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Così l'Italia pattuglia i cieli lungo il teso confine tra Nato e Russia

È finita da poco la missione di Air Policing della nostra Aeronautica in Estonia, operazione della Nato in difesa dello spazio aereo degli alleati orientali. Sgradita alla Russia, che moltiplica le esercitazioni. E la crescita della tensione minaccia ripetutamente la diplomazia dell’aria

Gli uomini dell'Aeronautica Militare italiana durante la cerimonia di consegna delle missioni di air policing della NATO ad Amari, in Estonia, il 10 gennaio 2018. REUTERS / Ints Kalnins
Gli uomini dell'Aeronautica Militare italiana durante la cerimonia di consegna delle missioni di air policing della NATO ad Amari, in Estonia, il 10 gennaio 2018. REUTERS / Ints Kalnins

“Nel 2004, con l’ingresso nell’Alleanza Atlantica dei Paesi Baltici e della Bulgaria, gli spazi aerei di quei Paesi sono divenuti parte integrante dello spazio euro-atlantico e, come tali, sono stati inclusi nel sistema di difesa aerea e missilistico della Nato. Tale sistema comprende anche l’attività di Air Policing, che consiste nella continua sorveglianza aerea volta ad assicurare l’integrità e la sicurezza dello spazio aereo della Nato” si legge sulla pagina dell’Aeronautica dedicata alle operazioni al di fuori del teatro nazionale.

Scattata a gennaio e giunta al termine il 3 maggio scorso, la missione di Air Policing Baltic Eagle ha coinvolto quattro caccia italiani, due del 36° Stormo di Goia del Colle e due del 4° Stormo di Grosseto. Più a sud, sulle sponde del Mar Nero, nella base aerea di Graf Ignatievo altri quattro apparecchi sostengono i vecchi MiG 29 dell’aviazione bulgara nell’ambito della missione di Enanched Air Policing Bulgarian Horse.

La Russia, dal canto suo, pare non gradire tali attenzioni dell'Alleanza a due passi dai propri confini: da febbraio, infatti, la Federazione conduce diverse esercitazioni che impegnano in particolar modo le flotte del Baltico, del Mar Caspio e del Pacifico dove, in questi giorni, l'incrociatore lancia missili Maresciallo Ustinov ha testato le sue capacità difensive contro "potenziali obiettivi ostili" nel Mare di Barents.

Cosa ci fa, dunque, l'Italia in Estonia e per giunta nel pieno di quella che sembrerebbe un'escalation da Guerra Fredda?

Per capire è necessario fare un passo indietro.

L’allargamento a est

Come citato nella nota dell’Aeronautica, l’adesione all’Alleanza di ex nazioni del Patto di Varsavia ha consentito un ampliamento ad est dei confini Nato, con conseguente limitazione della sfera d’influenza russa sull’Europa orientale e balcanica. Le Repubbliche baltiche e la Polonia, poi, sono storicamente avverse a Mosca e, pertanto, rappresentano un alleato fondamentale nel confronto politico e militare con la Federazione russa. Si tratta, però, anche di Paesi che alternano ad un equipaggiamento moderno sistemi e armi che risalgono alla Guerra fredda, quindi non più in grado di essere incisivi in un eventuale scenario bellico. Aggiornarli o sostituirli ha costi elevati che possono essere coperti solo facendo parte di una più ampia organizzazione capace di fornire denaro, assistenza e aiuti ai suoi membri.

Le aspirazioni della Polonia

Negli ultimi venti anni il numero di ex Stati comunisti - o satelliti del blocco sovietico - entrati nella Nato è molto aumentato: Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria nel 1999; Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia, Slovenia nel 2004; Albania e Croazia nel 2009 e Montenegro nel 2017. Paesi fra loro molto diversi e non solo per storia ed identità, quanto per sviluppo sociale, politico, economico e di prospettiva. Ad esempio, i primi ad aggiornare i propri standard operativi sono stati i polacchi che, già nel 1997, hanno investito oltre tre miliardi di dollari per sostituire i vetusti caccia sovietici con più moderni F16 statunitensi. Ma non solo: a livello di organico, preparazione e risorse le Forze Armate di Varsavia sono le più efficienti dell’intera Europa orientale e il Paese ospita anche un importante comando dell’Alleanza (Joint Force Training Centre) e, spesso, ospita importanti esercitazioni congiunte. Seppure mai pubblicamente dichiarato, è palese che la Polonia miri ad avere un ruolo egemone nel contesto orientale dell’Alleanza, specie sulle sponde del Baltico dove suo potenziale competitor è la Svezia, avvicinatasi alla Nato in seguito al programma di riarmo avviato nell’estate del 2016.

Gli altri Paesi

Repubblica Ceca e Ungheria hanno una situazione economica e politica stabile, pertanto l’adesione all’Organizzazione Atlantica garantisce loro peso e prestigio internazionali. La Romania e l’Ucraina collaborano forse nell’ottica di una riconquista di regioni storicamente contese al vicino russo: la Moldavia per Bucarest e la Crimea per Kiev. Macedonia, Montenegro, Bulgaria e lo stesso Kosovo - le cui forze di sicurezza sono equipaggiate ed addestrate dalla Nato, pur operando solo entro i confini del giovane stato balcanico - nella cooperazione con l’Alleanza cercano di evitare l’isolamento e di conquistarsi uno spazio politico e militare, come testimoniato dall’invio in Afghanistan di piccoli contingenti che sostengono gli sforzi, maggiori, di Usa, Italia e Germania nella missione Resolute Support.

