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Se la Germania spalanca le porte ai lavoratori qualificati extracomunitari

A differenza di Londra e Washington, Berlino considera l’accoglienza dei lavoratori qualificati stranieri cruciale per restare competitivi nel mercato globale. E ha preparato una legge che rende molto più facile assumerli, come richiesto dal mondo produttivo. Ma le criticità non mancano

La cancelliera tedesca Angela Merkel durante una sessione alla Camera bassa nel Bundestag. REUTERS/Fabrizio Bensch
La cancelliera tedesca Angela Merkel durante una sessione alla Camera bassa nel Bundestag. REUTERS/Fabrizio Bensch

Berlino – Feg, Fachkräfteeinwanderungsgesetz, “legge sull’immigrazione di lavoratori specializzati”: è questo il nome del disegno di legge presentato lo scorso 19 dicembre dal governo Merkel. La legge dovrà ora essere approvata dal Bundestag, ma l’esecutivo della Kanzlerin l’ha già sponsorizzata come uno dei maggiori successi della Grande coalizione Spd-Cdu-Csu. «Un giorno storico, che si lascia alle spalle 30 anni di dibattito ideologico su una legge per l’immigrazione» ha detto alla stampa il ministro dell’Economia Peter Altmeier. Mentre il ministro degli Interni, il Csu Horst Seehofer ha dichiarato: «Abbiamo bisogno di forza lavoro da Paesi terzi per garantire la nostra prosperità e ricoprire i posti rimasti vuoti». Il riferimento è ai circa 1,2 milioni di posti di lavoro che in Germania non hanno attualmente trovato il giusto candidato. Un problema che il Fachkräfteeinwanderungsgesetz potrebbe risolvere. Il sostegno di Seehofer al Feg è significativo, considerando come il ministro bavarese sia sempre stato estremamente ostile alla politica dell’accoglienza di migranti. Non a caso, Seehofer ha anche puntualizzato: «Non vogliamo assolutamente nuove persone negli uffici per i disoccupati, vogliamo nuove persone nel mondo del lavoro».

Proprio per accontentare l’ala destra della Cdu, del resto, la nuova legge separa in un certo senso la questione dell’immigrazione professionale da quella dei richiedenti asilo (che dovrà ovviamente essere regolata dal diritto all’asilo), anche se rimangono naturali sovrapposizioni tra le due realtà.

Una cosa è certa, con questa evoluzione la Germania va in controtendenza rispetto alle scelte di altre potenze economiche mondiali, a partire dal Regno Unito e dagli Stati Uniti del nuovo protezionismo trumpiano. Se il Regno Unito post-Brexit sta cercando in tutti i modi di ridurre il libero movimento di persone, incluso l’ingresso di lavoratori competitivi, la Germania ha individuato nell’accoglienza di lavoratori qualificati stranieri la mossa cruciale per poter restare in sella nella corsa tra competitor del mercato globale.

Via gli ostacoli burocratici per i lavoratori qualificati non Ue

Il disegno di legge del Fachkräfteeinwanderungsgesetz prevede, a partire dal 2020, una rilevante semplificazione dei processi burocratici necessari a far lavorare un cittadino non Ue. Un’azienda tedesca potrà quindi assumere cittadini non Ue con molta più facilità e farli venire in Europa. Come fa notare un’analisi sulla Welt, l’obiettivo del Feg è di capovolgere un’intera dinamica: se prima la burocrazia esigeva di dimostrare l’eccezionale necessità di assumere un lavoratore non Ue, ora l’assunzione sarà generalmente accettata e l’eccezione sarà invece un eventuale e motivato ostacolo burocratico. Emblematico in questo senso sarà il superamento del principio secondo cui un’azienda deve ancora oggi dimostrare che le skills specifiche del lavoratore extracomunitario che vuole assumere non possono essere offerte da alcun cittadino tedesco o comunitario. Lo stesso processo di concessione del visto verrà accelerato il più possibile, si punta a una riduzione a 2-3 settimane, per venire incontro alle tempistiche delle aziende.

Il disegno di legge, inoltre, permette ai lavoratori non Ue di venire in Germania per 6 mesi alla ricerca di un’ulteriore formazione o di un lavoro qualificato, a patto di essere già orientati nel loro obiettivo, essere in grado di sostenersi economicamente durante il periodo di ricerca e aver già imparato un buon tedesco tramite un corso di lingua in patria.

