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Un under 30 a Davos al World Economic Forum. Intervista a Leonardo Quattrucci

In Europa i giovani continuano ad essere i più colpiti dalla crisi. In questi anni il divario intergenerazionale è aumentato soprattutto nel Sud Europa: in Grecia, Spagna, Italia e Portogallo in media un ragazzo su tre rischia la povertà.

Leonardo Quattrucci al World Economic Forum a Davos. Photo credit news.johncabot.edu
Leonardo Quattrucci al World Economic Forum a Davos. Photo credit news.johncabot.edu

Mentre si è ridotta, secondo recenti dati del think tank Bertelsmann Stiftung, la quota di anziani sull’orlo di condizioni di indigenza (5.5%) facendo crescere il divario tra generazioni: un ragazzo su dieci vive in condizioni di gravi privazioni materiali. In generale, in Europa quasi un cittadino su quattro (118 milioni di persone), è a rischio povertà o esclusione sociale. Sul futuro del lavoro e dell’Europa al World Economic Forum a Davos è intervenuto Leonardo Quattrucci, l’unico giovane italiano under 30 invitato al forum, ventiquattro anni, assistente  politico alla Commissione  Europea all’European Political Strategy Centre e Global Shaper per il World Economic Forum, nominato un anno fa dalla prestigiosa rivista Forbes tra i 30 più influenti under 30 in Europa. Eastonline l’ha intervistato.

Ripeti spesso che le politiche per il futuro del lavoro dovrebbero seguire quattro principi: equità intergenerazionale, sostenibilità, resilienza e solidarietà. Pensi che effettivamente, in Europa e anche in Italia, sia evidente il gap intergenerazionale? Come a tuo parere si potrebbe tentare di superarlo?

L’Europa rimane il posto più equo al mondo – più degli Stati Uniti – ma il gap intergenerazionale esiste: in troppe economie avanzate il futuro rischia di diventare un debito piuttosto che un’eredità per le generazioni più giovani. Questo è sicuramente vero in Italia, dove se avessi avuto venticinque anni vent’anni fa il mio reddito e la mia capacità d’acquisto sarebbero stati notevolmente superiori. In Italia, giovani e donne sono stati i gruppi più colpiti dalla crisi, e più difficilmente assunti in posti di lavoro da allora.

Se questa tendenza diventa strutturale, il problema non è solamente che i giovani di oggi potranno permettersi di meno. Il problema è che se i giovani di oggi diventano i poveri di domani, chi paga le pensioni?

E’ il momento di concentrarsi su un nuovo patto di equità tra generazioni, non perdersi in un esercizio di retorica di giovani contro anziani. Non c’è una medicina universale, ma i rimedi esistono. Primo, la Banca Mondiale ha calcolato che potremmo mantenere l’attuale livello delle pensioni nel tempo se la durata del pensionamento fosse limitata a quindici anni. Questa manovra lascerebbe più spazio per investire in capitale umano, specialmente in istruzione nella prima infanzia.

Infine, bisogna essere creativi. L’Italia è uno dei Paesi più anziani del mondo e, allo stesso tempo, ci sono quattro giovani italiani su dieci disoccupati: perché non invitare i nostri senior ad insegnare a coloro che faticano a trovare il primo lavoro le competenze che non si imparano a scuola ma che fanno la differenza, come la managerialità? 

All'interno di una stessa categoria professionale, per alcuni settori, è possibile vedere un giovane sottopagato e un lavoratore con una retribuzione elevata. Pensi che i giovani siano spesso un pò troppo rassegnati al proprio destino? Dovrebbero far sentire di più la propria voce? Come? 

Esiste un problema di quella che alcuni chiamano “gerontocrazia”, altri mancanza di meritocrazia. In parte è strutturale e si riflette nei numeri sull’occupazione e da chi viene assunto, o su chi investiamo e chi tuteliamo. In parte è probabilmente culturale, ma molto dipende dalle industrie e dalle aziende: le aziende più giovani, ad esempio, tendono ad assumere più giovani di altre. Sicuramente, mi piacerebbe vedere più giovani incentivati ad impegnarsi nel servizio pubblico. Certamente, non vedo abbastanza giovani – e donne – nei comitati di amministrazione. Il problema è che ci si concentra troppo spesso su “chi sei”, il certificato anagrafico, piuttosto che sul “cosa sai fare”. L’età non è necessariamente indice di esperienza o competenza. Credo, allo stesso tempo, che la mia generazione (di under 30) non sia solo vittima ma anche responsabile. Il pregiudizio “anti-futuro” di alcune politiche non è lontanamente compensato dall’imprenditorialità civica dei giovani. Confondiamo la democrazia in pigiama sui social con il cambiamento: passiamo il 70% del tempo online, ma solo tre europei su dieci fanno volontariato. E non andiamo a votare. Dare al futuro un posto al tavolo delle decisioni richiede impegno, organizzazione, altruismo e disciplina. Essere un cittadino dovrebbe voler dire essere un imprenditore.