La Russia

Sebbene i media diano maggiore risalto alle attività militari e politiche russe sullo scacchiere siriano, il confronto con l'Alleanza nell'Europa nord-orientale non è mai venuto meno: Mosca, infatti, controlla Kaliningrad, exclave che confina con i territori dell’Unione Europea e principale sbocco della Federazione oltre la Baia della Neva dove i russi, periodicamente, organizzano grandi esercitazioni quali Zapad 2017 - aero-navale e anfibia - e la più recente, svoltasi nel Mar Baltico, che ha coinvolto unità di superficie ed aeromobili in funzione anti-sommergibile.

La Voenno-morskoj flot - Marina militare russa - solca da tempo le acque europee. A meno di un mese da Zapad, il 18 ottobre 2017 l'agenzia di stampa Tass annunciava che le navi Boiky and Soobrazitelny (corvette) e la cisterna Kola stavano attraversando Skagerrak e Kattegat, bracci di mare fra Svezia e Danimarca dirette verso l'Oceano. Scopo del viaggio addestrare il personale alla lotta anti-sommergibile e ad attività anti terroristiche. E, ancora, il 25 ottobre le unità raggiungevano il Golfo di Biscaglia per eseguire esercitazioni di electronic warfare, anti-submarine warfare e manovre anti aeree. Esercitazioni che non sono sfuggite ai vicini della Nato. Nei 4 mesi di attività in Estonia, i caccia italiani hanno operato oltre 14 decolli scrambler (decollo su allarme, nda) per sforamenti aerei di MiG e Sukhoi. Una tensione vibrante che, a volte, può portare ad errori che rischiano di compromettere la diplomazia dell'area come quando, lo scorso agosto, due F18 della Marina spagnola sono stati intercettati da caccia finlandesi poiché inavvertitamente entrati nel “cortile” di Helsinky.

Baltici e italiani

Dunque, le esercitazioni del Cremlino fanno parte di una linea di politica estera piuttosto ferma e rigida: malgrado non sia più possibile spingere i Paesi baltici e la Polonia al di fuori della Nato, è importante lasciar capire all'avversario che aver esteso il confine orientale fino all'uscio della Federazione avrà le sue conseguenze, prima fra tutte l'essere sempre in stato d'allerta.

Quale membro fondatore della Nato, quindi, la Repubblica Italiana non può esimersi dal suo ruolo di guida e di sostenitore dei progetti e delle ambizioni dell'Alleanza lungo le sponde del Mar Baltico, lungo quelle del Mar Nero, in Kossovo e in Afghanistan. Per mantenere un peso militare e decisionale, gli italiani devono pertanto impegnarsi in diverse missioni ed operazioni estere e di addestramento: d'altronde è la stessa Arma Azzurra a curare l'educazione professionale di personale nazionale ed estero nei suoi poli formativi, l’Accademia Aeronautica di Pozzuoli, la Scuola Marescialli di Viterbo e il Cen. For. Av. En (Centro Formazione Aviation English) di Loreto dove si studia l’aviation english, inglese tecnico indispensabile per il personale aero-navigante della Nato.

Costanti, inoltre, le esercitazioni che simulano esigenze e criticità dei principali teatri operativi, quali Caex I 2018 (Complex Aviation Exercise) dell’Aviazione ed Esercito che a metà maggio ha coinvolto circa 660 unità in test di inter operabilità che vanno dal raid aeromobile all’evacuazione medica, dallo sminamento con unità cinofile all’elitrasporto tattico, alla scorta aerea e alla ricognizione. Gli uomini e le donne impegnati, poi, saranno rischierati in Libano, in Iraq e in Afghanistan.

Attività che hanno dei costi, ai quali vanno aggiunti quelli dei periodici war-games organizzati dalla Nato proprio in Polonia e nel Mar Baltico, sia per testare l'inter-operabilità dei suoi eserciti, sia per rispondere alle attività della flotta e dell'aviazione russe in mare e nel cielo.

Difficile capire oggi come si evolverà l'equilibrio, critico, lungo le sponde nord orientali dell'Europa. Più facile valutare che i tempi necessari ad uno stabilizzazione saranno piuttosto lunghi e che l'Italia, così come la Spagna, il Regno Unito e la Germania, sarà nuovamente chiamate ad adempiere ai propri compiti istituzionali e militari in sostegno delle nazioni a est dell'Oder. Ventisette anni dopo la Guerra fredda, dunque, il confronto fra Mosca e Washington si misura ancora in quella porzione di Vecchio Continente dove una guerra, campale, non c'è mai stata ma laddove le principali attività offensive e difensive restano le stesse da decenni: guerra elettronica, manovre anti sommergibile, caccia che si intercettano in volo e operazioni di intelligence.

@marco_petrelli

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