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In Olanda il terrorismo non fa più notizia

Dopo l’annuncio lanciato da Wilders di una gara di fumetti su Maometto, l’Olanda è investita da una scia di terrore silenzioso: l'ultimo attentato sventato è di ieri, senza clamore mediatico. La normalizzazione del terrorismo coinvolge autorità e cittadini. Ma può avere pesanti effetti collaterali

Persone alla stazione centrale di Amsterdam.REUTERS/Yves Herman
Persone alla stazione centrale di Amsterdam.REUTERS/Yves Herman

L'Aja - Mercoledi pomeriggio il nucleo antiterrorismo olandese aveva fatto sapere di aver, probabilmente, sventato un attentato a l'Aja, il secondo in pochi mesi, arrestando a Schilderswijk, la "Molenbeek" olandese, un ventiduenne che in strada gridava“Allahu akbar” brandendo una bombola di gas. Giovedì in serata, i nuclei speciali avrebbero sgominato ad Arnhem, nell’est del Paese, una cellula pronta a colpire: stando al pubblico ministero, il piano - ordito da un foreign fighter di origine irachena, fermato mesi fa poco prima di  imbarcarsi per la Siria- doveva concretizzarsi in un attentato delle proporzioni di quelli in Francia e Belgio.

Stando alle ultime notizie di oggi, diramate con il contagocce, quello de l’Aja era -con buona probabilità- il gesto di un mitomane mentre gli arresti ad Arnhem configurano uno scenario ben più serio. Caso chiuso? Per il momento si. Il governo fa i complimenti all’intelligence, ma la tensione nei Paesi Bassi è alle stelle.

Solo qualche settimana fa, la polizia aveva sventato due attentati in pochi giorni; i fermati sono ancora in custodia ma dalle istituzioni non è trapelato alcun dettaglio. Il terrorismo, vero o presunto, sembra non faccia più  notizia. È finita l’analisi, sono rimasti giusto qualche slogan e l’annuncio governativo di altisonanti giri di vite, spesso in contrasto con la costituzione e il buon senso. L’ultimo ha un tempismo singolare: solo ieri mattina, il ministro della giustizia Grapperhuis ha annunciato l’intenzione di voler “profilare” i futuri acquirenti di armi da fuoco, registrando etnia, credo religioso e orientamento politico. Una misura anti-terrorismo, ha spiegato il ministro a chi lo accusava di voler introdurre un vero e proprio sistema di schedatura.

La recente scia di terrore silenzioso è cominciata con il concorso organizzato da Geert Wilders, una gara di fumetti sull’odiato profeta Maometto: il leader islamofobo aveva lanciato il provocatorio evento qualche settimana fa mandando su tutte le furie il mondo musulmano locale e internazionale. 

L’ultima trovata del veterano della lotta all’islam ricalca proprio quel concorso in Texas del 2015 - al quale partecipò come speaker - preso d’assalto da un commando di terroristi. Anzi, avrebbe ricalcato perché all'ultimo, il leader del Pvv ha annunciato attraverso il suo canale ufficiale (un account Twitter da quasi un milione di followers) l’intenzione di annullare l'evento su suggerimento dell’Aivd, l’intelligence olandese, per timore di attentati.

Gli 007 olandesi hanno smentito di aver mai dato indicazioni di questo genere ma di conseguenza, l'annuncio del concorso ne ha avuta più di una: il Pakistan è stato infiammato per giorni da proteste mentre il governo di Islamabad, oltre ad aver considerato l’ipotesi di interrompere le relazioni diplomatiche con i Paesi Bassi, aveva annunciato di voler sollevare la questione all’Onu.

Tra gli interstizi di quell'ennesimo pasticcio diplomatico tra Paesi (che si considerano) custodi della democrazia e Paesi (che si considerano) custodi della morale c’è chi dalle parole è passato ai fatti: in appena una settimana, la polizia olandese è intervenuta ben due volte per evitare che minacce diventassero una nuova, macabra, bandierina sulla mappa europea degli attentati di matrice islamica. 

