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Paura e speranza, la Turchia che dice No al Sultano

“Il 16 aprile non ci saranno vincitori. Erdogan ha già vinto. Ha raggiunto il suo obiettivo di spaccare la Turchia in due. Una parte contro l’altra”, Yeliz, attivista di Izmir osserva il suo tè seduta al tavolino di un piccolo caffè sul lungomare. Dai pescatori sul Bosforo di Istanbul, alla frenesia dei bambini nella piazza dell’orologio di Izmir, fino alle camionette della polizia nella città vecchia di Diyarbakir: la Turchia si prepara al referendum, riscoprendosi sola e divisa.

Una donna indossa una maschera di Erdogan durante una manifestazione in attesa del Referendum del 16 aprile. REUTERS/Murad Sezer
Una donna indossa una maschera di Erdogan durante una manifestazione in attesa del Referendum del 16 aprile. REUTERS/Murad Sezer

Il 21 gennaio il Parlamento turco ha approvato gli emendamenti alla costituzione che trasformeranno il Paese in una repubblica presidenziale. Il referendum popolare del 16 aprile è l’ultimo passaggio all’effettiva attuazione delle modifiche proposte. L’ufficio e l’incarico di Premier, attualmente occupati da Binali Yildirim, verranno aboliti. Erdogan acquisirà poteri esecutivi, potrà nominare direttamente i massimi responsabili dello Stato, inclusi i Ministri, scegliere quattro membri del Consiglio Superiore della Magistratura e rimanere in carica fino al 2029.

Ma il voto del 16 aprile non è che l’ultimo passaggio. Il rapporto dell’Akp, e di Erdogan in particolare, con la società civile è mutato negli anni. Dal 2002 al 2011, “Nonostante l’Akp si fosse presentato alle elezioni come un partito conservatore ha aperto gradualmente a istanze liberali, accogliendo anche diverse richieste della comunità Lgbt”, Yeliz ci introduce al pragmatismo di Erdogan. “Fino al 2014 è stato il nostro momento d’oro” Yilmaz, ex ricercatore dell’università di Mardin, ricorda gli anni in cui il Governo ha aperto dipartimenti di lingua per i curdi. “Ma nel giro di un mese tutto è cambiato” ci racconta Hamed, accademico dell’università di Diyarbakir. “Erdogan, ha percepito che la sua politica di riconciliazione con la minoranza curda avrebbe portato a quello che è stato il successo dell’Hdp alle elezioni del 2015”. Una vittoria interna che ha spaventato Erdogan. “La stretta repressiva è un sintomo di paura - continua Hamed - Per esempio in Siria la vittoria riportata dall’Ypg, aiutato dal PKK, nella liberazione di Kobane dall’assedio dell’Isis, ha dato forza alla causa curda”. Il 15 luglio 2016 il golpe e lo stato di emergenza, hanno accellerato il processo di trasformazione di Ankara verso molti ambiti della società. “I funzionari del Governo mettono solo un lucchetto alla porta dell’associazione per farci capire che abbiamo chiuso” le parole di Yeliz mostrano l’atteggiamento repressivo in atto. “Sono stata licenziata senza giustificazione. Non ho trovato neanche un avvocato disposto ad aiutarmi, lo stato di emergenza ci ha bloccati”, Zerrin insegnava filosofia alla Ege University. A gennaio il suo nome è apparso sulla gazzetta ufficiale: licenziata.

Se al referendum vincerà il Si, Erdogan acquisirà per legge una serie di poteri che in realtà sta già esercitando da tempo. Quello che fa è incostituzionale. Il referendum stesso è illegale, per via dello stato di emergenza in corso nel paese”, per Umut, attivista di Diyarbakir, le premesse del voto sono tutto meno che democratiche. Istanbul, Izmir, Gaziantep, Diyarbakir, Mardin, la maggior parte dei cartelloni di propaganda urlano Evet, sì in turco. I volti di Erdogan e Yildrim tappezzano le principali città turche. “A Diyarbakir il municipio ha dato la quasi totalità degli spazi di affissione pubblica al Sì - continua Umut, che aggiunge - Con la maggior parte dei politici dell’Hdp in carcere non c’è stata una vera campagna per il No da queste parti”. In una situazione di controllo da parte delle forze di polizia, “C’è un alto rischio di brogli nei seggi, come è gia avvenuto durante le elezioni del 2015”. L’attivista durante le scorse politiche ha fatto parte degli osservatori esterni per la regolarità del voto, “E’ successo che in alcuni villaggi alle 12 i seggi fossero già chiusi e un abitante avesse votato per tutti”.

