Non abbastanza tedesco

In Germania sono 9,1 milioni gli stranieri che pur pagando tasse e dandosi da fare anche a livello locale non possono votare. Un deficit di democrazia al quale andrebbe posto rimedio.

Un elettore mentre vota in una cabina elettorale a Berlino. REUTERS/Thomas Peter
Un elettore mentre vota in una cabina elettorale a Berlino. REUTERS/Thomas Peter

Fino a non molti anni fa, il problema della cittadinanza non era proprio tra le priorità dei governi. La questione era abbastanza semplice, anche perché chi nasceva in un dato paese era di norma figlio di genitori cittadini di quel paese. E’ con l’immigrazione degli ultimi decenni che le cose sono cambiate in Europa. In diversi paesi, tra questi Francia, Gran Bretagna, Paesi Bassi, Lussemburgo lo ius soli viene riconosciuto al neonato, a patto di alcuni presupposti. La normativa tedesca per esempio, prevede che uno dei due genitori sia da almeno otto anni residente in Germania e in possesso di un regolare permesso di soggiorno. Dal 1 gennaio 2015, poi, una nuova legge ha stabilito che, diversamente dal passato, i giovani raggiunti i 24 anni non debbano più scegliere tra l’una o l’altra cittadinanza. (Una normativa che, come già raccontato da eastwest, è stata messa recentemente in discussione, in seguito al referendum sui poteri del presidente turco. Il fatto che numerosi turchi con doppia cittadinanza abbiano votato a favore dello stesso ha riacceso il dibattito).

Alla questione dello ius soli se ne aggiunge ora un’altra, come evidenziava un recente articolo sul sito online del settimanale Die Zeit. Il giornalista parte dalla storia di Ahmad Wali Temory, 22 anni, afghano giunto in Germania appena un anno e mezzo fa, eppure “politicamente già molto più attivo di tanti tedeschi”. Ahmad sta infatti facendo campagna elettorale per i socialdemocratici. Il primo contatto con il mondo politico tedesco è avvenuto nell’ottobre dell’anno scorso. Su Facebook aveva visto una foto di Brigitte Zypries. L’immagine mostrava la ministra socialdemocratica per l’Economia a un incontro dell’associazione Kiron, che si occupa di start-up formative per profughi.

A Zeit online Ahmad ha raccontato: “Allora non sapevo chi fosse, ma avevo capito che si trattava di un politico importante, e poi mi stava simpatica”. Così le aveva mandato un messaggio nel quale esprimeva il desiderio di poter fare uno stage da lei. La notizia l’aveva spedita verso mezzanotte. Già la mattina successiva era arrivato l’invito di presentarsi un paio di giorni dopo al ministero. Lì aveva avuto un colloquio e la settimana era stato preso come stagista.

Tra i suoi compiti c’era rispondere alle mail e accompagnare la ministra a incontri pubblici. Ed è per questo che gli capita di incontrare anche il ministro dell’Interno, il cristianodemocratico Thomas de Maizière. Ahmad coglie l’occasione per chiedere al ministro se fosse veramente certo di inserire l’Afghanistan tra i paesi sicuri dove poter dunque rimandare i profughi (un accordo in tal senso era stato firmato tra il governo tedesco e quello afghano lo scorso ottobre; questo febbraio uno simile era stato siglato anche a livello di Ue).

Ahmad, prima di arrivare in Germania, aveva studiato scienze politiche a Kandahar e fatto da interprete per l’esercito americano. Ora fa campagna elettorale per i socialdemocratici. Eppure il 24 settembre prossimo, quando si terranno le elezioni per il rinnovo del Bundestag (il Parlamento federale) Ahmad non potrà votare.

L’articolo racconta che sono complessivamente 9,1 milione gli stranieri residenti in Germania: qui studiano, lavorano, pagano le tasse; molti si danno anche da fare nel volontariato, sono iscritti a unclub calcistico, “ma quando si tratta di designare chi in futuro deciderà sulla distribuzione degli introiti fiscali, allora queste persone non hanno voce in capitolo” sottolinea Zeit online.

A dire il vero c’era stato un tentativo alla fine degli anni Ottanta di concedere il diritto di voto agli stranieri almeno per le amministrative. Amburgo e la regione dello Schleswig-Holstein avevano fatto da testa di ariete, decidendo di accordare questo diritto a chi era residente lì da almeno 8 anni. La Corte costituzionale tedesca, con una sentenza del 1990, decise invece che il diritto di voto a cittadini stranieri non era compatibile con la Carta costituzionale.

Unica eccezione, i cittadini dell’Unione Europea i quali, dal 1992, hanno diritto di voto alle amministrative.  Da qui anche la situazione paradossale che lo spagnolo residente in Finlandia da appena due, tre anni possa eleggere il sindaco, il vicino marocchino che lì vive da dieci anni, no.

Non sarebbe dunque giunta l’ora di separare la cittadinanza dal diritto di voto, si chiedono alcuni? La risposta del politologo Rainer Bauböck, autore di una recente ricerca mirata sul diritto di voto in 53 stati tra Europa e America, è no. Ma non per i motivi addotti dalla costituzione. L’attuale normativa sulla cittadinanza impedisce infatti che i politici possano manipolare il diritto di voto. Non è poi passata un’eternità da quando lo stesso veniva accordato sulla base del censo.

Vero è però anche che, se una crescente fetta di popolazione residente in un paese è esclusa da questo diritto, il sistema finisce per evidenziare un deficit democratico. Secondo Bauböck una soluzione possibile potrebbe essere quella di rendere l’iter per ottenere la cittadinanza meno impervio. Perché le lunghe liste d’attesa, un costo non indifferente che comporta la pratica, test di integrazione a volte così difficili, che nemmeno un autoctono sarebbe in grado di svolgerli, non solo scoraggiano molti, ma secondo Bauböck, costituiscono anche una dubbia forma di esclusione dal diritto di voto.

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