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London calling? Cosa offre ancora ai giovani il Regno Unito post-Brexit

Quando ero ancora un liceale, nulla mi attirava come l’idea di studiare nel Regno Unito. Ero stato a Londra diverse volte, ed ero quindi mosso da seducenti quanto vaghe e confuse idee di carriera e successo, cristallizzate in immagini di sfavillanti palazzi, lussuose supercar ed eleganti completi. Al di là di questo, l’idea che mi ero fatto del Regno Unito era quella di un paese prospero e aperto. In questa terra dei sogni, ogni più sfrenata ed eccessiva fantasia consumista sembrava potersi tramutare in realtà. Tuttavia, nel giro di due anni le cose si sono ribaltate drasticamente.

Una ragazza a passeggio per Londra e una scritta sul muro per l'incendio alla Grenfell Tower. REUTERS/Tolga Akmen
Una ragazza a passeggio per Londra e una scritta sul muro per l'incendio alla Grenfell Tower. REUTERS/Tolga Akmen

Ciò mi ha fatto aprire gli occhi su una verità decisamente scomoda, per un giovane di belle speranze quale ero allora. Vale a dire: le premesse sulle quali le mie motivazioni si basavano erano fallaci sin dal principio. Non solo il paese nel quale ero stato spinto a trasferirmi non è più lo stesso che era due anni fa, ma presto ho anche compreso che l’Inghilterra che avevo nella mente esisteva, per l’appunto, solo nel mio immaginario: prodotto fittizio di una serie di apparati ideologici che hanno contribuito a veicolare l’immagine di un paese non corrispondente al vero. Paese che risulta diviso, oggi più che mai, fra giovani e anziani, popolazione urbana e rurale, ceti oltremodo benestanti e famiglie che faticano a trovare quella dignità a cui chiunque dovrebbe avere diritto. Ciò mi ha spinto ad articolare una serie di brevi considerazioni sul paese nel quale ormai risiedo da due anni e nel quale, clima politico permettendo, intendo restare ancora a lungo. Il punto di questa riflessione è che queste contraddizioni non possono essere ignorate, in quanto solo una volta riconosciute si può affrontare il problema in tutta la sua complessità.

Le premesse sulle quali si basava il sogno che ha spinto me, come tanti altri miei coetanei, a perseguire un percorso di studi nel Regno Unito erano fallaci già in partenza. Nel giro di due anni, l’intero paese ha completamente invertito rotta, sconvolto da sorprendenti e, parzialmente, inaspettati cambiamenti. Il primo shock è stato il divorzio dall’Unione Europea (EU), seguito poi da un clima di instabilità ed insicurezza politica, che hanno spinto la leader Theresa May a cercare una controversa alleanza con il partito unionista nordirlandese (DUP) pur di mantenere in piedi il suo governo. Ciò ha fatto riemergere, all’interno del paese, forze politiche – il partito Laburista guidato da Jeremy Corbyn – che erano state date per morte e, con loro, tutte le contraddizioni di un fragile equilibrio fra sfavillante benessere e condizioni critiche per coloro che sono esclusi dal trionfo della globalizzazione finanziaria. Il recente incendio della Grenfell Tower è sintomatico di questa condizione e ci tornerò più avanti.

La Brexit ha indubbiamente marcato il brusco risveglio dal nostro sogno collettivo. Nel mio primo anno di studi, all’interno della mia università, non si faceva che parlare dell’imminente referendum per l’uscita del Regno Unito dall’UE. Ironicamente, ma non casualmente, il clima generale nel quale informazioni e dibattiti venivano mediati era quello di un generale ottimismo. La stragrande maggioranza dei miei coetanei inglesi ed europei – quasi tutti liberali di buona estrazione sociale – guardava al fatidico voto con ottimismo, forti del fatto che i dissidenti anti-europeisti costituissero una piccola ed irrilevante porzione di una società che, ai loro occhi, appariva aperta e tollerante. Quell’anno, per via dei miei studi (il tema che ho scelto per il mio essay su British Politics è stato proprio sulla natura dell’euroscetticismo in Gran Bretagna), ho avuto modo di studiare più nel dettaglio la natura di questa problematica relazione. Nonostante tutti gli articoli e i report che ho avuto modo di analizzare nei miei studi menzionassero chiaramente le radicate tendenze chauviniste e isolane del popolo inglese, insieme con le contraddizioni e i problemi che hanno accompagnato la formazione di un sentimento Europeo all’interno del continente, la tendenza era comunque quella di guardare all’imminente referendum con ottimismo.

Molti report di prestigiosi think thank quali Chatham House e il Centre for European Reform (CER) hanno meticolosamente analizzato le ben radicate tendenze euroscettiche del popolo britannico. Ciononostante, essi riponevano comunque una certa fiducia nelle tendenze europeiste latenti dei britannici e nel fatto che, al momento del voto, i cittadini avrebbero ripiegato sulla scelta più ‘ragionevole’. Lo stesso si può dire del mondo della finanza e del business. Il legame di quest’ultimo con la maggior parte dei think thank, soprattutto quelli pro-establishment, spiega in larga misura questa convergenza di idee, e il loro ottimismo può essere ben compreso, in considerazione del fatto che è proprio il mondo del business e della finanza ed essere afflitto dalla Brexit. Il Regno Unito aperto che aveva spinto tanti dei miei coetanei, italiani ed europei, a studiare all’estero è mai esistito? O forse tutti eravamo mossi da considerazioni errate sin dal principio?

