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Per l'Europa l'altra minaccia dall'est è l'Ungheria di Orban

Le delusioni d'amore, si sa, sono le peggiori. Dell'Ungheria che nel 1999 aderiva alla Nato e nel 2005 entrava festante nell'Unione europea è rimasto ben poco.

REUTERS/Laszlo Balogh

E lo stesso premier, Viktor Orban, che fu artefice dell'ingresso nella sfera occidentale – durante il suo mandato 1998-2002, quando era un conservatore sì, ma liberale – ora attacca l'euro, l'Unione Europea, gli Stati Uniti, flirta con Putin, vagheggia nuove forme di governo autoritarie, lontane dal modello delle democrazie liberali, e il ritorno di una “Grande Ungheria” dai più estesi confini territoriali. Non solo. Dopo aver ventilato l'ipotesi di reintrodurre la pena di morte, aver attaccato l'indipendenza della magistratura e della Banca Centrale Ungherese, aver modificato la Costituzione in senso ultra-conservatore (e inquietante per le minoranze rom, ebraica, musulmana, gay e in generale per chiunque non sia un “vero ungherese”), da ultimo Orban si è messo alla testa delle proteste contro la recente ondata migratoria, gonfiata dalle guerre in Medio Oriente e nel Corno d'Africa. Per chiudere la rotta balcanica dei migranti, Budapest ha dichiarato di voler costruire un muro di 175 km, alto quattro metri, sul confine con la Serbia. Pareva addirittura – ma il governo nazionalista, sotto la pressione del resto d'Europa, ha poi fatto retromarcia – che Orban volesse sospendere unilateralmente le regole europee in materia di diritto d'asilo. Ora i partiti xenofobi di tutta Europa lo incensano, confermando il fiuto del premier magiaro nell'intercettare gli umori della pancia del popolo, e l'innamoramento ungherese per il modello occidentale è un pallido ricordo.

L'estrema destra – dalle sue propaggini più marcatamente razziste e nostalgiche a quelle più “ripulite” e definite comunemente “populiste” - sta conoscendo una fase di eccezionale espansione in Europa. Dopo aver messo piede nel dibattito pubblico di molti Paesi durante gli anni della Guerra al Terrore di Bush (e della conseguente islamofobia), ha visto i suoi consensi gonfiarsi sempre più durante gli anni della crisi economica. Non solo in Ungheria ma anche in Francia, in Germania, nei Paesi Scandinavi, in Grecia: ovunque le formazioni politiche di estrema destra hanno aumentato le percentuali e, in certi casi, hanno ottenuto ruoli di governo, locale e nazionale. E non è un caso che Budapest per certi versi abbia fatti da apri-pista.

Dopo i sacrifici fatti per entrare nell'Unione Europea, invece del benessere promesso, per gli ungheresi sono arrivati altri sacrifici. Il Paese si è infatti trovato, nemmeno tre anni dopo l'ingresso nell'Europa comunitaria, travolto in pieno dalla crisi economica: crollo della moneta, crollo della Borsa, problemi di liquidità. Primo membro Ue a dover chiedere l'aiuto delle istituzioni finanziare internazionali, l'Ungheria – all'epoca guidata dai socialisti - ha ricevuto 25 miliardi di dollari da Fmi, Banca Mondiale e Ue e ha dovuto accettare il piano di riforme e sacrifici che il prestito comporta. La popolazione si è impoverita e alle elezioni del 2010 è arrivata spaventata e piena di rancore per le promesse non mantenute di “raggiungere l'Austria” e i livelli di qualità della vita dell'Europa occidentale. In questo contesto Orban (con un'inversione di 180 gradi rispetto al suo passato) si è fatto paladino della lotta alle regole comunitarie e della propaganda anti-Ue. Nelle urne è stato premiato: più della metà dei voti espressi sono andati al suo partito e ha ottenuto una maggioranza parlamentare schiacciante, con cui ha potuto cambiare la Costituzione a suo piacimento.

Grazie alla ripresa economica, più marcata in quegli anni nell'Europa centro-orientale, l'Ungheria è poi uscita dalla recessione e ha ripagato il debito (in anticipo) nel 2013. Questo ha ulteriormente galvanizzato i sostenitori, in patria e all'estero, di Orban, capace col suo nazionalismo, economico oltre che politico, di “sconfiggere e scacciare” il Fmi e gli altri creditori. Ma l'economia non è andata negli anni successivi tanto bene quanto i primi segnali di ripresa potevano far sperare. Figlia di fattori “una tantum”, secondo gli economisti, la crescita è rimasta bassa e in compenso la povertà estrema ha continuato a crescere. Con conseguenze anche politiche. Nelle elezioni del 2014 Orban ha sì rivinto con una larga maggioranza, ma ha subito un'erosione di 8 punti percentuali nelle urne, e per evitare il rischio di un'emorragia ha esasperato ancor di più i toni sciovinisti e reazionari. Questo perché i suoi voti in uscita non sono andati alla coalizione che riunisce le forze liberali, democratiche e socialiste del Paese (che ha raccolto circa un quarto dei voti), ma a un altro partito di estrema destra più marcatamente neo-fascista: il Jobbik.

Balzato sopra il 15% del 2010, nel 2014 il Jobbik è arrivato ad essere il secondo partito del Paese, con più del 20% dei voti. La sua retorica fa perno sulle paure per i diversi (i rom in primis, che rappresentano la prima minoranza etnica del Paese e che negli ultimi anni hanno subito diverse aggressioni squadriste da parte di simpatizzanti del Jobbik, ma anche immigrati, islamici, ebrei, gay, comunisti etc.), sul rifiuto delle regole economiche europee (sarebbe in corso un complotto pluto-giudaico, da sempre un grande classico della propaganda nazi-fascista), sulla lotta alla “casta” e su un nazionalismo esasperato incentrato sul culto della persona dell'Ammiraglio Miklos Horthy, il dittatore filonazista che portò l'Ungheria a fianco dell'Asse nell'ultimo conflitto mondiale e che fu complice dello sterminio degli ebrei, deportati o direttamente annegati nel Danubio. Il Jobbik aveva anche una sezione para-militare di camice brune (“La Guardia Nazionale”), sempre ispirate al passato filonazista, che però è stata sciolta nel 2009 dai giudici ungheresi.

Dal 2014, quando ha fatto il grande balzo nelle urne, il leader del Jobbik, Gabor Vona, sta provando a smussare i toni anti-semiti e più propriamente nazi-fascisti e a spostarsi più sul terreno del populismo anti-Ue e anti-casta. L'intento dichiarato è quello di intercettare un domani la fase calante della parabola di Orban (che, fiaccato da alcuni recenti scandali, potrebbe essere meno saldo al potere) e di accreditarsi come partito di governo. Lo scenario è purtroppo plausibile. Il quadro attuale, con cui l'Europa deve fare i conti, è infatti che in questo Paese (evidentemente lasciato solo e non aiutato in una fase di delicata transizione da oltre 40 anni di comunismo al libero mercato) metà della popolazione vota l'estrema destra di Orban, un quinto l'ancor più estrema destra del Jobbik, e gli altri – liberali, socialisti, democratici e chi, in generale, ancora crede nei diritti civili, nell'integrazione europea e nella convivenza -  devono spartirsi quel che resta.

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