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In Olanda è caccia ai voti degli stranieri per vincere le elezioni

Complice la crescita della comunità degli expat europei in Olanda, il voto degli stranieri sarà determinante nelle elezioni amministrative di domani. E i partiti fanno il possibile per conquistarli. Anche modificando la loro linea politica nella versione inglese dei programmi

Ciclisti su un ponte a Amsterdam centrale, Paesi Bassi, il 1 ° dicembre 2017 REUTERS / Yves Herman
Ciclisti su un ponte a Amsterdam centrale, Paesi Bassi, il 1 ° dicembre 2017 REUTERS / Yves Herman

"Il tuttofare polacco, il cuoco italiano e il banchiere tedesco hanno sempre più influenza nei consigli comunali" scriveva la scorsa settimana il quotidiano nazionale Trouw parlando del voto amministrativo olandese del 21 marzo prossimo al quale prenderà parte anche il milione di stranieri che risiedono nei Paesi Bassi.

La norma non è li da ieri: il trattato di Schengen, infatti, aveva esteso a tutti gli europei il diritto di votare per le amministrazioni locali - senza attendere i cinque anni di residenza previsti per gli extracomunitari - quando l'Ue era ancora Comunità Europea. Ma solo oggi, oltre 30 anni dopo, in una fase di altissima mobilità interna e con un peso crescente delle città, gli effetti di quella previsione sono evidenti.

Ad Amsterdam, stando ai dati forniti dal comune, il numero di expat europei è raddoppiato in 4 anni: oggi sono quasi 90mila i cittadini dei 27 Stati membri residenti nella capitale e rappresentano il 13,2% dell'elettorato. In un sistema rigidamente proporzionale ciò equivale a circa 5 seggi in consiglio, ossia un partito di medie dimensioni.

Stessa situazione a Rotterdam, mentre quella dell'Aja è addirittura clamorosa: il "partito degli europei" - se esistesse - con circa 50mila expats che vivono in un comune di 500mila abitanti, sarebbe il primo della città con 7 seggi.  A Maastricht, poi, con una delle più ampie popolazioni studentesche del Paese, è non olandese oltre un residente su 2: cosi, per non sbagliare, il sindaco ha risolto il problema mandando a tutti certificato elettorale e istruzioni per il voto bilingue; in olandese e inglese.

La polarizzazione del dibattito pubblico e la crescita di peso delle città, propulsori economici del Paese, hanno convinto un po' tutto lo spettro politico che quel milione di elettori, a lungo dimenticati dai partiti, andava intercettato in qualche modo. D'altronde, e questo è stato il ragionamento da destra a sinistra, quella comunità senza forma che va dal bracciante polacco del Limburgo all'informatico lituano pagato a peso d'oro, non ha i preconcetti dei locali. E poi, vantaggio non da poco conto, spesso gli europei non parlano una parola della lingua locale.

Cosi alcuni partiti, quelli che più hanno puntato sulla campagna nella terra di mezzo abitata dagli expat, oltre a poster e volantini elettorali, si sono ricostruiti una verginità approfittando proprio di questo doppio binario. E' il caso del Forum voor Democratie, dato dai sondaggi come seconda formazione del Paese, un partito sovranista anti-Ue, con toni populisti, razzisti ed omofobi guidato dal "nuovo Wilders" Thierry Baudet: nella versione inglese della campagna elettorale non c'è traccia di islamofobia e guerra allo straniero. Il partito, al contrario, si profila per gli internazionali come un movimento moderato, liberista, aperto al mercato e agli investimenti.

Le formazioni tradizionalmente vicine agli espatriati, invece, hanno semplicemente allargato piattaforme già sperimentate alle elezioni del 2014: cosi i liberal-progressisti del D66 e la sinistra rosso-verde del Groenlinks si contendono i voti della nuova classe media internazionale, quella che guadagna bene, acquista proprietà ma ha sensibilità civica e interesse per le tematiche sociali mentre il Vvd, il partito del premier, si rivolge soprattutto a manager ed imprenditori.

Ma gli stranieri sono un ghiotto bottino soprattutto per i partiti emergenti e per quelli in caduta libera: i movimenti multietnici Denk e quello femminista della diaspora africana e surinamese Bij1 puntano agli europei a basso reddito mentre i laburisti, formazione che al governo voleva corsi di lingua olandese obbligatori anche per gli Ue, con consensi decimati sono oggi ben felici di pubblicare il programma elettorale in inglese; dopotutto per votare basta mettere la croce su un simbolo.

E cosi, in due mesi di campagna elettorale, la politica olandese ha accettato di confrontarsi in inglese in almeno una ventina di eventi pubblici, formali e non, che hanno avuto luogo in lungo e largo nel Paese. Caccia, allora, nelle liste all'oriundo italiano, al candidato che parla spagnolo e soprattutto a chi mastica meglio la lingua di Shakespeare, perchè anche in un Paese dove l'86% della popolazione parla inglese, sostenere una tribuna elettorale può essere un problema.

Lontani dal termometro dei sondaggisti e difficili da intercettare dai partiti, gli stranieri possono - insomma - fare la differenza.

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