Guardie e migranti, "Il Gioco" si fa più duro al confine Bosnia-Croazia

Sono accampati da mesi in condizioni desolanti. Tentano la sorte, vengono fermati, ci riprovano. I migranti lo chiamano “Il Gioco”. Tra le mine. Ma gli scontri con i poliziotti croati si moltiplicano. E con l’avvicinarsi dell’inverno, una crisi umanitaria è alle porte, avverte l’Onu

Migranti saltano giù da un treno merci mentre cercano di attraversare il confine bosniaco. REUTERS / Dado Ruvic
Migranti saltano giù da un treno merci mentre cercano di attraversare il confine bosniaco. REUTERS / Dado Ruvic

Negli ultimi giorni la tensione è tornata alle stelle nella Bosnia nord-occidentale, nel cantone dell’Una-Sana. Lì, da mesi, sono accampati centinaia di rifugiati nell’indefesso tentativo di entrare in Croazia e poi proseguire per rifarsi una vita più a ovest. La scorsa settimana si sono registrati nuovi scontri tra migranti e forze di polizia croate, già accusate in passato di aver derubato e picchiato alcune persone che erano riuscite ad attraversare la frontiera, distruggendo inoltre i loro smartphone. Ad inizio ottobre, il Consiglio d’Europa aveva invitato la Croazia ad indagare sui casi riportati.

Da quando Zagabria ha sbarrato il limes sud-meridionale dell’Unione Europea, non sembrano essere pervenute opzioni percorribili né per gestire in maniera virtuosa questa perenne emergenza né, tanto meno, per risolverla.

La scorsa settimana è stato il Segretario Generale per gli Affari Esteri dell’Unione Europea, l’austriaco Johannes Peterlik, a ribadire la linea. In visita a Sarajevo, Peterlik ha dichiarato da un lato che «i migranti stanno prendendo la strada sbagliata perché l’immigrazione illegale non è un’opzione» e dall’altro che l’Austria farà di tutto per supportare la Bosnia nello sforzo di domare e contenere questo flusso migratorio. Tradotto: i confini rimangono chiusi, queste persone restano dove sono ma Sarajevo riceverà delle risorse speciali per far fronte al fenomeno.

Ad agosto la Commissione Europea ha varato un nuovo pacchetto di aiuti per 6 milioni di euro, che si aggiungono al 1.5 milione accordato a giugno da Bruxelles. Questi finanziamenti non sono previsti solo per azioni di sostegno ai rifugiati, cui si riesce a garantire solo un pasto al giorno al momento, ma anche per attività di pattugliamento e sorveglianza dei confini bosniaci.

Su pressione degli enti sovranazionali, in primis dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, le autorità di Sarajevo si sono quindi attivate per allestire nuovi campi di accoglienza - quelli attuali sono spesso edifici bombardati considerati inagibili da più di vent’anni - e rimuovere i rifugiati lontano dal confine croato. Come riportano resoconti di volontari che hanno passato l’estate in questi sguarniti e sovraffollati campi di accoglienza, le condizioni sanitarie sono allarmanti. E con l’approcciarsi dell’inverno la situazione potrebbe degenerare in una crisi umanitaria, secondo l’ONU.

Stando ai dati di InfoMigrant, 19.500 migranti sono entrati in Bosnia a partire dal 2018, mentre quelli fermati al confine sono stati 13000. Afghanistan, Siria, Pakistan, Iraq e Iran sono i cinque principali Paesi di provenienza. Molti sono passati da Montenegro e Albania, tappe della nuova Balkan Route. Proprio l’Albania potrebbe trasformarsi nel prossimo purgatorio per chi sogna un futuro migliore nei Paesi europei più ricchi.

Nonostante non costituiscano un problema sotto il profilo della micro-criminalità, i migranti sono diventati un tema caldo delle recenti elezioni bosniache, seguendo un copione già visto nelle tornate elettorali recenti di altri Paesi europei. L’iniziale solidarietà della popolazione bosniaca verso gli stranieri in transito sul loro territorio è gradualmente scemata e a fine ottobre sono esplose a Bihać proteste anti-migranti.

Quello che inizialmente si pensava sarebbe stato solo un passaggio temporaneo si è trasformato in una permanenza di lungo periodo. I migranti lo chiamano The Game, il gioco: ti prepari, provi ad attraversare il confine, vieni rispedito indietro, prendi tempo e ci riprovi di nuovo.

Da un mese il collettivo italiano Checkmate è sul campo proprio per documentare questo gioco dell’oca, che coinvolge anche donne e minori, molti dei quali non accompagnati.

A rendere ancora più pericolosa la traversata di questi individui in fuga da conflitti, crisi economiche e emergenze ambientali c’è una peculiarità dell’area di confine tra Croazia e Bosnia: le mine. Cercando di evitare le strade principali, pattugliate dalle guardie bosniache, i migranti si avventurano nei campi e nelle boscaglie, spesso ignari della presenza delle mine, residuo delle vicende belliche degli anni ’90. A volte, pur consapevoli, scelgono di rischiare comunque. È parte del gioco.

@simo_benazzo

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