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La memoria del Muro di Berlino ha i giorni contati

Domani il numero dei giorni trascorsi da quando è caduto sarà pari al numero dei giorni passati con il Muro: diecimilatrecentosedici. I berlinesi lo hanno battezzato "Mauergleiche" e festeggiano, aggrappandosi a una cupa memoria che si sta affievolendo

Turisti camminano davanti alla East Side Gallery, la più grande parte rimasta dell'ex muro di Berlino, Germania. REUTERS / Fabrizio Bensch
Turisti camminano davanti alla East Side Gallery, la più grande parte rimasta dell'ex muro di Berlino, Germania. REUTERS / Fabrizio Bensch

Se a livello istituzionale e in una parte consistente dei media tedeschi gli anglicismi sono molto meno diffusi che in Italia, questo è probabilmente dovuto anche alla possibilità, in tedesco, di unire parole e creare così neologismi ad hoc. L’ultima novità, che durerà poco ma in compenso è intrisa di storia, è la seguente: Mauergleiche. Un termine, annota il giornalista Gero Schließ sul sito Deutsche Welle, che non si trova nemmeno su Google.

Eppure, stando a quanto riportano alcuni quotidiani di Berlino, nella capitale per questo martedì 6 febbraio si moltiplicano gli inviti per il Mauergleiche PartyMauer vuol dire muro, gleich uguale, sarebbe quindi qualcosa di simile a una "parità di muro". Il neologismo si trova in un invito a un party, ricevuto anche da Schließ. L’invito recita: “Il Muro è stato in piedi per diecimilatrecentosedici giorni e il 6 febbraio saranno altrettanti i giorni da quando non c’è più. Brindiamo dunque alla Mauergleiche”.

Il Muro era stato voluto dal capo del partito Partito di unità socialista della Ddr - Erich Honecker - per fermare la fuga in massa dei cittadini della Germania dell’est verso ovest. Quel muro aveva imprigionato per anni 16 milioni di tedeschi, lacerato nuclei familiari non solo a Berlino ma anche in piccoli paesi, come raccontava il film a episodi Tannbach, il destino di un paese trasmesso un paio di settimane fa dal canale televisivo pubblico Zdf, dove nell’agosto del 1961, un paese fittizio situato tra le campagne al confine tra Baviera e Turingia, viene diviso esattamente a metà.

Ma è giusto organizzare party che si riferiscono al Muro? Si chiede Schließ. Non è una mancanza di rispetto verso le 139 vittime - questa la cifra ufficiale - che nel tentativo di fuggire da Berlino est a Berlino ovest è stata uccisa?

Oppure bisogna vedere il tutto da un’altra prospettiva e dirsi: meglio un festa piuttosto che l’oblio, meglio che ci sia ancora chi tiene d’occhio certe ricorrenze e le riposta al centro dell’attenzione, piuttosto che non ricordare affatto. Un pericolo concreto, sottolineava giorni fa in un’intervista la socialdemocratica Iris Gleicke, responsabile per le questioni che riguardano i Länder dell’est. Così come è concreto il pericolo di relativizzare: «È vero che il Muro va contestualizzato, non per questo se ne può giustificare la costruzione».

E basta fare un giro per Berlino est per accorgersi che sono sempre più sporadiche le tracce di quel che è stato. In quartieri come Prenzlauerberg e Friedrichshain ci sono qua e la ancora facciate scrostate che rimandano a prima del Muro. Un memento peraltro involontario. Si tratta di case ancora in cerca di proprietari. Solo sulla Bernauer Straße, che attraversa i quartieri Wedding e Mitte - ed è diventata una dei luoghi simbolo della divisione, esattamente come il checkpoint Charlie - si trova un pezzo di Muro diventato Memoriale.

Ma mentre i turisti vi si recano in pellegrinaggio, per chi abita nella capitale tedesca la consapevolezza di quel che era solo 30 anni fa la città, si allontana e affievolisce sempre di più.

E non solo perché la memoria è selettiva. C’entra anche lo Zeitgeist, che pare ammettere solo la corsa in avanti. E infine c’entra una politica che ha preferito a sua volta stendere un velo sul passato. Un po’ come fece il primo cancelliere tedesco del dopoguerra Konrad Adenauer, che ai concittadini allora disse che prima si ricostruiva il Paese e poi si sarebbero fatti i conti. Che vennero fatti 23 anni dopo, dai giovani del ’68, i quali chiesero conto del loro passato ai genitori.

Il 9 novembre 2019 ricorrerà il trentesimo anniversario dalla caduta del Muro ma, ad oggi, quasi nessuno dei più di 90mila collaboratori ufficiali della Stasi è stato tratto in giudizio. Il motivo? Hanno agito secondo le leggi esistenti nella Ddr. Ma mentre loro, comunque, godono di una pensione, le vittime della Stasi ricevono 300 euro al mese. E non è l’unica ferita aperta tra est e ovest. Come spiegava sempre Gleicke: «Economicamente l’est è ancora indietro rispetto all’ovest e la disoccupazione superiore». Il che spiega, almeno in parte, il successo di un partito nazionalista come l’Alternative für Deutschland (AfD) soprattutto in questa parte della Germania. A capo dell’AfD della Turingia c’è Björn Höcke uno degli esponenti più radicali del partito.

A questa discrepanza si aggiunge che fino a oggi la “capitale della memoria” - come è stata soprannominata Berlino dal quotidiano Tagesspiegel - non ha accolto la richiesta di costruire un monumento alla memoria delle vittime del regime. Ma ora, forse, qualcosa si muove. Durante l’ultima legislatura l’ex presidente della Commissione cultura, il socialdemocratico Siegmund Ehrmann e il collega Cdu Marco Wanderwitz, hanno presentato al Bundestag una richiesta in tal senso e sono fermamente intenzionati a continuare a battersi finché non sarà dato il benestare a costruirlo.

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