Il registro mediatico utilizzato da Erdogan e dai vertici dell’Akp è la prima causa della tangibile spaccatura all’interno della società turca, “Ci hanno chiamati terroristi e antipatriottici solo perché abbiamo firmato una petizione per la pace in Kurdistan” la professoressa Zerrin mostra la violenza della dialettica del Presidente. “Il dibattito è focalizzato sulla divisione tra chi dice No e chi dice Si. Non c’è una discussione reale – le parole di Oktay presidente dell’associazione della Musica di Izmir, che aggiunge – L’opposizione non offre nulla, è pro status quo. Non vuole perdere i suoi poteri”. “Ci sono stati tre casi di suicidio fra gli accademici. La pressione è opprimente” dice Ercan, giovane ricercatore della Izmir Technology University. Anche i sentimenti risentono dell’aggressività delle parole utilizzate durante la campagna elettorale. “Ci hanno consigliato di stare a casa il 16 aprile. Non è importante chi vinca, ma c’è il rischio concreto che si possano verificare disordini e violenze”, Ozcan, attivista e ingegnere di Izmir, ha paura. “Non so ancora quanto starò all’università. Ho molta preoccupazione per il mio futuro, potrebbero licenziarmi perché non sono allineato con le idee del partito” Ercan ammette di essere spaventato. “Ci hanno usato e mentito, esattamente come stanno facendo con i musulmani adesso” l’ex professore di letteratura curda alla Mardin University, Ramazan Alan, crede che Erdogan non sia produttore originale di idee, ma si serva delle richieste dei gruppi che compongono la società turca per raggiungere un vantaggio strategico. A Diyarbakir, nel centro della città, dove il valore degli immobili sale, il comune ha iniziato i lavori per la costruzione di un’enorme moschea su un’area di un chilometro quadrato, mentre a Istanbul è noto il progetto di erigere un luogo di culto al centro di Taksim, lo stessa piazza dove nel 2013 sono avvenute numerose proteste contro l’operato dell’esecutivo turco.

Il referendum si avvicina e l’opposizione si riscopre sola. Sola all’interno dei confini del Paese, impossibilitata ad esprimere un reale dissenso; sola all’esterno, senza l’appoggio di quelle Nazioni garanti di pluralismo e democrazia. “L’Europa non ha fatto nulla” Umut pensa che parte della responsabilità ricada sul gravoso silenzio di Bruxelles. “I cosiddetti paesi democratici non hanno fatto la loro parte per cambiare le cose”, accusa invece il professore Ramazan Alan.

Gli uomini e le donne della Turchia hanno paura, provano rabbia, sono indignati, si sentono depressi. Eppure sperano e lottano. Sperano un giorno di riconquistare la libertà di esprimersi apertamente e sinceramente. Lottano affinché la Turchia possa essere ancora la loro casa. Una casa dove sentirsi al sicuro. Il 16 aprile è un passaggio. C’è il prima e c’è il dopo. Nel dopo si raccolgono i sentimenti e le emozioni per il futuro. “Se il No vincesse non ci sarebbe alcun cambiamento, ma avremmo almeno la speranza per continuare. Con il Si non ci sarà respiro”, conclude Ercan. “Non importa chi vinca, continueremo a lottare per la libertà. La libertà di poter esternare le nostre idee contro la polarizzazione della società” Oktay crede. Crede che ci sia ancora spazio di manovra per dialogare. Nonostante la repressione, la chiusura di giornali, radio e televisioni, il carcere per giornalisti e giudici, Ozcan non vuole cedere “Quello che è avvenuto e sta avvenendo è uno scandalo. Un crimine. Ma riusciremo comunque a creare nuovi canali dove dire la nostra”.

Nel pragmatismo di Erdogan c’è la lucida logica di un riposizionamento. Il registro comunicativo del Presidente turco, con i continui attacchi all’Occidente, oltre all’atteggiamento di “un piede in due staffe” sull’asse Mosca/Washington, sono il frutto di un cambio di posizione: da un’ottica europea ad un forzato e radicale inserimento nel contesto Medio Orientale. Un’arma a doppio taglio. La polarizzazione creata dal Referendum lascia dietro di se rovine. Uno strappo nella società che forse neanche Erdogan riuscirà più a ricucire. Per attuare questa logica Ankara ha dovuto infatti tradire molte promesse. Ha tradito i curdi, con cui aveva avviato un processo di pacificazione; ha tradito gli ideali liberali e filoeuropei, una generazione proiettata verso Bruxelles lasciata a piedi durante il percorso di integrazione. L’uso di una dialettica politica fortemente influenzata dai valori religiosi è l’ennesima prova del pragmatismo del Governo. Comunque andrà il voto del 16 aprile la figura di Erdogan ne uscirà indebolita. Giocare con le istanze della società potrebbe essere la causa di una lenta caduta.

@LemmiDavide 

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