La nuova rotta balcanica punta verso la Bosnia, dove i migranti si ammassano sperando di entrare in Croazia. Il confine con la Ue però è sempre più ostico. E l’emergenza riaccende il confronto tra Sarajevo e Belgrado, accusata di indirizzare l’esodo verso il territorio bosniaco

Migranti siedono sul ciglio della strada al confine tra Bosnia ed Erzegovina e Croazia a Velika Kladusa, foto scattata da Maljevac, in Croazia, il 18 giugno 2018. REUTERS / Antonio Bronic
Migranti siedono sul ciglio della strada al confine tra Bosnia ed Erzegovina e Croazia a Velika Kladusa, foto scattata da Maljevac, in Croazia, il 18 giugno 2018. REUTERS / Antonio Bronic

Balcani e migranti, un binomio che negli ultimi anni ha trasmesso immagini di colonne di persone in marcia verso l’Europa. Tra il 2014 e il 2017, lungo la via del Mediterraneo orientale, anche nota come rotta balcanica, sono transitate un milione e centomila persone in arrivo via Turchia, Bulgaria e Grecia, in gran parte donne e bambini.


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A marzo 2016 tutto cambia con la sottoscrizione dell’accordo sulla gestione dei migranti tra Unione Europea e Turchia che ha tagliato di netto la portata dell’esodo ma senza interromperlo del tutto. Trenta mesi più tardi, i Balcani continuano ad essere percorsi da persone alla ricerca dell’Europa. Vie di transito sempre diverse e difficili solcano i confini ancora via Turchia, Grecia e Bulgaria, per continuare poi in Macedonia, marginalmente Albania, quindi Montenegro e Serbia. I viaggi durano mesi se non anni e da fine 2017 la Bosnia-Erzegovina è diventata uno snodo di transito cruciale sulla via per la Croazia, concentrando migliaia di persone sul confine settentrionale.

Il ministro della Sicurezza bosniaco Dragan Mektic ha dichiarato che la Bosnia non ha «Né l’intenzione né la capacità di diventare» un Paese non UE in cui esternalizzare l’accoglienza dei migranti, al pari di quanto accaduto con Libia e Turchia. Secondo Mektic, il flusso proveniente da Serbia e Montenegro si sta trasformando in una questione di sicurezza, da risolvere con l’aiuto dei Paesi dei Balcani occidentali e dell’UE. Per alleviare la pressione, a inizio giugno, la Commissione Europea ha stanziato 1,5 milioni di euro da usare per l’accoglienza dei migranti ammassati tra Bosnia e Croazia ma per il ministro bosniaco ancora non basta. La sua convinzione è che all’origine del problema ci siano Grecia e Bulgaria, Paesi di primo ingresso - vicini della Turchia - ma con confini permeabili, tanto da alimentare l’esodo verso nord che dopo il rafforzamento dei controlli sulla frontiera serbo-croata, da fine 2017, ha trovato uno sbocco in Bosnia.

Polizia e pattugliamenti ordinati da Belgrado sono bastati a deviare il flusso, dirigendo l’esodo in Bosnia, dove qualcuno di coloro che arrivano presenta istanza di asilo mentre la maggior parte tenta lo sconfinamento illegale in Croazia, sfruttando la rete di trafficanti attiva dalla Grecia alla Germania. Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Iom), nelle prime due settimane di giugno le autorità bosniache hanno registrato 1.076 nuovi arrivi che, sommandosi ai precedenti, portano a 6.600 il numero dei migranti e richiedenti asilo giunti nel Paese da gennaio, inclusi 63 minori non accompagnati. Sei volte più dell’intero 2017 (1.119 arrivi) con prevalenza di maschi di nazionalità pachistana (27% sul totale), poi siriani (18%), afgani (13%), iraniani (11%) e iracheni (8%). Il 70% di questi nuovi arrivati avrebbe già lasciato il Paese, proseguendo verso l’Europa, ma chi rimane vive in ripari di fortuna, senza disporre di servizi e assistenza adeguati.

