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La sfida dei partiti identitari al nazionalismo dell'Olanda bianca

Il multiculturalismo olandese è in crisi da tempo. Ma all’esaltazione dei valori tradizionali degli hollander ora rispondono i partiti delle altre comunità, da Islam Democraten al movimento nero e femminista  Bij1. Attesi da un test cruciale nelle elezioni locali di marzo

Ragazzi sulla banchina di un canale ad Amsterdam. REUTERS/Cris Toala Olivares
Ragazzi sulla banchina di un canale ad Amsterdam. REUTERS/Cris Toala Olivares

L'Aia - Non è notizia di oggi che l'Olanda, un tempo laboratorio sociale di convivenza tra etnie, si è riscoperta di recente più razzista, intollerante e segregata di quanto non credesse di essere. La sconfitta dell'estrema destra di Geert Wilders alle politiche del 2017 non ha frenato il populismo ma confermato una tendenza: islamofobia, identitarismo e pregiudizio nei confronti degli stranieri e delle minoranze, sono nei Paesi Bassi principi maggioritari che hanno contaminato tutti, tanto a destra quanto a sinistra.

La società multietnica olandese costruita a partire dagli anni '50 è in crisi da almeno due decenni ma alla spinta nazionalista che esalta i valori tradizionali dell'Olanda bianca, soprattutto di quella rurale, legata ai fasti del colonialismo, se ne contrappone oggi un'altra costruita dagli immigrati e dai loro discendenti che condivide con gli autoctoni giusto lo spazio vitale.

E cosi l'identitarismo non è più solo affare di bianchi: i turchi, i marocchini, gli antillani e i surinamesi politicamente attivi, a lungo cooptati nei partiti olandesi tradizionali, soprattutto in quelli a sinistra, non si riconoscono più in quei valori. Le nuove generazioni hanno superato la sindrome dell'ospite che a lungo aveva afflitto genitori e nonni e pretendono, da cittadini nati e cresciuti nei Paesi Bassi, il rispetto dei diritti e della loro specificità culturale. Non vogliono integrazione, che spesso fa rima con assimilazione, chiedono solo pari dignità. Cosi se tutti, bianchi, neri e musulmani sono nederlander, le minoranze non si sentono anche hollander, cioè non si rispecchiano nei codici culturali dell'uomo bianco olandese.

La sfida multietnica su scala nazionale lanciata dall'altra Olanda all'identitarismo della maggioranza ha inizio in una data precisa: il 13 novembre 2014 con l'espulsione di due deputati turco-olandesi dal Pvda, il Partito laburista. Selcuk Ozturk e Tuhnan Kuzu - il primo nato ad Büyükkışla, nel cuore della Turchia rurale, l'altro ad Istanbul - vennero cacciati proprio per conflitti sui loro rapporti con Ankara. E così fiutando timori e malcontento delle minoranze, soprattutto di quella musulmana, i due avevano capito fosse giunta l'ora di dare un volto al voto allochtoon, ossia al voto degli olandesi di origine straniera.

Di li a poco fondarono Denk e la loro campagna tra kebab shop, macellerie halal e mercati rionali è riuscita nell'impresa di agguantare tre seggi alle politiche del 2017, aprendo per la prima volta le porte di un parlamento d'Europa a un partito multietnico, con agenda interamente focalizzata sulle minoranze. Insieme a loro è approdato a l'Aja anche Farid Azarkan, nato a Rabat ed ex presidente dell'associazione marocchina d'Olanda. Il programma del partito? Dalla polizia antidiscriminazione alla rilettura critica della storia coloniale, l'agenda di Denk parla soprattutto ai giovani di origine turca o nordafricana, perseguitati dalle campagne d'odio di Wilders e spesso discriminati dalla polizia e sui posti di lavoro.

Ma il successo di Denk non è caduto dal cielo: nei consigli comunali di alcune grandi città sono da tempo tre i partiti di ispirazione musulmana. Rotterdam è già nota per il sindaco Ahmed Aboutaleb - nato in Marocco - meno per il partito Nida, che prende il nome da un'espressione del Corano e che ha visto eleggere nel 2014 due consiglieri. Il leader è Nourdin el Douali e il suo è un movimento centrista di ispirazione islamica, sul modello dei partiti cristiano-democratici.

A l'Aja, sede del governo e di 150 organizzazioni internazionali, i partiti islamici in consiglio comunale sono addirittura due: il Partij van de Eenheid (Partito dell'Unità), in consiglio dal 2014 con un seggio, e Islam Democraten (Democratici dell'Islam) che occupa due scranni dal 2010. Entrambi i movimenti si ispirano alla dottrina sociale e comunitaria dell'islam e raccolgono voti soprattutto nel quartiere musulmano di Schilderswijk, considerato da molti la Molenbeek d'Olanda. Dati alla mano, queste formazioni non hanno attratto solo il voto delle minoranze ma anche una fetta non trascurabile di olandesi, stanchi probabilmente del sistema consociativo e monolitico che da quasi un secolo guida la nazione.

Il 21 marzo prossimo verranno rinnovati i consigli comunali del Paese e mai prima d'ora la sfida locale aveva attirato tanta attenzione: le minoranze sono localizzate nei grandi centri e, se ciò rappresenta un ostacolo oggettivo per la corsa al parlamento, le assemblee cittadine hanno dimostrato di essere palchi più accessibili per le formazioni etnico-identitarie.

Cosi il Pvv di Wilders, che fino ad ora aveva snobbato le elezioni locali, presenterà candidati in 30 comuni e mentre i tre partiti islamici e Denk si contenderanno alle amministrative il voto delle minoranze, soprattutto di quelle di fede islamica, nella corsa all'identitarismo c'è posto anche per Bij1 un movimento con forte impronta femminista, antirazzista e anti-colonialista che guarda in particolare alla comunità nera d'Olanda.

I volti di questo forte movimento di opinione sono Sylvana Simons, una ex presentatrice televisiva nata a Paramaribo in Suriname e l'antropologa surinamese Gloria Wekker, autrice del bestseller "White Privilege" (Witte Onschuld) sul negazionismo del razzismo da parte dell'uomo bianco, manifesto politico per intellettuali e per le nuove generazioni di neri olandesi. Secondo i sondaggi Bij1 avrebbe ottime chance di eleggere 2 consiglieri ad Amsterdam, grazie all'enorme popolarità che la Simons gode a Bijlmer, il quartiere surinamese della capitale.

Questa frammentazione su base etnica, secondo opinione comune nei Paesi Bassi, è un segnale preoccupante: l'apartheid culturale non è una novità in Olanda ma la nascita e il successo di queste formazioni, nate come contraltare alla svolta nazionalista dell'arco parlamentare e all'ulteriore radicalizzazione del PVV di Wilders, segna probabilmente la fine del multiculturalismo come lo conoscevamo prima. 

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