Quell'incubo senza fine che ci avvolge

In un giorno oscuro come quello di oggi mancano le parole per poter anche solo commentare la barbarie vissuta a Nizza. Troppe le emozioni, troppo il malessere. Il rischio di essere scontati, o ragionare in preda alla rabbia, è troppo elevato. Noi vogliamo farlo con questa analisi dell’ISPI, scelta per voi in uno dei pochi momenti di lucidità che ci sono rimasti dopo aver visto quello che credevamo possibile solo nei film dell’orrore. Il tempo per razionalizzare quanto successo, se mai si potrà, arriverà. E si spera, con esso, anche una possibile via d’uscita da questo incubo senza fine iniziato il 7 gennaio 2015 a Parigi. Fabrizio Goria @FGoria

A man sits next to a body seen on the ground July 15, 2016. REUTERS/Eric Gaillard

Contro il terrorismo non basta l'intelligence

Il terrorismo incombe da ogni lato. Dal Pakistan dove un’altra orrenda strage ha spezzato tante vite innocenti, in maggioranza cristiane, bersaglio insanguinato del gruppo talebano Jamaat-e-Ahrar, ben noto alle autorità di quel paese; da Bruxelles dove rischia di tragicamente ridicolizzare le forze di sicurezza belghe come in certa misura è avvenuto con la strage del 13 novembre a Parigi; dall’Italia dove emergono inquietanti interrogativi su reticoli di potenziali connivenze e alleanze da nord a sud; dal Corno d’Africa e dallo Yemen dove si rincorrono le sigle di gruppi stragisti che si richiamano ora all’ISIS ora ad Al Qaeda; dall’Iraq dove i grappoli di morti sembrano accompagnare la troppo lenta marcia per la riconquista di Mosul. Etc., etc., etc.

Si tratta di un elenco che rischia di allungarsi drammaticamente a mano a mano che si vada a ritroso nel calendario e che mette in discussione tante certezze che sembrano tali soprattutto quando sono sulla bocca di chi dovrebbe essere in grado di dare risposte valide e verificabili: dalla politica alla magistratura, dai servizi di intelligence alle forze militari.

Un fatto mi sembra inequivocabile: se dopo tanti anni di guerra/lotta al terrorismo; se dopo tante vite sacrificate per liberarci di questo cancro sociale; se dopo tanta libertà sacrificata sull’altare della sicurezza; se dopo tanti denari pubblici spesi per colpire a casa loro e sui nostri territori comandanti, luogotenenti, subordinati e manovalanza, la minaccia del terrorismo si è estesa a macchia d’olio dall’Asia all’Africa, dal Medio Oriente all’Europa, vuol dire che qualcosa nella diagnosi e nella terapia non ha funzionato.

Eppure avremmo dovuto accumulare conoscenza ed esperienza degli ingredienti del brodo, o meglio, dei brodi di coltura socio-economico-ideologico nei quali sono germinati i nuclei dell’estremismo/terrorismo quali Al-Qaeda, l’ISIS, Boko Haram, Shaabab, Jamaat-e-Ahrar, e molti altri; ciascuno con le proprie specificità.

Così come avremmo dovuto imparare molto sulla chimica dei principi attivi che hanno scatenato i cosiddetti “lupi solitari” oppure i gruppi responsabili dell’eccidio di Parigi del novembre 2015 e di quello di Bruxelles del 20 marzo scorso, per non parlare dell’intera catena degli attentati di questi ultimi 15 mesi. Dovremmo aver capito che se non si neutralizzano quegli ingredienti è illusorio sperare di prosciugare quel brodo, quei brodi di coltura del terrorismo. Si potrà tutt’al più pensare di stabilizzarne o anche di abbassarne il livello, ma non i processi di fermentazione, pronti a riprendere vita e vigore là dove se ne ripresentino le condizioni di criticità di carattere politico-sociale-economico e culturale.

Oggi il fulcro principale sta in Iraq e in Siria, lo sappiamo da tempo. Eppure, pur avendone saggiato la pericolosità estrema e globale, poco abbiamo fatto e facciamo per diluirlo, quel brodo. Poco siamo del resto riusciti a fare finora anche rispetto al brodo acido che sta ribollendo in Libia, a un tiro di schioppo dai nostri confini.

