Al netto dell'indignazione francese, la linea dura ottiene un tacito sostegno tra i partner. I vertici Ue ormai seguono uno schema ispirato al “no way” australiano. E puntano a risolvere la questione migratoria a colpi di respingimenti illegali e campi-prigione nei Paesi limitrofi

Un migrante, parte di un gruppo intercettato a bordo di due gommoni al largo del Mediterraneo, dopo che è arrivato su una barca di soccorso nel porto di Malaga. REUTERS/Jon Nazca
Un migrante, parte di un gruppo intercettato a bordo di due gommoni al largo del Mediterraneo, dopo che è arrivato su una barca di soccorso nel porto di Malaga. REUTERS/Jon Nazca

Matteo Salvini festeggia il primo giorno senza sbarchi: la nave Acquarius della ong Sos Mediterranee dovrà portare i profughi salvati in Spagna. E come in Italia dove le opinioni di politici e giuristi sono spaccate sulla decisione del ministro dell’Interno di chiudere i porti alla nave carica di migranti, anche l’Europa si divide. Se Viktor Orbàn dall’Ungheria offre a Salvini sostegno contro i migranti, Spagna e soprattutto Francia vanno all’attacco. Da Madrid il neo-ministro della Giustizia, Dolores Delgado, avverte che «ci possono essere responsabilità penali internazionali per la violazione dei trattati sui diritti umani». A Parigi, Macron condanna la scelta«irresponsabile e cinica» dell’Italia. Salvini però rivendica piena sintonia con il ministro dell’Interno della Germania Horst Seehofer,  leader della bavarese Csu e del fronte anti-immigrati nella famiglia cristiano-democratica tedesca. E con il suo omologo, Salvini fa sapere di lavorare a “una proposta comune sulla protezione delle frontiere esterne"


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Bruxelles tace, ma secondo ricostruzioni stampa, il presidente della Commissione Ue Juncker avrebbe svolto un ruolo di mediazione dietro le quinte per convincere la Spagna a far sbarcare i 600 migranti. E in qualche modo, anche Berlino, Parigi e l’Aja sarebbero state coinvolte nel cercare una via di fuga all’intransigenza di Roma, più che altro per garantire l’incolumità delle persone a bordo dell’imbarcazione, stretta nel limbo di quel tratto di Sar su cui nessuno - sembra - voglia accettare la giurisdizione

Al netto dell’indignazione franco-spagnola, in Europa c’è un tacito, generalizzato sostegno alla linea dura. Emmanuel Macron ha voluto in Francia un giro di vite sull’immigrazione, la Cancelliera Merkel è in difficoltà per la stretta voluta da Seehofer e dall’Olanda, Mark Rutte continua a fare pressioni affinché l’Italia applichi in nord Africa il “modello turco”, ossia l’esternalizzazione delle frontiere in Paesi limitrofi e la chiusura delle rotte illegali. E lo schema su cui si muovono i vertici Ue è quello già impostato da Marco Minniti.

In realtà non si tratta di una novità: quando venne implementata la politica degli hotspot nel 2015, il presidente del Consiglio europeo Tusk già parlava di centri di accoglienza lontani dalle frontiere Ue, dove processare le domande d’asilo. E l’idea è stata poi concretizzata nell’accordo con la Turchia del 2016: per ogni richiedente asilo respinto, un rifugiato trasferito in Europa. A due anni dal piano di chiusura delle rotte illegali nell’Egeo, solo la parte repressiva ha funzionato. L’altra, quella umanitaria, è rimasta al palo della trattativa senza successo tra gli Stati Ue.

Così, con la versione libica - meno di successo di quella turca - l’esempio australiano, agitato dai movimenti populisti come good practice per fermare i morti in mare e legalizzare gli ingressi, è di fatto entrato nell’agenda comunitaria come soluzione alla questione migratoria. Nessuno ha il coraggio di nominare l’atroce No way australiano ma nella realtà dei fatti, quella politica - strutturata sulla pratica illegale dei respingimenti - è in una versione più morbida nei toni già ampiamente implementata su scala europea ma anche su base nazionale da alcuni stati membri. 

Ad esempio il governo Rajoy aveva legalizzato i push-backs immediati della Guardia Civil dalle exclave in terra africana di Ceuta e Melilla in Marocco, pur essendo in contrasto con la normativa internazionale. E la sentenza della Cedu che aveva condannato l’Italia nel 2012 puntava il dito proprio contro la pratica delle espulsioni collettive verso la Libia.

Non è possibile intervenire sulla Convenzione di Ginevra, questo è il cuore del problema per i sovranisti e per i governi centristi d’Europa e per questo motivo, l’unica possibilità per chi vuole sigillare le frontiere è impedire ai migranti, con ogni mezzo, di avvicinarsi ai confini.  

C'è poi la questione del Regolamento di Dublino, che di fatto, sta stretto a tutti: il principio della presa in carico da parte dello Stato di primo ingresso rimarrà sempre un problema per i Paesi del sud perché nessuno, a nord, vuole una ripartizione equa dei rifugiati già nell'Ue, meno che mai di quelli “certificati” in arrivo dagli hotspot esterni. Basti guardare le cifre presentate a margine della discussione sulla revisione di Dublino III: tolte poche eccezioni, la media dei Paesi ha rispettato solo il 50% delle quote di rifugiati concordate mentre Ungheria e Polonia sono ferme a zero.

Questo corto circuito burocratico tra gli obiettivi umanitari nelle dichiarazioni e la prassi rende inquietanti i profili del piano: se il governo australiano con il suo “no way” paga le autorità di Nauru e Papua Nuova Guinea per tenere in prigionia i profughi respinti e rimpatriarli nei Paesi d’origine, asilo o no, nel progetto dei sovranisti europei - che non raccoglie poi grandi obiezioni dall'establishment comunitario -  i campi esternalizzati in Albania, Libia, Tunisia e Turchia dovrebbero essere dei filtri per separare “migranti economici” da “rifugiati”.

Ma senza un accordo sulle quote e con il no di alcuni Stati, quelli che hanno sabotato la riforma di Dublino proposta dalla Bulgaria, di fatto il modello australiano è dietro l’angolo.

@msfregola 

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