I nazionalisti di Vmro-Dpmne avevano celebrato il flop del referendum sul nuovo nome come una grande vittoria. Ma da allora l’opposizione si è sfaldata, la nascita della Macedonia del Nord è alle porte (Grecia permettendo) e Skopje sembra finalmente pronta a chiudere l’era Gruevski

Il primo ministro Zoran Zaev parla ai media dopo che il parlamento macedone ha approvato le modifiche costituzionali per consentire al Paese di cambiare nome. REUTERS/ Tomislav Georgiev
Il primo ministro Zoran Zaev parla ai media dopo che il parlamento macedone ha approvato le modifiche costituzionali per consentire al Paese di cambiare nome. REUTERS/ Tomislav Georgiev

Venerdì scorso il governo macedone ha inviato al parlamento la bozza degli emendamenti per incorporare il nome “Macedonia del Nord” in costituzione. Nonostante la scarsa affluenza (37%) al referendum popolare di fine settembre, l’epocale riforma, che aprirebbe a Skopje le agognate porte di Nato e Ue, sta faticosamente materializzandosi. Già due settimane fa, i deputati avevano inaspettatamente dato l’ok all’inizio della procedura di revisione costituzionale, scatenando purghe e malumori nell’opposizione nazionalista. Che sembra giunta al capolinea.


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Gli emendamenti e l’iter parlamentare

I quattro emendamenti proposti riguardano aspetti diversi dello storico accordo con la Grecia. Il primo prevede l’aggiunta dell’aggettivo “settentrionale” al nome del Paese. Il secondo mira a impedire qualunque interpretazione irredentista verso i territori della Macedonia greca del testo costituzionale, una delle condizioni dettate da Atene. Similmente, il terzo afferma che Skopje rispetta la sovranità, l’integrità e l’indipendenza politica dei propri vicini. Il quarto, infine, è relativo al supporto della diaspora all’estero.

Le bozze verranno discusse per tutto il mese di novembre e poi sottoposte a votazione. Poiché serve solo la maggioranza semplice (61 seggi su 120), il governo non si aspetta sorprese, forte dei suoi oltre 70 scranni. Una volta ottenuto il nulla osta dall’assemblea, l’esecutivo potrà preparare la versione definitiva degli emendamenti, che poi ritornerà nell’emiciclo e saranno dibattuti per altri 30 giorni. Al termine dei quali verranno nuovamente sottoposti a votazione. Se l’aula accorderà il proprio consenso – necessaria questa la maggioranza qualificata dei due terzi - la Macedonia del Nord vedrà ufficialmente la luce.

L’accordo dovrà allora essere ratificato dal parlamento ellenico, dove l’atmosfera si fa via via più ostile, come testimoniato dalle recenti dimissioni del ministro degli Esteri Nikos Kotzias, negoziatore degli accordi di Prespa da parte greca. Kotzias si è dimesso su pressione degli alleati di governo della Syriza di Tsipras, i nazionalisti di Anel vicini agli armatori del Pireo. E ad ottobre 2019 la Grecia torna alle urne, in quella che si prospetta una débâcle per Tsipras e sodali, incapaci di mantenere le roboanti promesse che li avevano proiettati al governo nel 2015. Il premier macedone Zoran Zaev punta quindi a far approvare la modifica costituzionale entro il prossimo marzo, per evitare che un tema così sensibile venga assorbito dal clima infuocato della campagna elettorale.

Il canto del cigno dell’opposizione macedone

In questo scenario, a uscirci con le ossa rotte è la Vmro-Dpmne, l’opposizione nazionalista macedone. I nazionalisti avevano celebrato il non raggiungimento della soglia del 50% al referendum di settembre come una propria vittoria. Il boicottaggio sfacciato da loro condotto, con addirittura il presidente della repubblica GjorgeIvanov in prima linea, era stato decisivo per spingere la maggioranza dell’elettorato macedone a rimanere a casa. Da quel momento, la Vmro ha invece inanellato un filotto di umiliazioni, inaugurato con il tradimento di sette franchi tiratori, che hanno permesso a Zaev e sodali di raggiungere il quorum dei due terzi e lanciare l’iter di revisione parlamentare. Il leader Hristijan Mickoski ha reagito all’affronto espellendo i dissidenti e lanciando una campagna di diffamazione contro di loro. Agli epurati si sono poi aggiunti alcuni fuoriusciti volontari, in aperta polemica con la linea di velleitario ostruzionismo anti-occidentale cara a Mickoski. E non si tratta di nomi secondari: hanno abbandonato la nave anche il leader dell’ala giovanile, la responsabile dell’associazione femminile e il presidente della delegazione parlamentare. Tra epurazioni e dimissioni volontarie, la pattuglia nazionalista si ritrova decimata. Dulcis in fundo, nel giro di una settimana sono arrivate la condanna a due anni dell’ex premier Nikola Gruevksi e il congelamento di alcuni beni immobiliari di proprietà del partito, tra cui la lussuosa sede nella capitale, nel quadro di un’inchiesta sul riciclaggio di denaro.

Questo terremoto politico-giudiziario è una manna dal cielo per l’esecutivo socialdemocratico, sostenuto anche dai partiti della minoranza albanese. Non solo perché il ridimensionamento dell’opposizione dovrebbe permettere agevolmente il raggiungimento dei due terzi all’ultima cruciale votazione sulle modifiche costituzionali, ma anche perché la crisi dei nazionalisti suggerisce che l’era post-Gruevski stia davvero per incominciare. Lo smantellamento delle strutture clientelari e para-mafiose allestite in dieci anni di governo dalla vocazione autoritaria dal clan Gruevski è un obiettivo fondamentale per fare della piccola repubblica post-jugoslava uno Stato efficiente e moderno. Forse più impegnativo della pur ambiziosa normalizzazione dei rapporti di vicinato che sia avvia verso il successo finale. Grecia permettendo.

@simo_benazzo

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