Infine, un altro passaggio del disegno di legge Feg prevede di rilasciare il permesso di soggiorno anche a quei richiedenti asilo che sono già presenti sul territorio tedesco ma hanno visto rifiutata la loro domanda, in questo caso a patto che questi abbiano già un lavoro a tempo pieno in Germania da almeno 18 mesi, siano in grado di dimostrare la loro identità, non abbiano alcun record criminale e parlino almeno un livello medio di tedesco.

Come prevedibile, quest’ultima parte del disegno di legge è stata oggetto di forti discussioni interne alla Grosse Koalition. La destra Cdu la giudica un incoraggiamento all’immigrazione economica al di fuori di quegli schemi che lo stesso Feg vorrebbe delineare. Il ministro del Lavoro Hubertus Heil (Spd) ha però risposto che «si tratta sostanzialmente di non espellere le persone sbagliate», aggiungendo poi che il disegno di legge offrirà un buon equilibrio di «regole e possibilità».

L’appoggio del mondo industriale e produttivo

Il mondo produttivo e dell’industria tedesca ha salutato con soddisfazione il Feg, come nel caso di Achim Dercks, direttore della Dihk, l’associazione delle camere di industria e commercio della Germania. Da tempo le associazioni industriali e delle imprese chiedevano una deregulation dell’accesso di lavoratori extra-europei al mercato tedesco.

Con una disoccupazione ufficialmente ai minimi storici, un calo demografico costante e una crescita economica ancora in positivo, al momento in Germania mancano lavoratori soprattutto in aree come il settore IT, le costruzioni e l’assistenza di malati e anziani. Se negli ultimi anni l’economia tedesca ha potuto contare sull’inserimento lavorativo di cittadini di altri stati Ue, ora l’emigrazione dal resto dell’Unione è in calo e la richiesta di lavoratori specializzati extracomunitari si presenta come fisiologica alla razionalità produttiva dell’economia mercantilista di Berlino.

Più complessivamente, sembra che il governo Merkel abbia implicitamente deciso di iniziare a disciplinare il tema immigrazione tramite quel mondo del lavoro e dell’industria che per decenni è stato strutturale e strutturante della società tedesca e della sua coesione sociale. Se il boom economico degli anni ‘60-’70 è stato generato dall’accoglienza condizionata di milioni di lavoratori non specializzati dalla Turchia e dall’Europa meridionale, oggi il governo tedesco prosegue verso la globalizzazione della propria organizzazione produttiva. Questa volta, però, dal momento che rifiuta le nuove prospettive protezioniste del mondo multipolare, quella tedesca si presenta come una precisa decisione politica.

Criticità e post-merkelismo

Il progetto governativo del Feg dovrà (o potrà) affrontare ancora diverse criticità politiche interne, e non solo perché il Fachkräfteeinwanderungsgesetz non è stato ancora approvato dal Bundestag. La prima criticità è data dalla destra Cdu più contraria all’immigrazione, che potrà insistere per un restringimento ancora più netto delle modalità d’immigrazione specialistica immediatamente impiegabile nelle aziende, cogliendo così anche l’occasione per chiudere completamente le porte a gran parte dell’immigrazione non vincolata al contributo professionale e aprendo così lo scontro finale sull’immigrazione come fatto politico e culturale. La seconda criticità è determinata dal fatto che, magari in occasione di un rallentamento dell’economia mondiale o di ulteriori dissapori transatlantici che possono colpire l’export tedesco, le specifiche modifiche apportate all’ecosistema del lavoro potranno velocemente essere utilizzate dalle destre identitarie per etnicizzare ancora di più la competizione tra cittadini tedeschi e stranieri. Una terza criticità emerge invece a sinistra: un mercato del lavoro aperto globalmente potrà essere sempre più osteggiato da correnti della sinistra anti-liberista e anti-globalista che sembrano trovare crescente sostegno in Germania, soprattutto in quelle fasce di popolazione che non beneficiano mai della crescita economica tedesca e vedono nell’immigrazione il pericolo del dumping salariale (in questo senso si veda il nuovo movimento Aufstehen di Sahra Wagenknecht).

Probabilmente per evitare di entrare prematuramente in collisione frontale con queste molteplici istanze, il governo Merkel ha quindi deciso di puntare sulla concretezza, limitando il Feg nel tempo e scommettendo che i suoi effetti possano convincere la maggioranza dei tedeschi. Se il Fachkräfteeinwanderungsgesetz verrà approvato, infatti, sarà in vigore solo dal 1 gennaio 2020 al 30 giugno 2022. Da quella data in poi, invece, sarà il primo governo post-merkeliano a decidere come proseguire.

@Lorenzomonfreg

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