La prima volta per arrestare un pakistano, 26enne, che annunciava sui social di aver raggiunto l’Aja per “vendicare l’affronto” di Wilders. Il giovane, stando al portale della tv pubblica Nos, che ha visionato il suo profilo sui social, è un “influencer” con una pagina pubblica da migliaia di followers. La notizia è stata resa nota ad inizio settembre, il giorno dopo l’arresto, quando l’aspirante attentatore era già davanti al giudice. Cosa si sa di lui? Che viveva in Italia e lavorava in una pizzeria nei pressi di Milano, anche se da mesi si muoveva tra Germania e Francia. A fare cosa, non è chiaro ma il viaggio in Olanda, documentato giorno per giorno come quello di un travel blogger qualunque, aveva lo scopo di “farla pagare a chi ha insultato il Profeta”. 

In altri tempi e luoghi, questa vicenda avrebbe scatenato un putiferio e attirato l’attenzione dell’opinione pubblica di mezzo continente ma non oggi: un mese dopo, l’uomo è ancora in custodia, nulla è trapelato sulle ragioni del gesto ma soprattutto nulla si sa delle eventuali affiliazioni del 26enne: lupo solitario o parte di una rete? Quando si parla di sicurezza nazionale, l’Olanda si rivela formidabile, con una certa acquiescenza anche del mondo giornalistico, nel blindare la diffusione di informazioni. Ma va detto, come sottolinea Jelle van Buuren, un esperto di jihadismo dell’Università di Leiden, in un pezzo di opinione sul quotidiano Ad, non sono solo le autorità dei Paesi Bassi a tenere la bocca chiusa: è la gente, in primis, ad aver “normalizzato” l’approccio agli attentati. Il suo riferimento è al secondo episodio, avvenuto ad inizio mese, solo qualche giorno dopo l'altro: un giovane afgano, richiedente asilo in Germania, ha accoltellato due turisti americani alla stazione centrale di Amsterdam. Nessuno ha confermato il movente terroristico se non a giorni di distanza, quando in aula il 19enne, nel corso del processo per direttissima, aveva usato la parola “attentato”: eppure l'uomo aveva detto di essere partito dal luogo dove risiedeva, nei pressi di Colonia, con l’intento unico di raggiungere l’Olanda - e anche lui - di vendicare l’affronto al Profeta.

Secondo van Buuren, quello di inizio mese presenta tutti gli elementi di un attentato terroristico, il primo in Olanda dal 2004, quando venne assassinato Theo van Gogh. Certamente, scrive ancora l’accademico, sono stati diversi i fattori che hanno contribuito al disinteresse sulla vicenda: l’intervento della polizia che ha arrestato il 19enne afgano a tempo di record, il piano anti-terrorismo entrato in funzione in attimi e il fatto che le vittime non fossero olandesi. Tuttavia nessuno, non il parlamento o l’opinione pubblica, ha manifestato chissà quali reazioni: pur senza morti, kamikaze o rivendicazioni dell’Isis un attentato non dovrebbe destare meno allarme, osserva van Buuren.

Un fattore che contribuisce al basso profilo è anche l’attenzione maniacale che le istituzioni dei Paesi Bassi pongono nel confermare l’immagine di Paese sicuro - soprattutto per investitori e turisti - dove le tensioni vengono gestite e l’autorità ha il pieno controllo della situazione; un’immagine patinata, insomma, opposta a quella poco convincente del Belgio. Proseguire con la vita di tutti i giorni, come suggerito dalle autorità, è certamente un modo per esorcizzare la paura di fenomeni difficili da controllare ma l'atteggiamento di normalizzare e integrare la presenza di attentati nella vita quotidiana, rischia di sottovalutarne - sul lungo periodo - gli effetti devastanti per la convivenza. 

@msfregola 

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