Sono sempre di più gli italiani che approdano in Albania. E il saldo migratorio continua a scendere. Perché diversi imprenditori, studenti e pensionati trovano sull’altra sponda dell’Adriatico delle prospettive più allettanti che a casa

Piazza Skenderbeg recentemente ristrutturata. Tirana, Albania. Foto di Marco Carlone e Simone Peyronel
Piazza Skenderbeg recentemente ristrutturata. Tirana, Albania. Foto di Marco Carlone e Simone Peyronel

Nonostante i dati ufficiali diffusi dal governo albanese espongano cifre contenute (inferiori alle 2000 unità), da alcuni anni si parla di ondate migratorie importanti che portano alcune categorie di cittadini italiani in Albania, temporaneamente o stabilmente. Galeotta fu, probabilmente, l’affermazione dell’allora ministro del Welfare Erion Veliaj che nel 2014 “dava i numeri”, come prontamente riportato da Osservatorio Balcani e Caucaso, quantificando attorno ai 19.000 gli italiani presenti nel Paese. Di cifre simili, tuttavia, parla anche Irena Xhani-Ilajaj, direttrice del patronato Inac di Tirana, che anzi stima al ribasso questo dato.


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Inac ha aperto nel 2015 un ufficio nella capitale albanese proprio sulla scia di questo nuovo flusso migratorio. Oggi offre servizi e supporto agli italiani che si spostano in Albania, come la compilazione dei permessi di soggiorno o la domanda di detassazione della pensione, ma si occupa anche di riscatti dei contributi per gli albanesi che hanno lavorato in Italia e sono oggi rimpatriati.

Le categorie più interessate dal fenomeno migratorio sono gli imprenditori, gli studenti e i pensionati che sull’altra sponda dell’Adriatico hanno trovato, ognuno a suo modo, delle prospettive più allettanti che in Italia. Manodopera a basso costo, una legislazione fiscale favorevole, vicinanza geografica e linguistica - due albanesi su tre parlano un ottimo italiano -: questi i fattori più attrattivi per gli imprenditori, spiega Alda Bakiri, segretario generale della Camera di Commercio Italiana di Tirana, che ricorda anche che «l’imposta sull’utile va dal 5 al 15%, l’Iva è al 20%”. L’organico aziendale si compone in genere di un direttore tecnico o di un amministratore italiano, mentre il 99% del personale è locale. Le coperture sindacali, inoltre, non sono tanto osservate da tutelare effettivamente i lavoratori, sottolinea anche Xhani-Ilajaj.

Sono quasi 2.700 le aziende di capitale italiano - totalmente o parzialmente - presenti oggi in Albania e l’interscambio tra i due Paesi ammontava a fine 2017 a oltre 2,3 miliardi di euro. Non a caso, a febbraio, proprio a Tirana si è indirizzata la prima missione di sistema all’estero del presidente di Confindustria Vincenzo Boccia: al Business Forum Italia – Albania erano presenti 178 aziende, 14 associazioni industriali, di categoria e istituzioni pubbliche, 3 banche ma anche lo stesso premier albanese Edi Rama.

Non si può tuttavia affermare che il boom della delocalizzazione in Albania sia un fenomeno particolarmente recente. Come ricorda Bakiri, le aziende italiane sono in realtà presenti in maniera continuativa dal 1992, escludendo il 1997, l’anno della guerra civile che sconvolse il Paese e che bloccò il fenomeno temporaneamente.

Se dagli anni Duemila si è registrato un boom per quanto riguarda l’apertura di call center italiani e, ancor più recentemente, di aziende che operano nel settore dell’It, storici sono invece i legami italo-albanesi nel settore manifatturiero. È soprattutto il perfezionamento attivo tessile uno dei settori trainanti, con marchi come Tods, Gucci o Prada che da tempo producono in Albania.

Escluso l’unico porto turistico albanese, quello di Durazzo, che è in mano agli italiani, tuttavia “Le imprese italiane non gestiscono i settori strategici dell’economia albanese”, afferma ancora Alda Bakiri.