E che dire dell'altrove, dove cioè il rischio del contagio è apparentemente più lontano, salvo piangerne le vittime con lacrime sempre più rade quanto più aumenta la distanza da noi?

Per quanto paradossale possa sembrare, anche quando è risultato in tutta evidenza che l’infezione stava percorrendo la nostra società europea si è traccheggiato. Ne è stata una drammatica dimostrazione la catena degli attentati del 2015 e di quest’inizio 2016, come detto prima, che ci ha trovato impreparati. Eppure le criticità delle banlieue francesi dovevano essere note, come quelle di certi quartieri di Bruxelles e dintorni, non foss’altro che per l’alto tributo di foreign fighters dato da questi paesi all’ISIS.

Adesso "scopriamo" che anche l’Italia – da cui sappiamo da tempo essere partiti decine e decine di foreign fighters - non è esente da questa infezione. E anzi ci vogliamo illudere che lo sia solo in quanto terra di transito di terroristi, ignorando o restando comunque nell’ombra il numero di quelli che sono rimpatriati.

Dovremmo aver anche compreso da tempo che se il lavoro dei servizi di intelligence è assolutamente necessario e determinante, la sua efficacia aumenta esponenzialmente nella misura in cui sia sorretto e alimentato da un insieme integrato di politiche sociali, economiche, culturali, mirate a colmare i vuoti della difettosa integrazione portata avanti in questi decenni, nazione per nazione, regione per regione, ciascuna con le proprie peculiarità, e nel quadro di una concertazione europea.

Vedo con preoccupazione come si sia portati a scaricare sui servizi di intelligence, le cui falle sono comunque evidenti, responsabilità riconducibili in larga misura proprio alla carenza di quelle politiche sul territorio.

Se è vero d’altra parte che la propensione all’estremismo/terrorismo non ha una risposta univoca è altrettanto vero che “il terrorista” nasce da un complesso di fattori che vanno dalla povertà all’emarginazione, dalla frustrazione alla islamizzazione della criminalità, dall’attrazione di una bandiera, alla ricerca di una identità ancorata ad una visione di futuro tanto assoluto quanto manicheo. Soprattutto se intriso di pseudo-valori fideistici islamici che ne esaltino il contrasto con la crescente onda laicista che vuole farsi credo omologatore, dovunque.

Ma è proprio per questi motivi, qui espressi in estrema sintesi, che il terrorismo di matrice islamica, quello dell’ISIS in particolare, trova il suo più grande alleato nell’islamofobia in quanto avanguardia del nemico che si vuole costruire nell’immaginario dei potenziali adepti. Ed è inquietante il fatto che si insista e con perniciosa veemenza sull’assurda equazione islam-terrorismo, estranea a Papa Francesco ma non a qualche convertito dell’ultima ora.

Per queste stesse ragioni, suffragate dai numeri e dalla storia di questi ultimi decenni, ritengo che per affrontare con successo quell’armamentario di politiche dell’inclusività, occorra fare delle comunità islamiche che vivono da noi le nostre più preziose alleate nel devitalizzare i principi attivi del terrorismo che vi possano essere annidati.

Penso che dobbiamo sollecitarle a non temere né gli islamofobi né i radicalizzati che contano sui loro silenzi, talvolta complici.

I segnali in questa direzione non mancano. Dobbiamo coglierli e non cedere alla sfiducia preconcetta o al mero calcolo elettorale. Senza che ciò vada a detrimento di un maggior coordinamento dei servizi di intelligence tra i paesi membri, che si impone, per carità.

Penso che l’ora sia matura anche per una real politik europea volta a sfidare sul terreno della collaborazione anti-ISIS i paesi arabi, soprattutto quelli che ne avvertono maggiormente la minaccia. A questa logica si ispira del resto il prossimo viaggio nel Golfo di Obama e l’apertura di Putin.

Armando Sanguini, ISPI Scientific Advisor
http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/contro-il-terrorismo-non-basta-lintelligence-14906

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http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/istanbul-dopo-parigi-e-bruxelles-cosa-ci-insegna-il-commando-suicida-gli-effetti-del-nuovo-terrorismo-insurrezionale-di-matrice-islamica-15410

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GUALA
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