Perché la guerra al terrore di Macron passa dal Cairo

Il piatto forte della colazione con Al Sisi era la Libia. L’Egitto teme le scorribande jihadiste fino al Nord Sinai. La Francia ha circondato il Paese anche a sud. E punta sul Generale Haftar per stabilizzarlo. Cascando in un equivoco. Che rafforza il mediatore egiziano

Il Presidente francese Emmanuel Macron all'Eliseo. REUTERS/Philippe Wojazer
Il Presidente francese Emmanuel Macron all'Eliseo. REUTERS/Philippe Wojazer

Un pranzo all’Eliseo è la cornice in cui il presidente francese Emmanuel Macron ha per la prima volta incontrato martedì 24 ottobre la sua controparte egiziana. L’invito a palazzo per Abdel Fattah al Sisi è stato il culmine di una partita importante giocata nella tre giorni parigina. Le carte sul tavolo: la cooperazione militare tra i due Paesi e, soprattutto, il dossier libico.

Il 25 luglio scorso al castello de La Celle-Saint-Cloud, Macron aveva organizzato un incontro tra il primo ministro del governo d’unità nazionale libico Faiez al Serraj e il capo di stato Maggiore del governo di Tobruk, Khalifa Haftar. Dalla mediazione era uscita una dichiarazione congiunta che prevedeva una serie di impegni per tracciare un cammino di riconciliazione nazionale: un cessate il fuoco e l’indizione di elezioni nel marzo 2018 che aprissero la transizione ad un governo civile unificato.

Siccome l’accordo finora però è rimasto su carta, Macron spera che, tramite l’intercessione di Al Sisi con Haftar, si possa fare qualche passo in avanti sulla tabella di marcia. D’altro canto Al Sisi, come Macron, ha tutto l’interesse a stabilizzare la Libia, o quantomeno la Cirenaica e quella parte di Sahara ai suoi confini occidentali.

Proprio lì, infatti, il 21 ottobre sono rimasti uccisi diversi poliziotti egiziani in un attacco contro le forze di sicurezza egiziane all’oasi di Baharyia (135 km a sud-ovest dalla periferia del Cairo): 35 uomini secondo l’AFP, 54 per AP e solo 16 invece per il Ministero degli Interni egiziano. Al di là dei numeri, difficilmente verificabili, sono ormai comprovati i sempre più frequenti i movimenti di gruppi jihadisti legati a IS, spiega l’analista Arnaud Delalande, che fanno la spola tra il deserto libico e il Nord Sinai, fino ad arrivare al confine con Israele e Gaza.

Per questo motivo lo scorso luglio, a Marsa Matrouh, il presidente Al Sisi ha inaugurato “Mohammed Naguib”: si tratta della più grande base militare del Medio Oriente e si avvale di droni di sorveglianza cinesi e di F-16 forniti dal Pentagono per pattugliare il confine e bombardare gruppi esterni che provano ad infiltrarsi. Dall’altra parte del confine, invece, sono gli aerei spia francesi a sorvolare il territorio per missioni di ricognizione e identificazione dei “terroristi”. 5000 sarebbero gli uomini dei reinsegnements francesi dispiegati sul territorio libico.

Secondo molti analisti, tra cui Delalande, la priorità di Parigi in Libia resta combattere il terrorismo islamico per evitare che si ripetano attentati sul suolo francese. Al Sisi è una pedina fondamentale sullo scacchiere libico, e l’obiettivo che Macron vorrebbe condividesse con lui, è quello di stabilizzare che il confine libico a sud, quella zona Sahariana che più interessa alla Francia perché vista come chiave per la stabilità regionale. Secondo la dottrina francese, questo avrebbe un impatto anche su Niger (ricco in uranio), Mali e Mauritania, attraversate sempre più da traffici e che vivono un’importante proliferazione di gruppi jihadisti.  

Il presidente francese si è già mosso in tal senso, e su più fronti: l’operazione Barkhane del G5Sahel voluta da Macron di fatto circonda tutta la Libia: “serve a isolare lo spazio nordafricano da quello sub-africano per ridurre traffico di armi e terroristi”, spiega Luca Achille Raineri, ricercatore esperto di Africa Occidentale all’Università Sant’Anna di Pisa. Gli effettivi sul terreno di Barkhane potrebbero essere presto sostituiti da milizie locali: il costo della missione è alto e l’ONU non è disposta a pagarne il prezzo finanziario né politico.

“I francesi ritengono che Haftar sia l’uomo forte per la stabilizzazione della Libia, soprattutto in un’ottica laicista, ma sono caduti nella propaganda del Generale di Tobruk”, continua Raineri. E’ vero che l’esercito di Haftar ha combattuto contro Ansar al Sharia e al Qaeda a est, “ma il grosso della sua componente armata è composta dai salafiti makhdalisti, che in termini di esecuzioni e violenze non si distanziano molto dai ‘terroristi’ che dicono di combattere”.

La differenza, in sostanza, è che il salafismo makhdalita è una corrente wahabita legata all’Arabia Saudita, nata come reazione all’islam politico della Fratellanza musulmana. E in questo senso, è fondamentale non dimenticare con il Cairo sia un partner diplomatico e militare di Riyad, che con i suoi ingenti finanziamenti tiene in vita un’economia egiziana ormai sull’orlo del collasso.

La lotta al terrorismo, che Macron ha deciso di sostenere, prende infatti i connotati di un’alleanza politicamente ben delineata nella regione: Haftar è l’uomo forte del Quartetto Egitto, Arabia Saudita, EAU e Bahrein, la stessa coalizione che dalla crisi del Golfo ha adottato una definizione e retorica comune sulla lotta al terrorismo, facendone la chiave  vincente per accedere ai tavoli negoziali delle cancellerie europee e dell’amministrazione Trump.

Partendo da questa linea, l’Egitto di Al Sisi è arrivato a ritagliarsi il ruolo di mediatore anche in altri dossier caldi: quello del Golfo, appunto, in cui ha preso parte ma senza sbilanciarsi ulteriormente e lasciando spiragli aperti con l’Iran (con cui la Francia e l’Europa hanno deciso di mantenere buone relazioni), ma soprattutto su quello israelo-palestinese dopo la sigla dell’accordo Fatah-Hamas delle scorse settimane.

“La stabilizzazione di Israele e del Mediterraneo restano una priorità per Parigi”, conclude Jean Pierre Darnis dello IAI. Il rinnovato ruolo di Al Sisi come mediatore internazionale non vale ancora una visita di Stato per la Francia di Macron. Ma per iniziare la relazione con il neo-presidente francese, una ricca colazione di lavoro a Parigi di questi tempi per il Maresciallo d’Egitto non è poi così male. (2-fine)

@CostanzaSpocci

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