Per quanto riguarda gli studenti italiani, molti scelgono di studiare a Tirana presso l’Università Cattolica Nostra Signora del Buon Consiglio, facendosene degli ottimi ambasciatori. L’ateneo è un’oasi italiana nel centro della capitale. Qui si studia in italiano e i titoli sono equipollenti. Medicina, Farmacia, Economia, Architettura: questi i corsi di laurea offerti. La maggior parte sono convenzionati direttamente con università italiane, come Tor Vergata, Firenze e Bari. «Molti studenti passano il test di accesso a medicina qui e poi chiedono il trasferimento a Roma. In generale, quasi nessuno di loro si ferma in Albania dopo la laurea», racconta Xhani-Ilajaj, che ha spesso a che fare con i loro permessi di soggiorno.

Imprenditori e studenti, dunque, ma soprattutto pensionati, principalmente provenienti dal Nord Italia. «Fanno soprattutto una scelta, forzata direi, di interesse economico personale», racconta Xhani-Ilajaj. L’iter della domanda di detassazione Red-Est è ancora una strada da appianare, sostiene la direttrice, perché «Il legislatore albanese non immaginava, a monte, che l’Albania sarebbe divenuta un’attrazione in questo senso». L’offerta “Pensione Felice” è tuttavia uno dei servizi che vanno per la maggiore in questo patronato.

Ci sono infine storie diverse, come quella di Carlo Bollino, giornalista professionista da 35 anni e dal 1993 in Albania. Prima inviato dalla Gazzetta del Mezzogiorno, Bollino ha poi deciso di diventare un imprenditore dell’informazione, preoccupato dello stato di salute dell’informazione albanese. Ha aperto il canale televisivo Report TV e Shqiptarja, quotidiano e portale online. «Diventare editore per me è stata una scelta quasi obbligata», spiega, «per ricreare un polo informativo libero e soprattutto che non fosse in vendita per nessuno».

Bollino lamenta una carenza di qualità dell’informazione albanese e contrasta apertamente l’immagine dipinta dal report molto critico di Reporters Sans Frontières, in cui si sottolinea solo la questione della concentrazione delle proprietà dei mass media: «Il vero problema del mondo dell'informazione albanese, che il rapporto Media Ownership Monitor in realtà non affronta affatto, riguarda la qualità dell'informazione che è bassissima, l'assoluta mancanza di trasparenza sulle fonti di finanziamento degli innumerevoli media in circolazione e la totale anarchia e assenza di regole nel quale l'intero settore dell'informazione è abbandonato», afferma. Bollino è uno dei pochi italiani che ha deciso di mettere radici nella repubblica adriatica e prendere parte attivamente al suo tessuto sociale.

Dopo i vicini abitanti di Kosovo, Macedonia, Montenegro e Serbia, i dati ufficiali riportano Turchia e Italia come principali Paesi di origine dell’immigrazione che interessa oggi l’Albania: rispettivamente, 47% e 22% degli arrivi dall’Europa.

Allo stesso tempo, nel report del Ministero degli Interni si sottolinea come, nonostante continuino ad emigrare più albanesi di quanti immigrati arrivino nel paese, negli ultimi anni il rapporto tra  flussi tra emigrazione e immigrazione si sia nettamente assottigliato: se nel 2015 il rapporto tra emigrati ed immigrati in Albania era di -7.2 unità ogni mille persone (14.4 emigrati e 7.2 immigrati ogni 1000 persone), già nel 2016 era passato a -3.3 unità ogni mille persone (11.3 emigrati e 8 immigrati ogni 1000 persone). 

L’Albania oggi conta 4.3 milioni abitanti, di cui circa un terzo si stima viva all’estero: primo Paese di emigrazione al 2016 l’Italia, con 467.687 unità, seguito da Grecia e Stati Uniti. Nuovi flussi di immigrazione, anche se di numero ridotto, possono certamente dare una svolta decisiva a questo Paese che ha recentemente ottenuto la candidatura ufficiale per una futura adesione all’Ue. E anche su questa strada l’Italia, primo partner commerciale albanese, fa la differenza: «È il partner che ci dà il maggiore supporto nell’ingresso nell’UE», sottolinea Bakiri.

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