Land of mine. Dalla Danimarca del 1945 all'Evros del 2016 la piaga mai guarita delle mine antiuomo

“Sono solo tedeschi!”  queste le parole che ti restano più impresse dal trailer di Land of mine – Sotto la sabbia (2016), film del regista danese Martin Zandvliet dedicato ad una delle pagine meno conosciute della seconda guerra mondiale.

A demining supervisor holds an unexploded anti-tank mine fuse found by his demining team on an old battleground near Kandahar Air Field, Afghanistan, April 10, 2010. REUTERS/Tim Wimborne

 Nel maggio 1945, la Danimarca è libera da cinque anni di occupazione nazista. Un'occupazione particolare: caduta in un solo giorno in mano alla Wehrmacht (forze armate del Terzo Reich, nda), la nazione mantiene un margine di autonomia, rafforzata dalla presenza di re Cristiano X, sovrano anziano ma determinato sia a non abbandonare Copenaghen all'arrivo del nemico, sia a garantire la tutela dei diritti ai suoi sudditi, anche agli ebrei.

Una resistenza silenziosa e dignitosa quella dei danesi, raccontata un paio d'anni fa in un bel libro di Lidegaard Bo ll popolo che disse no. La storia mai raccontata di come una nazione sfidò Hitler e salvò i suoi compatrioti ebrei , edito in Italia per la Garzanti.

Ma, a conclusione delle ostilità, la monarchia nord europea si ritrovava con una brutta gatta da pelare, le mine. Paese strategico, al centro del crocevia di comunicazioni e rifornimenti fra Norvegia (anch'essa occupata) e la nemica Gran Bretagna, la Danimarca era stata “fortificata” dai tedeschi con migliaia di mine, dalle dieci alle cinquanta mila.

Mine antinave, anticarro e antiuomo: oltreché alla navigazione e ai veicoli, gli ordigni erano un pericolo anche per gli abitanti delle coste. Fu così che le autorità danesi spostarono l'attenzione sui prigionieri di guerra ultime leve, neanche maggiorenni, di un esercito ormai in rotta e usate come sminatori.

Sono solo tedeschi!” ricorda, nella storia raccontata da Zandvliet, un ufficiale ad un sergente troppo premuroso. Una freddezza figlia di cinque anni di guerra, che cerca, forse, anche di giustificare l'uso di persone giovanissime per una missione tanto rischiosa. Ma la vicenda dei soldati-adolescenti della Wehrmacht altro non è che il primo capitolo di un lungo, periglioso “rapporto” fra popolazioni civili e residuati bellici.

Nel 2009, infatti, si stimavano ancora fra le 70 e le 110 milioni di anti-personnel mines in giro per il mondo. Piazzarle non è difficile; recuperarle è invece piuttosto complicato, in termini sia di tempo sia di risorse. D'altronde, prima dell'entrata in vigore della Convenzione internazionale per la proibizione dell'uso, stoccaggio, produzione, vendita di mine antiuomo e relativa distruzione ( o Trattato di Ottawa, 1° marzo 1999, nda), questo tipo di arma è stata impiegata su tutti i fronti, in particolare nei conflitti anti coloniali che hanno infiammato la seconda metà del Novecento: guerra d'Indocina, guerra di Corea, campagna d'Algeria, guerra del Vietnam, guerra d'oltremare portoghese, invasione sovietica dell'Afghanistan, guerre nei balcani. Ma non solo...

Achtung minen!

A settantuno anni dagli eventi narrati dal film, anche il Vecchio Continente non è ancora libero dall'incubo mine. Alle cinquantamila danesi (smaltite in sei decenni da un'opera costante di bonifica), vanno aggiunti i residuati bellici italiani: a Montecassino, nel ternano, nei luoghi degli sbarchi alleati, sono tonnellate le bombe a caduta libera, le bombe a mano e le mine ancora in attività. Basta scorrere le pagine della stampa locale per farsi un'idea: solo a Terni, ad esempio, fra il 2013 e il 2014, gli artificieri hanno fatto brillare una granata e due bombe d'aereo. Fine del problema? No, perché i ritrovamenti sono frequenti, specialmente se si considera l'entità delle operazioni militari anglo-americane attorno al polo siderurgico fra il 1943 e il 1944.

Ma se nel Bel Paese si tratta, sovente, di “incontri ravvicinati” senza conseguenze gravi, stessa cosa non si può dire per la Grecia. Stando a dati dell ' ICBL (International Campaign to Ban Landmines), infatti, lungo le sponde dell'Evros circa 66 persone (88 secondo stime più recenti) sono morte per scoppi di mine fra il 2000 e il 2008. Migranti e profughi che attraversano il fiume, percorrendo quella che i media chiamano Balkan Route. Fra i pericoli principali della breve traversata, oltre alle correnti ecco, dunque, anche i campi minati: sono quelli del 1974, della Crisi di Cipro, disseminati lungo il confine turco dall'esercito ellenico per proteggere il fianco orientale del paese da potenziali attacchi di Ankara. Circa 25 mila le barriere, anti carro e anti uomo. Nel corso di quarant'anni Atene si è preoccupata di “ripulire” la zona, ma le mine sono ancora un'insidia reale perché, proprio per le loro piccole dimensioni, possono essere spostate da smottamenti, inondazioni, piogge.

Un problema, la bonifica, comune a molte altre aree del mondo, dall'Afghanistan alla Birmania, dalla Colombia all'Irak. Infatti, se il Trattato di Ottawa oggi scoraggia la vendita di tali armi, è anche vero che, per oltre mezzo secolo, le aziende fabbricatrici ne hanno prodotte in enormi quantità.

L'Italia, ad esempio, è stata fra i principali costruttori. Il 9 febbraio del 1991, il quotidiano La Repubblica titolava Nove milioni di mine a Saddam un articolo dedicato all'apertura del processo contro gli amministratori della Valsella Meccanotecnica rei, secondo la magistratura (furono, poi, dichiarati non colpevoli dei crimini contestati, cioé vendita illegale di armi all'Irak), di aver venduto illegalmente armi al regime di Baghdad per la campagna contro l'Iran. Nove milioni: una cifra notevole, che rende l'idea di come sia duro e difficile impedire che civili inermi restino feriti o uccisi da residuati di campagne dimenticate. E' il caso dell'Afghanistan: dopo la ritirata sovietica del 1990, i “pappagalli verdi” hanno continuato a mietere vite. Giovani vite, come i soldati-adolescenti di Land of mine. Dalla forma curiosa e dai colori sgargianti, i “pappagalli” erano stati progettati proprio per i bambini: lanciati dagli elicotteri russi, venivano scambiati per giocattoli dai più piccoli. Una semplice manipolazione ne attivava l'innesco; la mina era a scoppio ritardato: ciò avrebbe permesso al ragazzino di correre dagli amichetti o dalla famiglia per mostrare l'oggetto. Poi, boom! Uno sfruttamento, bieco, della psicologia infantile e della tecnologia militare che fa ancora male...

@marco_petrelli

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