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“On n’oublie pas!”: fratture sociali e fantasmi delle rivolte delle banlieue

(Parigi). L’odio, la haine, dieci anni dopo l’incendio delle banlieue non si spegne ma resta come fuoco che cova sotto la cenere. Di fronte alle decisioni di un tribunale, quello di Rennes, il sentimento d’inadeguatezza e la percezione di una giustizia lontana dalla realtà riattiva dolori che sembravano sopiti o assorbiti dagli anni.

A protest tag painted on a building displays the names of teenagers "Zyed and Bouna" and the statement "Police Kill" is pictured near the Criminal Court at the start of the trial of two police officers involved in the accidental death of two youths in Clichy-sous-Bois in 2005, in Rennes, Brittany, March 16, 2015. REUTERS/Stephane Mahe

Proprio come nel film di Mathieu Kassovitz che ci aveva visto giusto molti anni prima che scoppiasse la rabbia dei ragazzi di banlieue nel 2005. Il suo film del 1995 infatti era ispirato alla storia di Makomé M'Bowolé, ragazzo dello Zaire di 17 anni ucciso con un colpo alla testa da un poliziotto durante  un fermo nel XVIII arrondissement di Parigi. Dieci anni dopo quel film, il 27 ottobre 2005, due ragazzi delle cités, Zyed Benna e Bouna Traoré, inseguiti dai poliziotti e rifugiatisi presso un trasformatore EDF a Clichy-sous-bois, trovavano la morte, folgorati dall’alta tensione. Quella morte, e quell’inspiegabile accanimento nell’inseguire due giovani fuggiaschi e macchiato dall’ombra dell’omissione di soccorso, avrebbe provocato la più grande rivolta in tutta la Francia dalle barricate del ’68. Migliaia di auto devastate, scuole date alle fiamme, sassaiole e molotov, arresti, violenti scontri con la polizia e la proclamazione dello stato d’emergenza. Oggi un tribunale di Rennes rilasciando i due poliziotti che si erano lanciati all’inseguimento di Zyed e Bouna mette il sale su una ferita mai rimarginata.

Impunità e fratture sociali

“In questo paese ci sono fratture razziali. In questo verdetto io vedo distanza”. Le parole scelte dagli avvocati delle famiglie riflettono l’impatto che ha avuto questo processo sulla società civile francese. Il processo sin dall’inizio è partito su due binari diversi, come se non si trattasse dello stesso processo, come se gli attori dovessero essere giudicati con metri di giudizio differenti. Da un lato due rispettati tutori dell’ordine, dall’altro la “racaille”, i delinquenti di banlieue. Eppure la realtà era molto più sfumata. Sui due poliziotti Stéphanie Klein e Sébastien Gaillemin pendeva l’accusa di omissione di soccorso perché non solo non avevano allertato EDF, ma non avevano sollecitato nemmeno l’arrivo di un'ambulanza e non si erano minimamente sincerati delle condizioni dei due ragazzi che si erano rifugiati nei pressi del generatore. La scelta era giustificata dal fatto che i due agenti operavano in una zona sensibile, dove i poliziotti sono in trincea, come se i due giovani folgorati, seconda o terza generazione d’immigrati arabo-musulmani che popolano le periferie di Francia, non fossero cittadini francesi e non godessero degli stessi diritti di altri cittadini dello stesso stato. Ecco una delle ragioni della rabbia, dell’odio, della haine. Come se i poliziotti dovessero essere giudicati partendo dal presupposto che operano nelle banlieues difficili, una sorta di pre-giustificazione che avrebbe dovuto edulcorare una condotta visibilmente sprezzante. Un terzo ragazzo che accompagnava Zyed e Bouna, Muhittin Altun, di 17 anni si era salvato per miracolo e restava gravemente ferito (ustioni sul 10% del suo corpo). Nonostante un’inchiesta interna alla polizia i due poliziotti non subivano alcun tipo di sanzione. Per il giudice del tribunale di Rennes i due funzionari di polizia “non avevano mai avuto coscienza dell’esistenza di un pericolo grave ed imminente”. Eppure una conversazione radio tra i due poliziotti smentisce questa ricostruzione. “Se entrano sul sito dell’EDF non scommetto molto sulla loro pelle” aveva detto alla radio della polizia Sébastien Gaillemin. La collega Stéphanie Klein, all’epoca ancora stagista, era all’ascolto. Mezz’ora dopo i due ragazzi morivano folgorati. Nessuno dei due poliziotti aveva reagito nonostante fosse oramai chiaro che i due ragazzi erano penetrati inconsapevolmente in un sito EDF (Eléctricitéde France) ad alta tensione.

La negligenza dei poliziotti era stata evidenziata anche in un rapporto dell’Ispezione Generale dei Servizi (IGS). Nel rapporto della “polizia delle polizie” si diceva a chiare lettere che se i poliziotti avessero dato l’allerta in tempo, EDF avrebbe potuto intervenire un quarto d’ora prima dell’incidente. Insomma il tempo c’era per disinnescare il sito e staccare la corrente del generatore, perché allora i due poliziotti non l’avevano fatto? Perché in quel lasso di tempo i poliziotti, sapendo che i ragazzi rischiavano di morire folgorati, non avevano allertato EDF? Oggi, oltre liberare dal peso delle responsabilità i due poliziotti - che hanno ricevuto in questi anni  sostegno a diversi livelli - il processo ha evidenziato l’emergere di una frattura all’interno della società, un sentimento d’impunità e di ingiustizia percepito da tutti coloro che vivono in questi quartieri e zone di periferia ghettizzate dalla politica e stigmatizzate dai media. Non bisogna dimenticare poi il tentativo di insabbiamento della verità: le autorità avevano dichiarato che i due giovani si erano macchiati di un furto ed erano fuggiti per questa ragione e non perché inseguiti dalla polizia. Queste informazioni pero’ si rivelarono false.  Tutto, come sottolineo ’più tardi lo stesso sociologo Fabien Jobard, era stato orchestrato per far ricadere le colpe sull’organizzazione della polizia, colpe, beninteso, generiche, senza puntare mai il dito sul sentimento di discriminazione e di progressiva ghettizzazione dei quartieri “sensibili” come se si fosse già colpevoli solo per il fatto di abitarci.

Processo politico: 26.OOO persone  si costituiscono parte civile

Ma allora se il processo ai due poliziotti ha evidenziato innanzitutto una certa 'colpevolezza intrinseca' posseduta da tutti coloro che vivono in queste zone, una doppia verità e due diversi metri di giudizio, il processo diventa squisitamente politico. Per dirla con le parole del sociologo francese Gérard Mauger si è di fronte ad una visione dicotomica del mondo: “Noi, gli Arabi/Loro, i francesi purosangue”con l’agente di polizia che diventa semplice strumento coercitivo di una volontà collettiva di perpetrare e diffondere questa dicotomia, questa differenza di trattamento, questa palese disuguaglianza. Una visione del mondo “etnicizzata”. Ma la gente che vive in questi quartieri e in questi contesti non puo’ dimenticare (“on n’oublie pas!”) mentre gli avvocati della parte civile si preparano ad agire per via giuridica in nome dei 26.000 abitanti di Clichy-sous-Bois dato che qui sono tutti virtualmente già colpevoli.

@marco_cesario

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