La crescente tensione dovuta alla concentrazione dei migranti sul confine croato ha interessato progressivamente anche le delicate relazioni di vicinato. Le autorità bosniache hanno additato i vicini serbi e montenegrini accusandoli di indirizzare l’esodo in Bosnia, accusa respinta da entrambe le parti. C’è anche chi, come il presidente della Republika Srpska – una delle due entità della Bosnia-Erzegovina, a maggioranza serbo-bosniaca – Milorad Dodik, sostiene esista un piano segreto per modificare il bilanciamento etnico della popolazione intensificando l’afflusso di migranti asiatici e mediorientali. Ciò riguarderebbe in particolare pachistani e siriani, con un’impennata dell’arrivo di iraniani.

A fine maggio, il ministro bosniaco per la Sicurezza, Dragan Mektic, ha accusato Belgrado per l’aumento negli arrivi di migranti iraniani, conseguenza, secondo lui, dell’abolizione dei visti per le persone in arrivo dall’Iran stabilito dal governo serbo.

«Stiamo fronteggiando un problema serio in quanto la Serbia ha abolito i visti per i cittadini iraniani», ha commentato Mektic (fonte Balkan Insight). «Vengono legalmente in Serbia e poi passano illegalmente da noi per proseguire verso l’Europa. Non abbiamo il diritto di decidere quale regime di visti debba adottare la Serbia ma dovrebbe garantire la riammissione - degli iraniani sconfinanti - senza problemi».

La situazione sul campo è piuttosto chiara: chi riesce a entrare in Bosnia punta diretto in Croazia. «[I migranti] Sono concentrati per lo più sui confini di Bihać e Velika Kladuša, nel nordovest del Paese», spiega una volontaria italiana da settimane sul posto. «Il governo bosniaco intende costruire un centro di accoglienza a Polje ma lì i migranti non vogliono andare per non allontanarsi dalla frontiera, dove ogni notte ci sono tentativi di sconfinamento».

Oltre alla struttura di Polje, il governo ha recentemente aperto un centro di accoglienza nei pressi di Mostar, nel sud del Paese. Altri due centri funzioneranno a Sarajevo, dove nelle scorse settimane sono stati condotti 140 migranti pachistani dalla città di Tuzla, completando il più ingente trasferimento interno dall’inizio della crisi, a fine 2017.

Per chi riesce a evitare i campi di accoglienza, l’obbiettivo resta il confine ma il passaggio è comunque molto difficile. Il terreno è scosceso e, ammesso che i boschi offrano un nascondiglio sicuro, restano pur sempre zone non del tutto bonificate dalle mine. Se non bastasse, perdersi è facile soprattutto se, come testimoniato dai volontari, le autorità croate hanno oscurato la rete telefonica lungo le principali vie di transito, ostacolando le comunicazioni tra i migranti e i loro contatti in Croazia o più semplicemente rendendo complicato l’orientamento. Ecco che in molti finiscono nelle maglie della polizia di frontiera, che si limita a riportarli verso i confini di passaggio.

Con l’inizio dell’estate e il clima favorevole le criticità aumentano, assieme ai tentativi di sconfinamento. Per ridimensionare il numero degli arrivi dalla Serbia e dal Montenegro, l’Assemblea Parlamentare bosniaca ha deciso di rafforzare i controlli lungo i 1.551 chilometri di confine, dispiegando 200 poliziotti in più, portando il loro numero a 1.847, ma l’obbiettivo è arrivare ad avere presto altri 300 ufficiali operativi.

Allo stesso modo il governo croato non ha perso tempo, dichiarando per voce della presidente Kolinda Grabar Kitarovic di puntare a «Controllare i confini dello Stato e i confini esterni dell’Unione Europea con la Bosnia». Ne è risultato il rafforzamento delle forze di polizia sul confine bosniaco e il trasferimento in Bosnia di almeno 300 migranti intercettati nel primo trimestre dell’anno.

Frontiere diverse ma obbiettivi comuni: intensificare i controlli dei camion e dei treni in arrivo dai confini vicini, principali mezzi usati per gli spostamenti illegali nei Balcani, ma anche per intraprendere tratte di lungo raggio. Tratte che percorrendo la costa croata arrivano anche in Italia, ancora oggi uno dei principali Paesi di sbocco di quanto resta della Rotta Balcanica.

@EmaConfortin 

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