Nell’introduzione ho definito l’incendio della Grenfell Tower come sintomatico di questa divisione profonda, all’interno sia del paese che della City stessa. Una divisione che spesso ci rifiutiamo di vedere e alla quale, anzi, sembra che la gioventù borghese, di cui io stesso faccio parte, sia completamente impermeabile. Volendo attingere alle parole dello storico primo ministro inglese Benjamin Disraeli, si può effettivamente, ancora oggi, parlare di ‘due nazioni’ all’interno dello stesso paese. L’incendio di quel palazzo a Londra è un emblema di questa divisione, di due città completamente separate e di cui soltanto una, quella facoltosa, centro di investimenti, prosperità senza limiti e quel tipo di ‘bellezza’ che tanto fa gola a chi decide di trasferirvisi, è rappresentata dalla classe dirigente. L’altra nazione è destinata a rimanere nell’ombra. È emblematico il fatto che, come riportato da numerose testate britanniche, dall’Independent al Telegraph i residenti del palazzo si fossero lamentati già da tempo delle precarie condizioni di sicurezza delle loro abitazioni. Ciononostante, queste preoccupazioni sono rimaste in larga parte inascoltate, dato lo scarso peso che queste masse hanno sul processo decisionale di un paese dal quale certe voci vengono sistematicamente escluse. Questi richiami si sono tradotti nella scelta di risparmiare quando più possibile, proprio laddove anche solo 5000 £ in più si sarebbero potuti tradurre in una maggiore sicurezza per i residenti. Ma, come al solito, potere e interessi hanno prevalso sulla necessità immediata e sul buon senso.

Date tutte queste contraddizioni, oggi più che mai il Regno Unito è a un bivio in cui le opzioni e le conseguenze non sono ben chiare, e in cui determinate scelte potrebbero avere importanti conseguenze per cittadini, lavoratori e studenti. La parte dimenticata del paese si è risvegliata, mobilizzandosi ed alzando la voce, anche se questa mobilizzazione ha, a tratti, assunto diversi aspetti: dal patriottismo spicciolo e xenofobo dei sostenitori della Brexit, alla recente ondata di supporto per il leader laburista Jeremy Corbyn. Da un lato, le conseguenze dell’uscita dall’UE potrebbero avere un impatto disastroso per il mondo del business e la classe media. Uno studio di Deloitte ha evidenziato come quasi la metà dei lavoratori europei con alte qualificazioni rischi di lasciare il paese nei prossimi cinque anni. Dall’altro, profonde fratture sociali, che non possono essere ignorate, continuano a dividere il paese. Rimane tuttavia incerto se la leadership di Corbyn possa essere in grado di conciliare queste divisioni. L’imprinting social-democratico del leader laburista è stato criticato per essere troppo vecchio stampo, basato su politiche economiche ormai appartenenti al passato e non attuabili nel complesso sistema contemporaneo. Ciononostante, il suo enorme successo è sintomatico di una condizione di profondo disagio sociale che non può essere ignorato: non esistono vincitori se così tante persone risultano sconfitte da un sistema etichettato da molti come ingiusto e oppressivo.

In questi due anni non posso negare di essermi affezionato molto al Regno Unito, che per me è oramai diventato come una seconda casa. È il paese che mi ha dato l’opportunità di studiare quello che amo in un’università di prestigio e nel quale ho avuto modo di incontrare persone eccezionali, molte provenienti dalle più disparate parti del mondo. La vivacità della vita notturna e della cultura giovanile in città come Bristol o Londra mi ha stregato e non voglio che venga messa la parola fine a tutto questo. Desidero che il paese resti aperto a ricerca, talento e innovazione, e che giovani da più parti del mondo continuino ad affluire in massa: sono state queste le persone che hanno reso la mia permanenza indimenticabile. Tuttavia, bisogna rendersi conto che una società realmente aperta non potrà mai essere realizzata se tutte queste contraddizioni restano ignorate. Questo è qualcosa che molti giovani come me dovrebbero capire. La stessa esperienza dell’università, per quanto travolgente e stimolante possa essere, è stata progressivamente trasformata in una prerogativa accessibile solo a chi ha sufficienti mezzi economici. Tasse sempre più alte sono giustificate da fattori come la possibilità di trovare lavori redditizi subito dopo gli studi, e da connessioni sempre più strette con grandi aziende e multinazionali. Ciò segna la transizione verso un’educazione segnata da un’enfasi sulle capacità richieste dal mondo del lavoro, piuttosto che sull’educazione vera e propria. Ci viene ripetuto che i nostri debiti saranno pagati per via delle opportunità di ricevere alti compensi subito dopo gli studi, sebbene il mercato del lavoro sia sempre più competitivo e sempre più in saturazione. Tutto ciò è a spese della qualità dell’insegnamento, della formazione degli studenti e, soprattutto, dell’accessibilità delle università stesse. Occorre, ora più che mai, che il Regno Unito affronti queste contraddizioni e, probabilmente, le università sarebbero un buon punto di partenza

@giulionizzo

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