eastwest challenge banner leaderboard

La lunga marcia dei Remainers per fermare la Brexit

A due anni dal referendum, il movimento anti Brexit scende in strada per chiedere un nuovo voto. I remainers puntano sugli scenari economici da brividi per mobilitare i cittadini e premere sulla politica. Ma non trovano una vera sponda neanche nel Labour. E i sondaggi non li premiano

La marcia People's Vote nel centro di Londra, Gran Bretagna, 23 giugno 2018. REUTERS / Henry Nicholls
La marcia People's Vote nel centro di Londra, Gran Bretagna, 23 giugno 2018. REUTERS / Henry Nicholls

Londra - Decine di migliaia di manifestanti, scrivono gli organi di stampa. 100mila, assicurano gli organizzatori. Di certo, a due anni esatti dal referendum con cui il 51,9% dei votanti britannici decise di recidere i legami di appartenenza con la detestata Ue, vedere il centro di Londra colorato del giallo e blu della bandiera europea riaccende le speranze dei Remainers.

È spinta da questa (irragionevole?) speranza che la folla dei partecipanti alla marcia londinese anti Brexit  ieri ha sfilato da Pall Mall alla piazza del Parlamento. Attivisti, europei residenti in Uk, Remainers di tutti i fronti venuti da Londra ma anche da oltre Manica sperano che questa partecipazione massiccia crei pressione su governo e parlamento britannici e, di conseguenza, le condizioni politiche per un referendum sull’esito dei negoziati con Bruxelles, su cui, a nove mesi dalla data stabilita per l’uscita, regna un’incertezza ormai imbarazzante per Londra.

«Serve la palla di vetro» ci ha confermato di recente, con ironia liberatoria, la managing partner Emea di uno studio legale londinese del magic circle, che da due anni fa da consulente a clienti internazionali sui contingency plans post Brexit.

Gli organizzatori della marcia, una galassia di associazioni e gruppi di pressione riuniti sotto il cappello un po’ ruffiano People’s vote, cavalcano questa incertezza e i dati disponibili sugli scenari economici post Brexit: quelle foschissime previsioni ufficiali che ogni tanto una manina sottrae alle cassaforti ministeriali e fa arrivare alla stampa. A parte i leaks, che la Brexit in qualsiasi forma rischi di essere un bagno di sangue sembra indiscutibile: l’ultimo risk assessment è quello di Airbus, che ha minacciato di lasciare il Regno Unito in caso di no deal - parliamo di una multinazionale che dà lavoro a 14 mila dipendenti più altri 100mila dell’indotto -. Annuncio a cui si è subito accodata Bmw. Le grandi aziende cominciano a venire allo scoperto, dopo 24 mesi di infruttuosi incontri con il governo.

E quindi, le sigle dei gruppi di pressione anti Brexit ieri hanno chiarito i termini del problema: Brexit rischia di azzoppare il Paese per decenni. Il risultato del primo referendum è maturato in un clima di disinformazione e propaganda. Ora che gli effetti cominciano ad essere chiari, ai 65 milioni di britannici che li dovranno subire bisogna dare la possibilità di esprimersi di nuovo, con un referendum sulla forma del loro futuro. Questo il refrain della marcia e degli interventi dal palco di Gina Miller, la pioniera dell’opposizione a Brexit, che per prima, da privata, ha galvanizzato l’opposizione sfidando il governo in tribunale sull’art.50; Vince Cable, decano dei Lib-Dem che sull’europeismo sono stata fondati; Anne Soubry, unica parlamentare Tory a parlare, una che considera Brexit una tale iattura da giocarsi la carriera - e ricevere continui abusi e minacce di morte - per evitarla.

«Brexit can be stopped», è il messaggio. Suggestivo. Ma realizzabile? Un referendum sugli esiti del negoziato è politicamente possibile? Allo stato attuale, pare un pio desiderio.

In primo luogo non lo vuole, ovviamente, il governo, ancora e sempre paralizzato da dissidi interni pronti a risvegliarsi ad ogni passo in una direzione precisa. L’ultimo, esasperante esempio è la reazione dei ministri Brexiteers all’annuncio di Airbus. Liam Fox, responsabile del Commercio con l’Estero, ha calmato le acque dichiarando che l’ipotesi di un no deal non è affatto un bluff del governo May. David Davis, ministro per Brexit, ha chiarito che fervono i preparativi per un’uscita senza accordo. Boris Johnson ha riattivato la stampa amica raccomandando sul Sun a Theresa May una “Full British Brexit”, slogan facile facile per un taglio netto dalle ripercussioni probabilmente apocalittiche. Del resto, come emerso sempre ieri sul Telegraph, la scorsa settimana, ad un evento pubblico in occasione del compleanno della Regina, il ministro degli Esteri avrebbe disgustato i diplomatici europei presenti commentando le preoccupazioni dei settori industriali del suo Paese con un equilibrato «Fuck Business».

Quanto alla Camera bassa, nelle ultime due settimane ha avuto per due volte l’occasione di infliggere al governo una sconfitta decisiva su un emendamento, approvato a maggioranza dai Lords, che garantiva ai legislatori il controllo del negoziato in caso di no deal. I ribelli Tories, determinanti per quel voto, prima hanno fatto fuoco e fiamme, poi sono rientrati all’ovile accontentandosi di vaghe promesse.

Poi ci sono i sondaggi. Ognuno li tira dalla propria parte ma la sintesi più equilibrata sembra essere quella raccolta dalla Bbc e dal Financial Times: il sentiment fra la popolazione non è, sostanzialmente, cambiato, e l’opinione pubblica comincia appena a manifestare un timido orientamento anti Brexit.

E infine, il convitato di pietra: il Labour di Jeremy Corbyn. Al corteo hanno chiesto di lui. Dov’è Jeremy Corbyn? E di Jeremy Corbyn non c’era traccia, visto che nessun consigliere, compagno di partito, sondaggio fra i più giovani, contestazione interna sembra persuaderlo a sposare la causa anti-Brexit. Anzi, sui voti parlamentari impone la disciplina di partito a colpi di triple whip, punendo il dissenso con una ferocia da leadership trotzkista, come ci ha rivelato mesi fa, compiaciuto, il giornalista e fedelissimo corbynista Paul Mason.

E quindi: un secondo referendum è possibile? No, se a chiederlo è solo un movimento popolare relativamente minoritario, senza un partito dietro. Per il resto, palla di vetro anyone?

@permorgana 

Scrivi il tuo commento
@

La voce
dei Lettori

Eastwest risponderà ogni settimana ai commenti sui social e alle domande inviate dai lettori. Potete far pervenire la vostra domanda usando il tasto qui sotto. Per essere pubblicati, i contributi devono essere firmati con nome, cognome e città. Invia la tua domanda a eastwest

GUALA