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La Nato apre alla Bosnia per chiudere a Putin la porta dei Balcani

Malgrado alcune inadempienze, Sarajevo è stata invitata ufficialmente ad aderire alla Nato. Una mossa azzardata che punta a scavalcare l’opposizione dei serbo-bosniaci. E mettere così all’angolo anche la Russia, che dalla Macedonia al Montenegro, sta perdendo terreno nei Balcani

Il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg partecipa a una conferenza stampa durante la riunione dei ministri degli esteri della NATO presso la sede dell'Alleanza a Bruxelles, in Belgio, il 4 dicembre 2018. REUTERS / Yves Herman
Il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg partecipa a una conferenza stampa durante la riunione dei ministri degli esteri della NATO presso la sede dell'Alleanza a Bruxelles, in Belgio, il 4 dicembre 2018. REUTERS / Yves Herman

La scorsa settimana la Bosnia è stata invitata ufficialmente ad aderire alla Nato. L’Alleanza Atlantica ha deciso di lanciare il Membership Action Plan (Map), nonostante l’inadempienza dei bosniaci rispetto ad alcuni passaggi necessari per iniziare il percorso di adesione, virtualmente impantanato da un decennio. Nello specifico, Sarajevo non ha ancora finalizzato il censimento di tutte le proprietà militari di epoca jugoslava presenti sul proprio territorio. Una volta censite, esse dovrebbero passare sotto la gestione delle autorità federali, un avanzamento intollerabile per la Republika Srpska, convinta che le infrastrutture militari debbano rimanere in mano alle entità che compongono la fragile Federazione di Bosnia ed Erzegovina. L’uomo forte di Banja Luka, Milorad Dodik, da poco eletto alla carica di rappresentante serbo della presidenza tripartita che governa la Federazione, ha così avuto gioco facile finora a bloccare l’adesione Nato del Paese.

L’azzardo di Stoltenberg e sodali mira proprio a sbloccare quest’impasse, mettendo in un angolo Dodik e, per interposta persona, Putin. Il rappresentante serbo è notoriamente il portavoce informale del Cremlino in Bosnia e nella regione, una liason che permette ai russi di perseguire la propria azione di sabotaggio verso le ambizioni euro-atlantiche delle repubbliche ex-jugoslave. Un’interferenza sempre più debole, pare: non è un caso che recentemente il ministro degli Esteri russo Lavrov abbia condannato senza mezzi termini l’influenza di Washington nella regione che, a detta sua, aizzerebbe i governi locali contro Mosca per biechi obiettivi di egemonia spicciola.

Secondo Lavrov, le pressioni di Ue e Nato avrebbero raggiunto l’apice in Macedonia, dove i parlamentari sarebbero stati ricattati e corrotti per votare l’impopolare accordo sul nome con la Grecia. Proprio Skopje è stata l’ultima ex consorella jugoslava in ordine di tempo a voltare spudoratamente le spalle alla Russia: il cavallo su cui Putin aveva puntato tanto, quel Nikola Gruevski così fedele, è fuggito alla chetichella in Ungheria, chiamandosi fuori dalle vicende domestiche.

Con il Montenegro pienamente dentro la Nato da ormai un anno, il Kosovo e l’Albania saldamente in mano americana e la Macedonia ad un passo dal matrimonio con l’Alleanza, la Bosnia si candida ad essere il punto di non ritorno verso il cupio dissolvi della fu solidissima special relationship tra Mosca e i Balcani, coltivata nei secoli nel nome del panslavismo prima, di un semi-autoritarismo a trazione nativista oggi. Rimarrebbe solo la Serbia, un bastione filo-russo per ora inespugnabile.

Il Cremlino si trova dunque obbligato a puntare tutto su Dodik, la cui nomea di moderato ai tempi del conflitto 1992-1995 gli aveva fruttato le simpatie occidentali – ormai un ricordo lontano per il sovranista ante litteram di Banja Luka –, che ripete a gran voce in ogni occasione come il suo Paese debba rimanere neutrale, sull’esempio di Belgrado. E promette battaglia anche adesso, intenzionato a frustrare ancora le aspirazioni degli omologhi musulmani e croati, Šefik Džaferović e Željko Komšić. Il rappresentante musulmano e quello croato si sono detti pronti a presentare il programma di riforme richiesto dalla Nato, dove già siedono i loro patroni, Turchia e Croazia. Nonostante gli entusiasmi suscitati da quest’inaspettata apertura, Dodik rimane tuttavia con il coltello dalla parte del manico. Senza il suo nulla osta, l’invito Nato resta lettera morta.

Al momento l’Alleanza Atlantica, pur mantenendo un quartier generale nella capitale bosniaca, ufficialmente non ha una presenza nel territorio. Nel 2004 la missione Sfor a guida Nato è stata rimpiazzata dall’Operazione Althea, in capo all’Ue, il cui mandato è stato rinnovato lo scorso ottobre.

 @simo_benazzo

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