Il progresso tecnologico deve far paura per la perdita di posti di lavoro o invece può essere una fonte di innovazione, creatività e un modo di ripensare il lavoro in una forma nuova che potrebbe anche portare alla creazione di nuove opportunità lavorative? Quali competenze essenziali per prepararsi al lavoro del futuro?

E’ vero: se una mansione potrà essere svolta da una macchina, probabilmente lo sarà – e in maniera più precisa ed efficiente. Ma il nostro vantaggio competitivo è sempre stato essere “umani”. Dobbiamo vedere l’automazione non come l’apocalisse ma come l’opportunità di specializzarci nei nostri vantaggi competitivi: l’intelligenza sociale e la creatività, la capacità di giudizio e la collaborazione in situazioni complesse. Non è un caso che queste siano state le competenze dei lavoratori che hanno saputo essere più resilienti e adattabili durante la crisi. Dobbiamo spostare la concentrazione dal lavoro ai lavoratori, investendo nella loro adattabilità. Nel 21esimo secolo, la resilienza è anche la migliore forma di protezione sociale. Dall’altra parte dobbiamo investire in innovazione perché è difficile predire con esattezza quali e quanti tipi di lavoro verranno creati. Innovare è però una garanzia di nuove opportunità, anche di mobilità sociale. Le trasformazioni della quarta rivoluzione industriale sono inevitabili e scegliere di combattere la gravità ci farebbe perdere il treno del progresso.

Resilienza, sostenibilità e solidarietà nel mondo del lavoro, cosa intendi?

Resilienza, sostenibilità e solidarietà sono le condizioni necessarie per scegliere il futuro, senza lasciare che ci cada addosso. La resilienza è la qualità di un individuo o di un’organizzazione di reagire positivamente ad un’avversità, per prosperare nei momenti di transizione. Negli Stati Uniti, i lavoratori tra i 25 e i 34 anni cambiano lavoro più o meno ogni 3 anni: tre volte più frequentemente dei cinquantenni. A questo ritmo, un individuo potrebbe avere una dozzina di lavori e professioni diverse nel corso di una sola vita. Questa flessibilità sarà sempre di più normalità, e questi cambiamenti richiedono resilienza.

La sostenibilità è il prerequisito per eque opportunità. L’abbondanza delle nostre possibilità future dipende da quanto e come abbiamo consumato le nostre risorse nel passato. L’esaurimento delle risorse naturali è irreversibile. La coesione e apertura delle nostre società determina – ovvero, la robustezza del nostro capitale sociale – chi ha accesso a quali opportunità. Nello stesso modo in cui regoliamo i limiti di velocità sulle strade pubbliche perché l’errore di uno potrebbe avere conseguenze su altri, dobbiamo governare il futuro con sostenibilità visto che è un bene di tutti.

La solidarietà, infine, è l’unico modo in cui saremo individualmente più forti, unendoci collettivamente uniti. Viviamo in un mondo di interdipendenze. Ignorarlo, vorrebbe dire posporre problemi. La solidarietà nel 21esimo secolo non è solo una qualità morale, ma ha senso economico e sociale.

Perchè eri l'unico giovane italiano under 30 a Davos?

Ero l’unico italiano under 30 ma di under 30 eravamo almeno 50, i Global Shaper: un gruppo tra i 20 e i trent’anni selezionati dal World Economic Forum da tutto il mondo per la loro leadership nel generare impatto locale, con una visione globale. Sono stato invitato a parlare del futuro del lavoro e del futuro dell’Europa, e a dare voce al 50% della popolazione mondiale che non è abbastanza rappresentato laddove si decide: i giovani. E’ stata un’opportunità privilegiata, ma soprattutto una responsabilità. In Italia molti dei miei coetanei sono in cerca di occupazione, per cui il mio vero Davos comincia ora, cercando di estendere le mie possibilità ad altri e creare una più ampia comunità di imprenditori civici. Non bisogna confondere l’accesso con l’impatto.

Quali possono essere le priorità per il rilancio dell'Europa?

La cosa migliore che possiamo fare è non perdere la concentrazione. Noi Europei abbiamo la memoria corta: dimentichiamo che, insieme, siamo la seconda potenza economica e commerciale nel mondo. Insieme, abbiamo la società più equa nel mondo, dove l’essere inclusivi ci rende anche più sicuri. Insieme, siamo un’eccezione storica: 70 anni di pace e stabilità. Possiamo fare meglio? Certamente. L’equità intergenerazionale, per me, dovrebbe essere il principio e il risultato delle nostre politiche future. Troppo spesso parliamo di Europa perdendoci nelle geometrie dell’integrazione, invece di definire una visione. E troppo spesso ci dimentichiamo che Europei non sono solo i nostri governi o le istituzioni, ma noi. Il modo migliore per vivere, lavorare e credere nell’Europa che vogliamo è esercitare le nostre responsabilità da europei. Nel mondo di oggi, se essere patriottici significa fare meglio per la propria comunità, allora la migliore forma di patriottismo è essere europei.

@IreneGiuntella 

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