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Olanda, l’ombra dei crimini in Indonesia sulla festa della Liberazione

Gli olandesi ricordano le vittime dell’occupazione tedesca. Ma l’Aja si rifiuta di riconoscere i crimini commessi nella guerra coloniale iniziata nel 1945. Una rimozione intollerabile per le minoranze. Così le giornate della memoria diventano un momento di divisione nazionale

Soldati della Royal Dutch East-Indies Army KNIL con prigionieri indonesiani. Malang, Giava, luglio 1947. Archivi nazionali olandesi - L’Aja
Soldati della Royal Dutch East-Indies Army KNIL con prigionieri indonesiani. Malang, Giava, luglio 1947. Archivi nazionali olandesi - L’Aja

L'Aja - Il 4 e 5 maggio sono nei Paesi Bassi le Giornate della Memoria e della Liberazione, Nationale Herdenking e Bevrijdingsdag. In un Paese culturalmente frammentato e ben poco incline alle celebrazioni collettive, questa giornata assume un certo valore perché è, di fatto, l’unica festa nazionale non religiosa oltre a quella del sovrano. Con 205mila vittime, l’Olanda è stato il Paese occidentale occupato dai nazifascisti ad aver pagato il conto più pesante in termini di perdite umane e detiene anche il triste record europeo per il numero di ebrei deportati ad Auschwitz: furono ben 7 su 10.

La guerra e la carestia, l’hongerwinter, che colpì il Paese nel ’44 -’45 e causò la morte di oltre 20mila persone hanno scolpito la memoria olandese e lasciato una ferita aperta nel ricordo collettivo.

Eppure negli ultimi anni, il tempo che passa e le nuove tensioni che attraversano il globo hanno avuto un riflesso anche sul “25 aprile olandese”. In tanti si chiedono: cosa commemoriamo esattamente?

Se lo chiedeva lo scorso anno Jan Kuitenbrouwer sul quotidiano Volkskrant: "I 102.000 ebrei olandesi sono morti per difendere la nostra libertà? No. La cosa orrenda della Shoah è che gli ebrei sono morti per nessuna ragione”. E a proposito dei fatti in Indonesia: “ Quale libertà commemoriamo laggiù? Quella di mantenere una popolazione in schiavitù, di privare un Paese delle sue risorse naturali e di opprimere un popolo?”.

La questione delle Indie orientali olandesi è tutt'ora un nervo scoperto e, a conferma di quanto sia ancora in sospeso, basta osservare il caso del giorno in Olanda: un anonimo attivista ha annunciato la scorsa settimana sui social l’intenzione di disturbare la cerimonia di piazza Dam del 4 maggio, durante i due minuti di silenzio osservati in tutto il Paese, per protestare contro il rifiuto delle autorità di ricordare i crimini in Indonesia.

Un moto di indignazione ha attraversato il Paese: la politica istituzionale è stata unanime nel condannare la mancanza di rispetto, il sindaco della capitale ha emesso un’ordinanza che vieta qualunque manifestazione durante la cerimonia. Eppure diversi opinionisti non hanno mancato di sottolineare come la rivendicazione non sia per niente campata in aria.

Mentre iniziava i lavori il tribunale di Norimberga, i Paesi Bassi si avventuravano in una guerra coloniale che sarebbe durata 4 anni, nonostante venga considerata ancora oggi dalle istituzioni come un’operazione di poliziapolitionele actie

Le ricerche dello storico svizzero-olandese Remy Limpach hanno messo in luce negli ultimi anni quanto le istituzioni, ancora oggi, rifiutino di accettare: in Indonesia fu sistematica e strutturale violazione dei diritti umani. Villaggi dati alle fiamme, esecuzioni sommarie, stupri e fosse comuni: l’esercito olandese si macchiò di crimini che oggi costerebbero al governo dell’Aja un procedimento a poche centinaia di metri dalla sua sede istituzionale, presso l’Icc/Cpi, la Corte Penale Internazionale che i Paesi Bassi ospitano dal 2002.

73 anni dopo, insomma, a conferma della forte polarizzazione del Paese, il 4 e 5 maggio sono più che mai giornate di divisione nazionale in Olanda: i bianchi che vogliono piangere le loro vittime, le minoranze che vorrebbero piangere anche i caduti per mano degli olandesi, i surinamesi e gli antillani che quest’anno, per la prima volta, diserteranno la cerimonia ufficiale. Il motivo? Il comitato per la commemorazione avrebbe imposto all’oratore surinamese di rimuovere dal discorso i riferimenti al colonialismo.

In questo caos sembra quasi coerente l’unica posizione davvero inaspettata a sostegno delle celebrazioni: le formazioni neofasciste del Paese, infatti, promettono battaglia a difesa della Liberazione e delle tradizioni minacciate.

@msfregola

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