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Monitor Religion 2017: musulmani in Europa integrati ma non accettati

In un clima di forte tensione e di preoccupazione per gli ultimi attacchi terroristici, un segnale positivo viene dall’integrazione dei cittadini musulmani in Europa. È quanto emerge da un recente studio “Monitor Religion 2017” del think tank tedesco Bertelsmann Stiftung che parla di un chiaro progresso nella maggiore partecipazione sociale dei cittadini di seconda generazione. Ciò nonostante , in nessuno dei cinque paesi analizzati dalla ricerca( Austria, Germania, Inghilterra, Francia e Svizzera) si offrano reali opportunità di partecipazione.

Una donna indossa un hijab con la Union Jack nella piazza di St Ann a Manchester, Gran Bretagna, 24 maggio 2017. REUTERS / Peter Nicholls

Un segnale significativo è dato dalla forte maggioranza di musulmani (75%) che passa regolarmente il tempo libero con persone non di fede musulmana. Questo avviene anche in presenza di un quinto della popolazione che si mostra diffidente ad accettare cittadini musulmani: il 20% dei cittadini intervistati ha risposto di non volere musulmani come vicini di casa. Diffidenza verso l’Islam che in Austria raggiunge il 28%. Eppure secondo i dati raccolti il contatto intereligioso crescendo ad ogni generazione così come il senso di identificazione con il paese ospitante: il 94% dei rispondenti al sondaggio della ricerca si sente legato al paese dove vive.

Nei cinque paesi europei sotto la lente di ingrandimento del think tank tedesco si contano 14 milioni di persone di fede musulmana. Quasi la metà dei musulmani presenti nei cinque paesi presi in esame hanno imparato la lingua nazionale durante l’infanzia come prima lingua. In Germania tre quarti degli immigrati dei musulmani nati sul territorio afferma di essere cresciuto con il tedesco come prima lingua insieme alla lingua del paese di origine e un quinto degli immigrati musulmani sostiene che il tedesco sia prima lingua. Anche in Austria, Svizzera, Regno Unito e Francia le competenze linguistiche migliorano di generazione in generazione così come il livello di istruzione all’interno delle famiglie musulmani, si legge nello studio, anche nel Regno Unito, Svizzera, Francia e Austria. La Francia è il paese con la percentuale maggiore di bambini migranti nati nel paese che parlano la lingua nazionale.

Nelle seconde generazioni il 67% dei bambini continuerebbe la scuola oltre i diciassette anni. Il paese con il minor tasso di abbandono scolastico da parte di bambini o adolescenti di religione musulmana è la Francia, quelli con risultati peggiori sono la Germania e la Svizzera che presentano sistemi scolastici che separano i bambini fin dai primi anni. Allo stesso tempo però sono proprio questi due paesi (Svizzera e Germania) che vantano il maggior successo nell’integrazione delle persone musulmane nel mercato del lavoro: in entrambi i casi il tasso di occupazione dei musulmani non si distanzia moltissimo da quello del resto della popolazione, gli immigrati traggono beneficio dalla forte domanda di lavoro. A facilitare l’ingresso nel mondo del lavoro sono sicuramente procedure per i permessi di lavoro più rapide, iniziative volte al collocamento e i corsi di lingua. In Francia invece dove il mercato del lavoro si presenta più rigido e impermeabile persino le persone musulmane che posseggono un alto livello di istruzione e qualifiche sono per lo più destinate a rimanere disoccupate e a non svolgere un lavoro part time. Forti sono ancora le discriminazioni sul luogo di lavoro che incontrate dai musulmani che professano la propria fede o la praticano. In tutti i paesi studiati avrebbero più chances di trovare un impiego corrispondente alle proprie qualifiche i musulmani meno devoti rispetto a quelli con una religiosità più elevata.

@IreneGiuntella

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