Ma quale ISIS? La favola del terrorismo islamico in Bosnia Erzegovina

Serbatoio del terrorismo internazionale, centro del wahabismo europeo, base di addestramento per jihadisti pronti a vendere cara la pelle in Siria, roccaforte di salafiti. La Bosnia Erzegovina torna sulle prime pagine dei giornali nazionali gravata dagli stereotipi di sempre. Nelle ultime settimane si è fatto un gran parlare di ISIS e Balcani, di villaggi dove “già sventola bandiera nera” in cui uomini malvagi dalle lunghe barbe agitano scimitarre e kalashnikov in nome di Allah, il tutto “a due passi dall’Italia”, pronti a ridestarci dai nostri sonni beati.

Gornja Maoca, Bosnia and Herzegovina. An entrance to the Bosnian village of Gornja Maoca decorated with Islamic State signs, February 4, 2015. REUTERS/Dado Ruvic

Ma possiamo dormire tranquilli, è solo una favola. La narrazione che vuole i Balcani occidentali, e la Bosnia Erzegovina in particolare, quale caposaldo del terrorismo internazionale torna a colpire, e come tutte le favole piace se ripetuta sempre uguale, poco importa se quanto si dice corrisponda al vero. In fondo i Balcani non sono la “polveriera d’Europa”? Dove, se non tra le oscure gole dei monti dinarici, può nascondersi il cuore selvaggio e feroce del continente?

Già nel 2001, all’indomani dell’attentato alle Torri Gemelle, si diede fondo a tutto l’armamentario retorico del caso. I “buchi neri” balcanici, dal Kosovo alla Bosnia Erzegovina, erano “stati-mafia” falliti, infiltrati da fondamentalisti, pronti a sfornare la falange di Allah. Nulla del genere è mai successo. Certo elementi legati al radicalismo islamico sono penetrati in Bosnia durante le guerre degli anni Novanta ma non sono riusciti a influenzare la società bosniaca. La difesa di Sarajevo, è bene ricordarlo, fu guidata da un serbo – Jovan Divjak - e la città difendeva anzitutto la propria identità “jugoslava”, multietnica e multiconfessionale. Dalla fine delle guerre jugoslave ad oggi i casi di violenza legati all’estremismo islamico sono stati rarissimi: l’attentato alla caserma di polizia di Bugojno nel 2010 e l’attentato all’ambasciata americana di Sarajevo nel 2011 sono stati i due casi più gravi. Ad oggi si contano circa 400 giovani bosniaci partiti per combattere in Siria, esattamente quanti i giovani britannici che si sono uniti all’ISIS. Eppure il Regno Unito non è descritto come “il serbatoio dei terroristi”.

A fare la differenza, evidentemente, è il fatto che la Bosnia sia un paese musulmano. Ma attenzione, solo il 40% della popolazione è di fede islamica e si tratta di un Islam europeo, frutto della dominazione ottomana (di per sé piuttosto tollerante), che oggi si innesta su una società secolarizzata. Un Islam che si caratterizza come elemento della tradizione locale piuttosto che come fede inflessibile e chiusa. Occorre poi considerare la peculiare situazione politica della Bosnia Erzegovina post-bellica. Gli accordi di Dayton hanno creato un paese diviso in due “entità”, la Republika Srpska, con capitale a Banja Luka, e la Federazione di Bosnia Erzegovina (federacija), con capitale a Sarajevo, che è a sua volta divisa in cantoni a maggioranza croata o bosgnacca (musulmana). Ogni entità ha un proprio parlamento mentre la presidenza centrale è “tripartita”, con un esponente serbo, uno croato e uno bosgnacco. In questa situazione una radicalizzazione in senso islamista del potere politico è impossibile. Tuttavia l’“etnopoli” uscita da Dayton è la causa di molti problemi sociali ed economici poiché il potere di veto di ciascuna delle parti impedisce di attuare le necessarie riforme. La disoccupazione è endemica, la povertà diffusa, molti giovani emigrano. E’ in questo disagio che i predicatori salafiti cercando di fare proseliti, senza molto successo. Anzi le comunità musulmane locali si oppongono, a costo della vita, agli integralisti, come testimonia la morte dell’imam di Velika Kladuša, Selvedin Beganović, che è stato ucciso a causa dei suoi sermoni contro la violenza e il radicalismo. Ad ammazzarlo sono stati i seguaci di Husein Bilal Bosnić, predicatore formatosi in Germania e tornato in patria per diffondere il fondamentalismo. Il suo arresto, insieme ad altri quindici islamisti, avvenuto nel marzo scorso, è stato uno dei motivi per i quali i giornali italiani hanno rispolverato le vecchie parole d’ordine ma testimonia invece come le autorità siano impegnate nella repressione del fenomeno. Un fenomeno che non è bosniaco ma viene principalmente dall’estero. Le comunità salafite presenti in Bosnia Erzegovina vivono isolate in piccoli villaggi dove conducono una vita più simile a quella degli amish americani che a quella di pericolosi terroristi. Tuttavia sono costantemente sotto la lente dello stato che, recentemente, ha modificato il proprio codice penale per combattere meglio il fenomeno.

In Bosnia Erzegovina i problemi ci sono, ma sono altri. In Bosnia’s Dangerous Tango: Islam and Nationalism,report dell’International Crisis Group, si spiega come  il vero rischio derivi dalle contrastanti ideologie nazionali, in particolare da quando i leader religiosi islamici hanno iniziato a rispondere con il nazionalismo bosgnacco (bosniaco-musulmano) alle nuove sfide di croato-bosniaci e serbo-bosniaci all’integrità territoriale dello Stato. Si legge nel report che ogni atto di violenza ispirata dall’islamismo è venuto da luoghi in cui le istituzioni islamiche – džemat (congregazione), moschea, madrasa e famiglia  sono deboli o assenti, e molti dei loro autori hanno avuto un passato difficile” ma che “nonostante la violenza occasionale, l’islamismo rimane un pericolo minore in Bosnia”.

La Bosnia Erzegovina, malgrado l’asfittico clima creato dall’etnopoli daytoniana, sta vivendo una stagione di riscatto civile che si concentra proprio nelle aree a maggioranza bosgnacche, Sarajevo in testa. Eventi come la Bebolucija o l’esperienza dei Plenum testimoniano la necessità dei bosniaci di uscire dalle griglie etno-nazionali imposte dall’alto. Un’emancipazione che supera gli steccati ideologici o confessionali. Ma di queste cose la stampa nazionale non parla. Evidentemente Bosnia Erzegovina non può esistere società civile, solo barbuti e pericolosi terroristi.

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GUALA
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