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No a Mosca e sì alla NATO. La sofferta scelta del Montenegro

Quasi sette deceni fa, lo storico “no” di Tito segnò la rottura dei rapporti tra la Jugoslavia e l’Unione Sovietica. Un radicale cambio di rotta che metteva implicitamente in discussione il dogma staliniano dell’unica via al socialismo e rispecchiava il rifiuto jugoslavo di sottomettersi al regime sovietico, portando perfino alla creazione del terzo blocco nel pieno della Guerra Fredda. Oggi, in un contesto storico ben diverso, caraterizzato dalla globalizzazione e la transnazionalizzazione dei conflitti a livello globale, la dottrina della neutralità è inamissibile e infondata.

La guardia d'onore montenegrina ispeziona le bandiere della NATO e del Montenegro prima della cerimonia per l'adesione alla NATO. Podgorica, Montenegro, 7 giugno 2017. REUTERS / Stevo Vasiljevic
La guardia d'onore montenegrina ispeziona le bandiere della NATO e del Montenegro prima della cerimonia per l'adesione alla NATO. Podgorica, Montenegro, 7 giugno 2017. REUTERS / Stevo Vasiljevic

Undici anni fa, un piccolo paese balcanico ha riconquistato la propria indipendenza per la quinta volta, stabilendo i chiari obiettivi della politica estera: l’integrazione Euro-Atlantica.
Un lungo e arduo percorso di riforme per l’affermazione del proprio orientamento verso occidente, ulteriormente rallentato dalla crisi globale, si è in parte concluso il 5 giugno scorso con la ufficiale adesione del Montenegro alla NATO.

Un giorno storico, proprio come quello del 28 giugno del 1948, in cui un piccolo Paese, nato sulle ceneri della Jugoslavia, ha detto di nuovo “no” alla centenaria fratellanza con Mosca, optando per una diversa affiliazione internazionale ed intraprendendo talvolta una posizione ferma circa la scelta dei propri alleati.

Dal punto di vista meramente militare, con un esercito di appena 2.000 soldati, l’adesione del Montenegro è insignificante e certamente non porterà ad un ulteriore miglioramento del sistema di difesa della Alleanza. È la sua posizione sul Mar Adriatico che lo rende importante a livello geostrategico. Il suo ingresso rappresenta la chiusura del cerchio balcanico-adriatico, l'assunzione del pieno controllo sulla costa adriatica da parte della NATO e segna il graduale declino della influenza russa nella regione.

Dall’altro canto, nell’ottica della polica di “open door”, la membership del Montenegro potrebbe dare un impulso alla Bosnia e Herzegovina e alla Macedonia per impegnarsi ulteriormente nei rispettitivi processi di integrazione e questo, secondo gli analisti, potrebbe infine spingere anche la Serbia a riviedere la propria posizione circa la neutralità militare.

Nonostante il successo che la politica di allargamento della NATO ha avuto e, senza dubbio, continuerà ad avere nei Balcani, sarà alquanto difficile abbattere i muri della storica presenza nella regione della Russia, che farà tutto il possibile per impedire un’ulteriore espansione verso i Paesi ex satelliti sovietici (in primis, Geogria e Ucraina). L’ingerenza di Mosca nella politica sia interna che estera del Montenegro è diventata evidente durante le ultime contoverse elezioni parlamentari svoltesi ad ottobre del 2016. Queste elezioni, molto più simboliche di una semplice scelta tra il quadro dirigente e l’opposione, erano percepite come una sorta di referendum, ovvero una presa di posizione sul futuro del processo di integrazione atlantica del Paese. Una giornata che sarà ricordata per un fallito tentativo di colpo di stato, orchestrato presumibilmente dagli organi statali russi e serbi, volto a fermare l’adesione alla NATO ed instaurare un nuovo Governo filo-russo.

Peraltro, negli ultimi mesi, Mosca ha lanciato una campagna di rappresaglia mediatica conto il Montenegro con il fine di scoraggiare i nuovi flussi di investimenti russi essenziali per il settore turistico, dipingendo il Paese come pericoloso. La Russia, dunque, non rinuncerà facilmente alla sua storica zona di interesse nei Balcani nè cesserà di usare tutti i mezzi a disposizione per impedire l’adesione dei paesi rimanenti alla Alleanza.

L’adesione del Montenegro è controversa anche dal punto di vista della sua legittimità. A partire dai bombardamenti NATO, una significativa parte della popolazione (per lo più serba) ha guardato alla Alleanza con molta apprensione, mostrandosi più favorevole ad una idea panslavista. Momir Bulatović, l’ex presidente del Montenegro, ha ribadito recentemente che la decisione di aderire alla NATO non è legittima in quanto non è scelta dal popolo. Durante la sua ultima campagna elettorale, il Presidente attualmente in carica, Filip Vujanović, aveva promesso che avrebbe indetto un referendum sull’adesione alla NATO. Una promessa non mantenuta in quanto non c’è stato alcun referendum e lo stesso Presidente ha poi dichiarato che la consultazione popolare non era più necessaria per esprimere l’opinione dei montenegrini e che sarebbe stato una fonte di minaccia alla sicurezza del Paese dopo il fallito tentativo di colpo di stato.

É chiaro che i paesi balcanici, data la loro storica inclinazione a cercare la pace e il compromesso esclusivamente per il mezzo dei conflitti, hanno bisogno di un sistema di regole ben delineato, una maggiore democraticità e stabilità che soltanto la Communità Euro-Atlantica gli può offrire. Ed è giusto credere che le azioni di matrice filo russa non cesserano di stimolare l’antagonismo popolare o di influenzare gli equilibri politici nei Balcani, ma è altrettanto essenziale capire che l’adesione all’Alleanza rappresenta l’unica strada perseguibile verso una rinnovata stabilità regionale.
Il “no” del Montenegro è solo l’inizio.

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