La Macedonia alle urne per darsi un nome e un futuro euro-atlantico

Domenica i macedoni voteranno sull’accordo con la Grecia, che punta a risolvere la lunga disputa attorno al nome dello Stato. Il referendum può aprire alla neonata Macedonia del Nord la strada per la Ue e la Nato. Ma l’affluenza è un’incognita, come il voto dei nazionalisti

Il primo ministro macedone Zoran Zaev. REUTERS/Vincent Kessler
Il primo ministro macedone Zoran Zaev. REUTERS/Vincent Kessler

Domenica 30 settembre 2018 può diventare una giornata storica per i Balcani: la popolazione macedone è chiamata ad esprimersi sull’accordo con la Grecia, che risolverebbe una disputa pluriennale e spianerebbe alla neonata Macedonia del Nord  la strada verso la Nato e la Ue. Il quesito referendario è stato preparato con cura, evitando di nominare direttamente il cambio di denominazione, il tema più controverso. La formulazione della domanda - “Lei è favorevole all’entrata in Unione europea e Nato accettando l’accordo tra Repubblica di Macedonia e Repubblica Greca?”– si concentra piuttosto sulla necessità che Skopje compia questo passo per rilanciare il processo di integrazione euro-atlantica. Come ha ripetuto recentemente il segretario Nato Jens Stoltenberg, l’unica strada percorribile passa per il compromesso con la Grecia.

Obiettivo quorum: uno sguardo ai numeri

Nonostante il referendum sia soltanto consultivo, la sua valenza politica è evidente. Una volta censita la volontà popolare, l’emiciclo macedone sarà chiamato a ratificare l’accordo siglato a Prespa con una maggioranza di almeno due terzi (80 su 120 parlamentari), come da prassi per le modifiche costituzionali. Poiché al momento il governo in carica vanta un consenso parlamentare di soli 69 deputati, saranno fondamentali i voti dell’unica formazione rimasta all’opposizione, la Vmro-Dpmne, che occupa i restanti 51 seggi. La coalizione capitanata da Zoran Zaev punta quindi a sventolare in parlamento un accordo avallato ufficialmente dalla cittadinanza per mettere alle strette la compagine nazionalista. Il cui leader, Hristijan Mickovski, ha già dichiarato che il suo gruppo rispetterà l’esito referendario esclusivamente nel caso in cui il referendum sia valido. Detto altrimenti, il sì deve vincere e l’affluenza deve superare la soglia del 50%+1. Se i sondaggi suggeriscono che il primo obiettivo sia pressoché certo, il secondo agita invece l’esecutivo.

L’ottenimento del quorum è reso ulteriormente incerto dai dubbi relativi al numero reale degli aventi diritto presenti nella piccola repubblica post-jugoslava. Poiché l’accuratezza dei database statali è stata minata da anni di gestione clientelare e approssimativa, è molto probabile che il totale degli elettori effettivi sia inferiore ai 1.784.416 registrati nel 2014. Ad ogni modo, includendo i 20.629 cittadini macedoni residenti all’estero, sono circa 1.806.000 gli elettori chiamati ad esprimersi: per validare l’esito referendario almeno 903.000 persone devono presentarsi alle urne. Uno sguardo alle scorse elezioni parlamentari restituisce impressioni contrastanti. L’affluenza era stata alta (di poco inferiore al 67%), mai partiti ora al governo che spingono per il “sì” avevano raccolto globalmente meno di 650.000 voti.

Un discreto boicottaggio

Gli osservatori concordano che sarà dunque la Vmro a fare da ago della bilancia. Il partito dell’ex-presidente Nikola Gruevski non può permettersi di schierarsi ufficialmente per il no, una posizione indifendibile di fronte a una comunità internazionale che ha mobiliato l’artiglieria pesante per spingere la popolazione al voto. La cancelliera tedesca Angela Merkel si è recata di persona a Skopje; il presidente francese Emmanuel Macron ha pubblicato un video-messaggio e il vice-presidente americano Mike Pence ha ricevuto Zaev a Washington, ribadendogli il sostegno degli Stati Uniti.

Come ipotizza Balkan Insight, il partito ha quindi optato per una linea ambigua. Pur avendo pubblicamente dato libertà di voto ai propri elettori, lontano dai riflettori starebbe invitando al boicottaggio i settori molto diversi della società macedone contrari all’intesa. Le varie anime della Vmro faticano a trovare una sintesi, oscillando tra voto contrario e astensione. Se il presidente Gjorge Ivanov ha già reso noto che rimarrà a casa, alcuni nomi di spicco della vecchia guardia hanno invece invitato l’elettorato a partecipare. Cosa possa succedere nel caso in cui vinca il sì senza raggiungere il quorum è impossibile prevederlo, soprattutto perché gli esponenti più radicali del partito hanno già dichiarato che voteranno contro in qualunque caso.

Il comportamento tenuto dalla Vmro prima e durante la campagna referendaria mette a nudo le contraddizioni inevase di una forza politica che non pare avere niente di costruttivo da offrire. Gli uomini di Gruevski auspicano che il fallimento della consultazione - da loro stessi imposta all’esecutivo - possa tradursi nel canto del cigno dell’esperienza di governo socialdemocratica, ma non hanno mai presentato alternative realistiche per risolvere la diatriba con Atene. Si sono finora trincerati dietro a una sterile critica della soluzione negoziata dal ministro degli Esteri Nikola Dimitrov, rivendicando velleitariamente di poterne strappare una ben più favorevole. Una posizione surreale, a fronte di un decennio di governo ininterrotto in cui la compagine conservatrice è parsa più interessata a provocare la controparte con iniziative propagandistiche di tenore ultra-nazionalista che ad invitare Atene alle trattative.

Ultima tappa

Nel caso in cui l’accordo di Prespa uscisse indenne dalla votazione popolare e soprattutto di quella parlamentare, il testimone passerà al vicino meridionale per lo scatto finale. Il partito di maggioranza, Syriza, non potrà contare sul proprio alleato di governo, i nazionalisti di Anel, che hanno ripetuto più volte la propria contrarietà al compromesso con Skopje. Tsipras e compagni dovranno quindi elemosinare voti tra le opposizioni per raggiungere a loro volta la soglia dei due terzi necessaria a blindare la negoziazione più sudata della storia recente dei Balcani. Tutte le forze politiche elleniche si troveranno tra l’incudine della pressione internazionale e il martello delle incombenti elezioni, previste per l’anno prossimo. Considerata l’impopolarità dell’intesa di Prespa presso la popolazione greca, molto probabilmente le urne puniranno i partiti che si piegheranno alla ratifica. Ma non potranno cambiare la Storia.

@simo_benazzo

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