e mezzo al club potrebbe aggiungersi la Francia. "Magra consolazione", è la risposta degli interlocutori cui lo si accenna, proprio ora che le Feste e un rialzo del consumo potevano per un po' fare scordare problemi seri quali una disoccupazione che non vuole cedere se non di poco.

@GuiomarParada

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