Il multiculturalismo è in crisi di identità

La vittoria francese ai mondiali di calcio ha scatenato molte polemiche. Quella tra il presentatore americano di origine sudafricana Trevor Noah e l'ambasciatore francese negli Usa è la cartina di tornasole di un problema globale: cosa intendiamo per società multietnica?

Le braccia di Paul Pogba stringono il trofeo mentre celebra la vittoria della Coppa del Mondo. Stadio Luzhniki, Mosca, Russia - 15 luglio 2018  REUTERS / Carl Recine
Le braccia di Paul Pogba stringono il trofeo mentre celebra la vittoria della Coppa del Mondo. Stadio Luzhniki, Mosca, Russia - 15 luglio 2018 REUTERS / Carl Recine

L’Aja - I giocatori francesi di minoranza etnica sono francesi oppure africani? Mesut Özil, che ha annunciato di voler lasciare la nazionale guidata da Joachim Löw perché vittima di episodi di razzismo, è turco oppure tedesco? Lo sport, e soprattutto il calcio, si sono imposti di recente come bussola e interessante osservatorio per le dinamiche della società multietnica in epoca di identitarismi.

Tanto interessanti da aver scatenato polemiche andate ben oltre il campo da gioco: la nazionale francese, oppure la nazionale africana, come alcuni hanno definito in maniera sprezzante la formazione dei campioni del mondo, è stata oggetto di una singolare polemica tra Trevor Noah -  presentatore sudafricano trapiantato negli Usa - e l’ambasciatore francese negli Stati Uniti che da sola racchiude i nodi principali del dibattito in corso sulla società multietnica: l’ambasciatore rivendica l’assoluta francesità dei giocatori mentre il presentatore canta le lodi dell’africanissimo merito di aver portato a Parigi il secondo titolo per la nazionale di Didier Dechamps.

A molti sembra un discorso da salotto bene ma questi episodi, e potremmo aggiungere anche quello di qualche settimana fa relativo all’italianità delle nostre campionesse di atletica ai Giochi del Mediterraneo, inducono a riflettere oltre razzismo e discriminazione sull’identità di figli e nipoti di immigrati non occidentali che crescono in Europa. E questa riflessione non parte dalla società maggioritaria ma proprio dalle minoranze. Nella lettera dell’ambasciatore francese Gerard Araud, l’accenno all’origine etnica sarebbe essa stessa discriminazione ma è evidente che l’approccio americano di Noah, che affonda le radici nella difficile convivenza multietnica del Sudafrica post-apartheid, parte da un entroterra culturale lontano anni luce da quello europeo.

In Europa, però, vale la pena ricordarlo, Paese che vai, multiculturalismo che trovi. Nei Paesi Bassi il ministro degli Esteri, Stef Blok, è proprio in questi giorni nella bufera a causa di frasi forti pronunciate durante un meeting a porte chiuse con un gruppo di funzionari diplomatici olandesi, il cui filmato è trapelato alla stampa.

Secondo Stef Blok non esiste un caso al mondo di società multietnica che abbia funzionato. E si è spinto oltre giudicando il Suriname, fino al 1975 colonia olandese e uno dei Paesi più multietnici al mondo, come uno «Stato fallito». Apriti cielo: da quasi due settimane si rincorrono petizioni per chiederne le dimissioni, prese di distanza e anche una richiesta ufficiale di scuse da parte del governo surinamese. Secondo Blok, l’integrazione nei Paesi Bassi non avrebbe funzionato e ne sono prova quartieri come Nieuw West ad Amsterdam e Schilderswijk a Den Haag, la cosiddetta Molenbeek olandese.

Indipendentemente dalle posizioni discutibili del ministro, le sue osservazioni sono condivise da una fetta consistente della popolazione. In tanti, in Olanda, ritengono falliti i processi di integrazione e di ciò sarebbero testimonianza le società parallele proliferate all’ombra di quella maggioritaria. Ma, esattamente, quale sarebbe il modello di integrazione riuscita? Un sistema di assimilazione dove i discendenti degli immigrati si spogliano della cultura delle famiglie di origine e assorbono le tradizioni maggioritarie della cultura locale, come evidentemente la immaginano tanto l’ambasciatore francese quanto il ministro olandese?

Oppure dovrebbe essere un processo additivo in cui il legame con il Paese dei nonni, anche quando non è stretto ed asfissiante come quello della diaspora turca, sopravvive a quello naturale con il luogo di nascita?

Con il concetto di Superdiversity, il sociologo Steven Vertovec fa parte di quella schiera di studiosi che cercano da tempo di spingere il dibattito un passo oltre: l’altissimo grado di complessità delle società attuali, dice, avrebbe svuotato di significato le categorie tradizionali. E cosi servono concetti più mobili e flessibili di identità nazionale. E forse meno vaghi di multiculturalismo o integrazione.

 @msfregola  

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